ANNI RUGGENTI
CENTO ANNI, UN’UNICA PASSIONE
Terzo testo di approfondimento per celebrare il Centenario della Fiorentina, curato da Gianni Bonini, che racconta il periodo dal 1961 al 1970
Il lascito di Befani
Tra i tanti libri, album fotografici e biografie, a testimonianza di una passione identitaria con pochi eguali, ce n’è uno che mi è sempre stato di prezioso aiuto nelle ricostruzioni storiche. A cui ho attinto sul piano dei numeri ma soprattutto su quello della geopolitica del calcio, tema spinoso perché i tifosi tendono irresistibilmente a porre il sentimento fuori dalla caverna delle ombre, nell’empireo platonico delle idee pure.
Edito nel dicembre 1987 porta la firma di un giornalista mai sopra le righe, Fabrizio Borghini, la cui scomparsa non abbiamo pianto a sufficienza. È La Grande Fiorentina. 1955-1960: gli anni d’oro della squadra viola.
Veste tipografica spartana con introduzioni di Michele Ventura, Pier Cesare Baretti ed Italo Allodi, il volumetto di un centinaio di pagine è una miniera di informazioni e la galleria di interviste ai protagonisti di quella stagione irripetibile è un vero e proprio manuale di geopolitica calcistica.
Una per tutte quella al prof. Giorgio Giusti che descrive il quadro di una società che si struttura all’avanguardia della scienza medica sportiva, grazie al suo determinante contributo, e che riesce a fondere in un unicum i valori di una generazione di uomini veri usciti dalla tragedia bellica con un imprenditore ambizioso ed intelligente, non semplicemente furbo, come Befani, che sapeva circondarsi senza l’ombra del sospetto di collaboratori di personalità: Luciano Giachetti, il colonnello Gallo, Luigi Ferrero fra questi. Nel finale dell’intervista c’è anche spazio per un succinto siparietto che spiega meglio di tanti discorsi i due scudetti perduti del 1959 e del 1960, sui quali ho già avuto modo di dissertare a sufficienza sulle pagine di Alé Fiorentina.
L’interpretazione originale ma statisticamente fondata di Fabrizio Borghini laureano la Fiorentina campione d’Italia della seconda metà degli anni Cinquanta, citazione testuale, ed una delle più forti a livello internazionale, aggiungo, considerato che portò sulle spalle la croce della Nazionale senza esserne ripagata in termini di attenzione, non dico di protezione, da parte degli arbitri e dei media, quelli del Nord d’Italia in particolare, fino ad essere quasi sbeffeggiata, il blocco dei brocchi osò qualcuno, per la “debacle”di Zagabria (1-6) del 12 maggio 1957. Ne ho un vaghissimo amaro ricordo.
Questa l’eredità pesantissima di Befani che chiude il decennale mandato con la Coppa Italia e la Coppa delle Coppe nella primavera 1961.
Pratese docg, il Re degli stracci, questo il titolo del docufilm che la sua città gli ha dedicato, incarna l’anima della generazione di imprenditori che a braccetto di una politica lungimirante di welfare ha ricostruito il Paese portandolo nel novero delle potenze economiche mondiali. È iconica la fotografia che lo ritrae il 23 ottobre 1960 in occasione di Fiorentina-Juventus, per la cronaca fu un 3-0: la risata ammaliante e disinvolta con un accenno di basette bianche che fanno concorrenza a quelle dell’Avvocato che sta al giuoco divertito, tra Umberto che segue timidamente il fratello ed un Artemio Franchi vigile con un sorriso di cortesia…l’industria tessile pratese, di fronte alla nuova Casa regnante sabauda che con questa realtà sa di dovere fare i conti. Così la racconto su Alé Fiorentina (Gli scudetti perduti dei viola. Capitolo 2).

Abebe Bikila ha già sfilato per le strade imperiali e sotto l’Arco di Costantino nel più bel tramonto settembrino mai visto al mondo.
Ettore Bernabei in odore di Rai racconta nei suoi diari che prima del Natale 1960 La Pira si è convinto di fare la giunta di Firenze col PSI, inaugurando la stagione del primo centro-sinistra. Nenni registra che il Sindaco Santo vuole fare di Firenze la capitale spirituale e socialista del mondo. Fanfani ha nel frattempo minacciato Angiolillo, direttore del Tempo, di farlo arrestare per offesa al Capo del governo qualora non porga le sue scuse per una lettera offensiva del quotidiano indirizzata a lui ed a Moro. Another time other men.
La Pignone è già stata salvata anche se qualcuno è stato sacrificato, tra questi mio nonno. Giuliano Sarti al suo arrivo a Firenze la trovò bellissima e Kurt e Marianne meravigliosa.
“Profonde strade, rapide fra le strade senza luce, dei poveri di Masaccio. Io le percorro ogni giorno, sono le strade del quartiere di San Frediano…dove ancora sembra fuggire, certe mattine d’inverno, l’ombra del ragazzo che saliva a quattro a quattro la gradinata del Carmine”, scrive Cristina Campo che potevi incontrare in un caffè letterario con Mario Luzi (Primavera di bellezza. Op.cit. pag. 78).
Fulvio Bernardini che oltre ad avere scoperto Meazza, si concedeva il lusso di tamponare la Lancia Astura blu del Duce – che auto meravigliosa! – mentre andava a ricevere il Premier Pierre Laval alla Stazione Termini, per poi giuocarci a tennis a Villa Torlonia grazie ad Eraldo Monzeglio, altro fuoriclasse col sole in fronte, consegnava alla Fiorentina un allure di intelligenza calcistica superiore. Che sia vera o meno, ed a me non convince la storiella di Pozzo che motivò con questa giustificazione la sua esclusione dai mondiali del 1934.
Le sue innovazioni tattiche, ma sarebbe meglio chiamarle strategiche e non solo sul piano strettamente calcistico, riescono a cogliere l’occasione storica dello scudetto 1956 così come la coglieranno con più tribolazioni, comunque superate e non era facile, nel 1964 a Bologna, l’ultima volta per la squadra che tremare il mondo faceva. Il suo Prini ci tolse pure la Coppa Italia del 1958. Bernardini predica male, in omaggio al sempiterno WM, e tuttavia razzola molto bene: il suo modulo anticipa quello che verrà celebrato dal Brasile campione mondiale 1958, certifica Brera.
L’affetto dei tifosi viola più vecchi che resiste alla volatilità dei nostri tempi testimonia l’impronta della classe superiore che il Dottore possedeva ed ispirava fuori e dentro il campo, quel sorriso enigmatico da Apollo di Veio, che il proletariato calcistico riconosceva ed a cui si affidava. Forse, ed è l’unico errore che possiamo addossare a Befani, anche se le cose calcistiche sono sempre opache quando non misteriose, andava tenuto a Firenze a vita, farne il nostro Alex Ferguson.
Troverete in rete un video di Nicolò Carosio tratto dal Musichiere esemplificativo del posto che la Grande Fiorentina occupa nel calcio italiano alla seconda metà degli anni cinquanta. Invitato dal laziale Mario Riva a cantare un motivetto calcistico per l’occasione, il cronista per eccellenza si esibisce in una canzonetta autoironica in cui Montuori e Gratton vengono citati ben due volte come Schiaffino, una volta ciascuno Boniperti, Bean e Barison. In Tv oggi come ieri molto raramente si recita a soggetto e non è questo il caso. È il 21 marzo 1959 ed i viola dei 95 goal, record ancora imbattuto nei tornei a diciotto squadre, sono in piena corsa verso lo scudetto.
Questo era il posto che in quel momento storico la Fiorentina ricopriva nell’immaginario dello sport italiano, un posto di primissimo piano. Un patrimonio di credibilità che resisterà nel tempo difficile da gestire. Lo testimoniano i tanti tifosi sparsi tutt’ora per l’Italia, un esempio di resilienza sportiva inspiegabile se non con la forza di attrazione esercitata da quella squadra. Passeranno dieci anni e nella diretta a Glasgow, in una partita buttata via dai viola a cominciare da Pesaola, Carosio farà sentire tutta la sua irritazione, in particolare con Amarildo, per la debacle dei colori che aveva esaltato quel sabato sera.
Fine di una storia
La stagione 1961-62 comincia nel peggiore dei modi, perdiamo Miguel Montuori 1
Sarà il primo ma non l’ultimo dei Grandi Viola che vengono a mancare nei momenti cruciali. Lo seguiranno Antognoni e Batistuta che peseranno come un macigno nelle vicende del 1982, 1984 e del 1999.
Per quanto si dica non valuteremo mai abbastanza il vuoto che Montuori a soli ventotto anni, nel pieno della maturità, lascerà in quella squadra pure magistralmente guidata da Nandor Hidegkuti. Anzi sembra proprio che lo abbiamo rimosso; non potevano Can Bartù e Seminario sostituire un campione nazionale (la sua ultima apparizione in maglia azzurra risale soltanto al 6 gennaio 1960 a Napoli dove segna contro la Svizzera), il numero 10 dei 22 goal del 1958-59.
1 Il ritiro definitivo di Montuori dalle scene calcistiche, annunciato a settembre 1961, fu un colpo durissimo per i tifosi della Fiorentina che a soli 29 anni perdevano, dopo sei anni bellissimi, un grande campione, l’unico oriundo arrivato ad indossare la fascia di capitano della Nazionale. Il 19 aprile 1961 Miguel, reduce da un infortunio, venne utilizzato nel campionato Cadetti (Riserve) contro il Perugia. Montuori trascinò la compagine, dimostrando di essere pronto per rientrare in prima squadra, ma, al 6’ del secondo tempo abbandonò il campo per le conseguenze di una violenta pallonata che lo aveva colpito alla tempia.
Nei giorni successivi si manifestarono preoccupanti sintomi: diplopia (sdoppiamento delle immagini), perdita di memoria, distacco dalla realtà, oltreché della retina e paresi della parte sinistra. L’intervento del professor Frugoni, a Padova, lo mise al riparo da conseguenze peggiori, ma non poté più giocare al calcio.
Non credo al viola porta-sfortuna a teatro nonostante sembra ci credesse un mito come Paolo Stoppa. Giorgio Albertazzi andava fiero di quel viola pastoso che Alessandro Coppini e Pieralberto Cantelli ci dicono fu di Bellesi Sport di via de’ Neri – è lì che il babbo nel settembre 1960 mi ha portato a comprare il mio completo del NAGC, il Nucleo Addestramento Giovani Calciatori – e poi delle Sorelle Tortelli di via Gioberti. Franco Zeffirelli regala al colore amato un indimenticabile cameo in Un tè con Mussolini. Se il marketing avesse un’anima identitaria, e non la ha, attorno a quel colore e a quella stoffa andrebbe eretto un progetto romantico e futurista al tempo stesso.
Credo invece ad una squadra e ad una città che in una fase storica hanno volato troppo in alto rispetto al potenziale di utenza, oggi si direbbe clientela, grazie al genio fiorentino, al carico di storia insediato in profondità che continua a mandare bagliori di ingegnosità assoluta. Abbiamo dato il nome all’America perdiana, ed il Mayflower (fiore di maggio) dei Padri Pellegrini altro non è che il nostro giaggiolo, proiezioni della potenza fiorentina e medicea in particolare. Non a caso arriveremo a diventare negli anni ottanta con Prato (vedi Befani) la terza provincia italiana per tasso di industrializzazione.
Abbiamo volato troppo in alto come Icaro e con le buone o con le cattive – la partita col Milan del 12 aprile 1959 senza Chiappella e Cervato e, se non bastasse, con l’infortunio a Montuori, la ribalta di Carosio al Musichiere è del 21 marzo – Eupalla o, se vi piace di più, la realpolitik si incaricano di rimettere le cose a posto.
Ciò nonostante il campionato 1961-62 non si discosterà da quelli del secondo posto. Saremo terzi alla fine solo perché molliamo a Lecco e nell’ultima in casa con l’Atalanta. A quattro giornate dalla fine siamo ancora lì a tre punti ma l’incredibile vittoria a tavolino del Milan a Bergamo sull’Atalanta, articolo di Filippo Maggi del 24 marzo 2024, riporta che la maggior parte dei tifosi che invasero pacificamente il campo erano rossoneri e che lospeaker tramite altoparlante se ne uscì annunciando che Se il pubblico non lascerà il campo di gioco, il regolamento imporrà la vittoria alla squadra ospite per due goal a zero – ci taglia le gambe. Senza prima però toglierci la soddisfazione di battere il Toro di Law e Baker a Torino già battuto all’andata col medesimo punteggio 2-0.

Racconto dei fatti, nessun vittimismo, il calcio è una splendida metafora della vita, un mistero senza fine bello parafrasando Gozzano, che riesce a spiazzare i più raffinati analisti. Nondimeno le leggi spietate dei rapporti di forza hanno un valore universale, oggi più che mai che lo sport-spettacolo si è fatto entertainment globale. Rileggetevi la Storia critica del calcio italianodi Gianni Brera.
Tornando a quella stagione, col senno di poi la ritengo la coda del ciclo precedente. Dopo fino al secondo scudetto non competeremo più da pari con gli squadroni nordisti ed anche il Bologna di Fuffo sarà comunque una supernova. Milani disputò un campionato memorabile, con 22 reti vinse la classifica cannonieri in condominio con Altafini, ma non il Premio Caltex che andò all’oriundo brasiliano in virtù del migliore quoziente. L’anno seguente fallirà, verrà risarcito nell’Inter di Herrera.
Dell’Angelo rievocò i fasti di Gratton, Gonfiantini subentrò bene ad Orzan, Malatrasi si impose e Rimbaldo non fu da meno, Robotti e Castelletti si confermarono una coppia di terzini di livello internazionale. Tutto il complesso sapientemente condotto si espresse al massimo. Un misto di difesa vigile e di attacco con due bomber che nessuno aveva, Hamrin e Milani.
A San Siro il 4 marzo fu un tracollo col punteggio rovesciato dell’andata 5-2, con un Milan registrato ahimè da Dino Sani, meglio sarebbe stato per noi fosse rimasto Greaves, ma Sarti e Petris portano più d’una responsabilità. Ci pensò poi De Sisti a Roma a castigare Albertosi e la Fiorentina in una partita incolore e senza nerbo da parte nostra.
La differenza che determinò l’esito del campionato, va detto, fu probabilmente la superiore caratura del centro-campo rossonero. Il Can turco preferito ad un Torbjörn Jonsson inferiore stilisticamente ma superiore fisicamente nel contrasto e per continuità di rendimento come dimostrerà la sua carriera e che proprio quell’anno si vendicherà a Roma con 9 goal in sole 18 partite, più quella realizzata con noi contro l’Udinese alla 6ª giornata, Bartù, dicevo, non dette seguito ai fuochi iniziali. I suoi goal col Bologna e l’Inter ci illusero, furono gli unici. In rossonero d’altra parte c’erano Radice, Trapattoni, Sani e Rivera, oltre ad Altafini. Rimane però l’abbaglio di Hidegkuti, sempre che sia stata farina del suo sacco.
Il nuovo Presidente Enrico Longinotti era sicuramente un valente galantuomo, la sua azienda si è distinta nel panorama industriale, gli mancava tuttavia, a mio giudizio, il dono innato della fascinosa spregiudicatezza da mercante-imprenditore fiorentino del Trecento fissata nella foto di Befani con gli Agnelli.
Lorenzo Magini nella sua fondamentale Storia della Fiorentina riproposta con rara intelligenza storiografica da Fabio Fallai, lo descrive uomo onesto e cristallino, che altrettanto onestamente ammetteva di aver ben poche volte presenziato ad una partita di calcio. A lui, industriale di vecchia data, titolare di una ditta tra le più apprezzate per serietà, abituato alla quadratura dei bilanci e quindi ad una oculata amministrazione, quel mondo del calcio, decisamente orientato ormai verso il caos dell’allegra finanza e dei debiti astronomici, dovette all’inizio apparirgli come irreale. Con l’andar del tempo anche lui però si allineerà col modo di pensare e di agire imperante in quel mondo, e ne farà un’amarissima, personale esperienza. Una volta di più si dimostra che il giuoco più bello del mondo non c’entra niente con la correttezza amministrativa, metafora della vita l’ho chiamato, laddove sovente è il Male a provocare il Bene. Woland e Margherita di Bulgakov.
Tornando sul campo l’esordio di Seminario contro l’Inter quel 25 novembre 1962 sembrò di buon auspicio per invertire la tendenza degli Antoninho e degli Almir ed il primo anno con 10 reti all’attivo, di cui alcune decisive, su 24 partite senza strafare confermò questa sensazione. Se si cercava di pescare comunque il jolly e di trovare un altro Montuori, beh Seminario non lo era.
Quel campionato era iniziato sotto una cattiva stella. La disfatta di Stoccarda con l’Atletico Madrid nella ripetizione della finale dopo il pareggio di Glasgow ad opera del solito Uccellino, trasmessa per di più in diretta televisiva, fu umiliante. Fummo inesistenti, così la ricordo. Evidenziava, conoscendo in seguito gli antefatti societari sugli attriti contrattuali con alcuni giuocatori nel contesto di una squadra sostanzialmente indebolita ma, a differenza di Pentrelli, Canella con 5 reti in 23 partite si rivelerà azzeccato, una inadeguatezza imperdonabile a fronte di un impegno di grande prestigio. Uscimmo dalla dimensione europea, fatti fuori a maggio anche in Mitropa Cup, che ci apparteneva di diritto per essercela conquistata con la Grande Fiorentina. La diretta televisiva non ci porterà mai molta fortuna. Il campionato 1962-63 sancirà col sesto posto la perdita dello status di pretendente allo scudetto.
La successiva sarà una stagione strana. È l’anno del Bologna, del doping e dello spareggio all’Olimpico del 7 giugno 1964 dopo che l’Inter il 27 maggio al Prater di Vienna ha vinto la sua prima Coppa dei Campioni (2 goal di Mazzola ed 1 di Milani).
A parte il solito crollo finale, indice di una immaturità sul piano psico-fisico, anche se ormai non eravamo più in lotta per lo scudetto, alternammo ottime prestazioni ad inaspettate cadute. La partita di Bologna, la quarta giornata dell’andata, fu esemplare. Il Bologna ci infilò con Nielsen e Bulgarelli, a cui sempre nel primo tempo rispondemmo con un goal (regolare) annullato ad Hamrin ed un rigore procurato dallo stesso e sbagliato da Marchesi: insomma dimostrammo di non essere tanto inferiori. Dominammo poi la partita di ritorno senza andare oltre lo 0-0 in una grigia giornata di febbraio illuminata da un eccezionale Bartù che colpì due clamorose traverse. Battemmo la Juventus in casa pareggiando a Torino e anche a Milano con l’Inter, bordata di Pirovano, che nel ritorno al Comunale quel 25 aprile, era un sabato di sole perché l’Inter era impegnata in Coppa dei Campioni, impartì una lezione di calcio all’italiana, cinico ed essenziale. Avevamo appena segnato con Seminario che Corso ristabilì le distanze con un contropiede micidiale.
La più bella partita fu quella che disputammo a Firenze contro il Milan. Era il 29 dicembre e dopo l’inizio con un Amarildo scatenato, Robotti e la difesa viola presero le misure dell’attacco stellare rossonero – Mora, Sani, Altafini, Rivera, Amarildo, non so se mi spiego – e qui irruppe sulla scena Uccellino. La sua azione in area di rigore si fece col passare dei minuti sempre più pressante, un caleidoscopio di scatti brucianti culminato nel secondo tempo inesorabilmente in un goal perfetto per tempestività e precisione.
(Bologna-Fiorentina 2-0 29 settembre 1963)

Kurt Hamrin. Una leggenda viola.
Non c’ero a San Miniato nel febbraio di più due anni fa quando Claudio Merlo ha ricordato Uccellino con parole che hanno emozionato i presenti. Si può narrare, non si può capire fino in fondo se non si è vissuto quello che ha rappresentato per i ragazzi del Campo di Marte e per la mia generazione che praticava il calcio in ogni dove. Bastava ci fosse uno spazio appena utile, non importa se gibboso o sconnesso oppure addirittura un po’ in salita, nell’andito delle nostre case del dopoguerra o sui passi carrabili di un cancello arrugginito della scuola o di un garage, nei cortili, con un pallonaccio mezzo sgonfio o con una palla di neve ghiacciata, con una pallina da tennis in disuso, facendo diventare porta l’uscio di un casamento o due sacchi di ginnastica, con le scarpe ed i vestiti di tutti i giorni, scansando con magici equilibrismi quelle meravigliose pozze di periferia ché poi sennò se ne buscava dalla mamma.
Marcello Veneziani lo ha onorato con un pezzo che fa concorrenza al suo Vico dei miracoli. Il grande amico e compagno di battaglie calcistiche Francesco Salvi, autore di una Bibbia del Calcio Italiano che è imperdibile antologia statistica e poema epico, racconta in una cartolina celebrativa dei settant’anni di Uccellino la gara fra lui e suo cugino per il diritto esclusivo di portare i calzettoni abbassati alla cacaiola come Kurt e del privilegio tramite questo uso di essere Ambrin nella vita di tutti i giorni.
Non era un vezzo, era un sogno che durava tutta la settimana, riscattava i giorni più grigi della scuola e gli amori impossibili. La sua cinquina a Bergamo ci mise al centro della Storia. In quell’occasione fortunatamente la Tv di Ettore Bernabei, ci piace pensare ad una preveggenza da tifoso, mandò il primo tempo della partita in registrata come di consueto prima di cena e tutti gli italiani ci videro, sì proprio così, entrare in porta col pallone, scartato Pizzaballa, e riportarlo al centro. Hamrin eravamo noi.
La Fiorentina di quella prima metà degli anni sessanta mantiene il prestigio grazie a lui. Il ritorno di Lojacono amato dal pubblico è fugace, non vedremo più fuoriclasse alla Montuori sebbene Maschio lo sia ed Orlando è una meteora. Uccellino è una certezza, a lui ci si aggrappa per reggere la impari concorrenza del Nord d’Italia perché può far goal a tutti ed in qualunque occasione. È un campione universalmente riconosciuto. Così capita di fare il tifo per la rappresentativa italiana dell’Interleghe dove lui puntualmente segna e di guardare con sospetto la Nazionale maggiore dove Albertosi, esordiente contro l’Argentina a Firenze nel giugno 1961 dovrà attendere il 1965 per essere titolare e Robotti dopo Santiago del Cile 1962 diraderà le sue presenze.
Recentemente per iniziativa di un gruppo di tifosi, tra cui il sottoscritto, è stato riconsegnato ad Hamrin il primato di goleador viola del campionato italiano di serie A. Batistuta nella partita col Venezia del 2000 realizzando una tripletta lo aveva superato di una rete per la gaiezza dei media. Così gli abbiamo riassegnato, utilizzando i criteri attuali, almeno due goal che erano state classificati come autoreti e precisamente uno con la Lazio del 13 dicembre 1959 ed un altro col Lanerossi Vicenza del 25 aprile 1965. Non siamo voluti andare oltre, la memoria è salva e Kurt rimane il più grande marcatore viola della massima serie e delle coppe internazionali.
L’età di mezzo
La Fiorentina in questa prima metà degli anni sessanta riesce a piazzare tutto sommato dei buoni colpi di mercato – Guarnacci, Orlando, Morrone, Pirovano su tutti – senza tuttavia una programmazione all’altezza delle ambizioni dei cinquanta.
Esordiranno nel 1963-64, va riconosciuto, alcuni giuocatori della Fiorentina yè yè che saranno la base del secondo scudetto: Brizi, per la verità già l’anno prima con tanto di goal contro la Spal, Ferrante e Brugnera. L’anno seguente sarà il turno di Mario Bertini.
Se quei giuocatori li mettiamo in fila da, Albertosi a Chiarugi, vediamo che le loro presenze coprono l’arco di almeno tre scudetti, dal 1969 al 1971 e tre di loro – Albertosi, Bertini e De Sisti, un centrocampo viola senza Merlo che avrebbe meritato una chance – saranno protagonisti assoluti del Mondiale messicano.

La Presidenza di Nello Baglini dona programmazione e convinzione ad una struttura societaria che fa dei giovani la leva vincente, pur con operazioni di calcio-mercato non riuscite – quella del 1966-67 – o addirittura dall’esterno incomprensibili – come nell’estate che precedette lo scudetto; lo scambio Albertosi e Brugnera per Rizzo (quest’ultimo per la verità darà un contributo determinante alla vittoria finale),e la cessione di Bertini all’Inter, questa seconda finanziariamente più giustificabile. Ci asteniamo dai giudizi superficiali e rendiamo gloria ai meriti di chi ci seppe regalare il secondo ed ultimo scudetto. Vero è che la settembrina serata del Premio I Numeri Uno presieduto dal senatore Piero Bargellini, i nostri Albertazzi e Zeffirelli radiosi, con assiepato attorno a loro il più bel milieu dello spettacolo italiano, Alberto Sordi in prima fila, non marcherà l’inizio di un nuovo brillante ciclo. L’anno dopo lotteremo fino all’ultima giornata per non retrocedere e il Sor Nello se ne andrà.
Eppure quel 1965-66 rimarrà uno degli anni più belli della Fiorentina, lo riconosce Beppe Chiappella che ne fu il principale artefice.
La stagione precedente si chiude con la consegna del Caltex Sportsman ad Orlando in un match di fine stagione; il trofeo gli viene consegnato da un sindaco per soli sei mesi, Lelio Lagorio. Non è più il tempo di La Pira ed al Cerutti Gino del bar del Giambellino di Gaber si è sostituito lo Jannacci della vita agra di Bianciardi e Lizzani con la stupenda coppia irregolare Giovanna Ralli-Ugo Tognazzi.
Firenze vive i suoi ultimi giorni prima che l’Alluvione la colpisca al suo cuore storico e popolare. Cominciano le migrazioni verso la periferia. Esiste ancora in un felice film di Pasquale Festa Campanile dall’omonimo romanzo di Pratolini, La costanza della ragione.
Il 1964-65, a parte l’exploit di Orlando che temevo fosse stato acquistato al posto di Uccellino, e forse le intenzioni naufragate erano proprio queste, che in quel campionato segnò molto meno dei suoi standard abituali, fu l’anno di Maschio.
L’Angelo dalla faccia sporca, oltre ad essere un galantuomo Raffaele Righetti dixit, fu il regista a tutto campo e fu anche l’attaccante aggiunto, realizzò 8 reti quante Kurt; 6 Morrone estroso trequartista al posto di Petris.
L’acquisto di De Sisti in estate apparve anche ai nostri occhi di ragazzi un vero e proprio salto di qualità, un investimento indicativo delle ambizioni della nuova Presidenza. Picchio ha più volte rammentato che si sentì al centro di un progetto, Baglini se lo portava a giro con orgoglio e ne aveva ben donde.
La nascita dei viola club e del centro di coordinamento, la figura di Alfredo Manoelli, sono una garanzia di serietà e di programmazione; esce la nostra rivista Alé Fiorentina, sobria e di un bianco e nero elegante, della migliore cinematografia.
L’operazione, un modello di marketing identitario esemplare, si integra con i fermenti sociali che attraversano la società, dei quali la scoperta della gioventù si fa valore aggiunto. La scuola media unificata a cui seguirà di lì a pochi anni la liberalizzazione degli accessi universitari, scuote la scuola gentiliana e la Rai, che parla molto il fiorentino colto, apre il mondo grande e terribile agli italiani con i suoi servizi ineguagliabili, TV7 una spanna sopra. Cogli anni ci accorgeremo che non è tutto oro quel che riluce; intanto quella squadra dei giovani rinverdisce l’immagine ancora fresca della Grande Fiorentina.
Fu davvero un anno indimenticabile, se possibile addirittura di una felicità piena pari a quella dello scudetto di lì a poco. Perché non furono soltanto due trofei, la serata di Coppa Italia all’Olimpico con quella foto tutti insieme, viola ed aquile giallorosse, compreso il povero Sardei dopo quel rigore rocambolesco, doppio palo, di Bertini e quella della Mitropa.
Fu la De Martino, che andavo a vedere a metà settimana, che non di rado finiva con punteggi quasi tennistici, fu la Coppa Carnevale, detto popolarmente Torneo di Viareggio, vinto con cinque giuocatori (Cencetti, Ferrante, Esposito, Merlo e Chiarugi) che vinceranno lo scudetto più Brugnera; seguimmo la finale allo Stadio dei Pini col Dukla Praga come si trattasse di uno scontro decisivo di vertice nella massima serie. Fu l’esordio di Claudio Merlo a Milano contro l’Inter con quel passo naturaliter elegante in verticale che una settimana dopo replicò col Napoli al Comunale, lo stadio fitto di tifosi partenopei.
Fu la più bella partita della mia vita, la semifinale con l’Inter risolta da Uccellino con uno scavetto a Sarti al 90º, (quasi) eguale a quello fatto a Vavassori sei anni prima, e salvata da Castelletti, rendiamogli onore, sulla linea di porta nel recupero. Un ultimo quarto d’ora che è l’essenza stessa del football, una girandola di emozioni, dal goal regolare di Brugnera annullato dal Signor Varazzani di Parma, si nominavano così, al pareggio immediato dello stesso Brugnera su un’azione identica, dopo che Jair aveva indirizzato il risultato verso l’ennesima beffa.
Al fischio finale lo stato di esaltazione del pubblico viola, vecchi e giovani, raggiunse vertici dionisiaci. La fotografia dell’abbraccio dei compagni che sommergono Hamrin, Pirovano e Merlo mentre arriva Rogora, vale una vita, mentre l’occhio allenato scorge nella massa grigia sugli spalti apparentemente uniforme i tratti mossi della gioia indescrivibile di quel pomeriggio. C’è chi a distanza di sessant’anni non si dà ancora pace per non aver disertato quel giorno il lavoro e la scuola, ed ha ragione. Per finire alla collana di partite che chiusero trionfalmente la stagione.

Di quella squadra voglio rendere omaggio ai giuocatori che l’ondata dei giovani in qualche modo travolse. Qualcuno come Sergio Castelletti che in campionato marcherà 22 presenze, Rino Marchesi soltanto 2 e 15 Piero Gonfiantini 10, il mio Egidio Guarnacci che svettò in quella storica semifinale, 21 Paolo Nuti e 2 più 2 reti in altrettante partite dei turni eliminatori di Coppa Italia, Humberto Maschio. 28 presenze e 6 reti in campionato come l’anno prima Giancarlo Morrone, oltre a quella decisiva in casa nel 3º turno di Coppa contro il Catania nella festa dell’Immacolata.
Per inciso il ventenne Roberto Vieri e Marcello Diomedi ne giuocarono rispettivamente solo 1 contro lo Jednota Trencin e questa più i quarti di Coppa Italia e 6 in campionato il difensore di Calangianus. A Paolicchi perdono oggi quelle due reti di Bulgarelli e Pascutti nei dieci minuti finali che fecero esplodere il Dall’Ara e mortificarono il nostro entusiasmo dopo la splendida doppietta di Brugnera.
Un omaggio che non è rituale. La prima rosa di Baglini era uno splendido mix di maturità e gioventù, di professionalità e freschezza, e siccome il Calcio è programmazione, in particolare per le medie società, bisogna dare atto alla politica di Longinotti e del suo staff tecnico, Chiappella e Pandolfini in primis, di aver posto le basi di quel ciclo vittorioso chiusosi nella notte di Glasgow.
L’anno successivo, il 1966-67, carico di speranze e che la reazione orgogliosa dei fiorentini alla devastazione dell’Alluvione aveva portato ad un passo dal vertice, venne a mancare proprio questo amalgama irripetibile tra “vecchi” che tali non erano e “nuovi” e Morrone avrà tempo per rifarsi. Quelli che subentreranno alla vecchia guardia non ne saranno all’altezza. Però quella sera della settimana britannica di fronte ai campioni del Manchester United, George Best e gli altri freschi campioni del mondo, in una partita vera come quella contro il Real Madrid del settembre 1959, il trofeo del Centenario de La Nazione l’occasione per la rivincita della finale di Coppa dei Campioni persa nel 1957, abbiamo dimostrato di che classe era fatta la Fiorentina yé yé.
Ci penseranno Franco Zeffirelli e Richard Burton a mostrare di che pasta erano fatti i fiorentini e perché Firenze sia diventata una capitale del mondo.
Il viola (non) è la droga del padrone
È così che l’alluvione, drammatizzata per il mondo dalla voce profonda del grande attore gallese, fu paradossalmente un rilancio della città dopo la fine dell’esperienza lapiriana. Attorno alla città sul monte del Sindaco Santo, nativo di Pozzallo come Joe Barone, si stringe una solidarietà universale che neppure Venezia registra, pure sommersa anch’essa da ben 194 cm di acqua.
È una gara che coinvolge le istituzioni internazionali e i giovani a livello globale, Ted Kennedy diviene l’icona di noi inconsapevoli angeli del fango fino a creare il falso mito della meglio gioventù. Vero è che i fiorentini affrontarono la tragedia con una dignità ed una forza di volontà che giustificano la retorica che le è cresciuta addosso. Marcello Giannini con la consueta vis polemica che non fa sconti, la narra in modo insuperabile nel libro di Luca Giannelli sugli irripetibili anni sessanta. Piero Bargellini d’altro canto fu un buon Sindaco, concreto. In una situazione politica turbolenta nell’interregno dominato da due cavalli di razza come La Pira e Lelio Lagorio, riuscì a dare anima e fiducia ad un popolo indomito ma scosso; io che ho avuto il privilegio di conoscerlo da adolescente frequentando saltuariamente proprio in quel periodo la sua casa di via delle Pinzochere, posso testimoniarne la naturale vocazione ad esercitare il ruolo con pacatezza senza forzature emergenziali.
La Fiorentina fa magnificamente la sua parte senza strafare. Vittorie a Foggia e col Milan, sfortunato pareggio a Bologna, dove qualche tifoso felsineo sugli spalti della Maratona di Leandro Arpinati – ma la statua in bronzo dorato della Vittoria alata non svetta più sul pennone della Torre: la potete ritrovare (quasi) pudica all’entrata monumentale del Dall’Ara -, non si perita di darci di alluvionati, come noi a suo tempo non risparmiammo loro l’offesa somma di drogati in relazione al fattaccio del doping del 1964.
È un calcio passionale e sanguigno, campanilistico, non si va per le spicce, il politicamente corretto con il suo corredo di fariseismo e di ipocrisia ha da venire. Beppone e Don Camillo fanno ancora scuola. Verremo dopo a conoscenza dell’impegno silenziosamente profuso da quei giovani che, in sintonia con gli altri coetanei venuti da tutto il mondo in uno slancio vitalistico che preconizzava, questo sì, il Sessantotto, aiuteranno la ripresa della città con le loro prestazioni.
Alti nel cielo, il titolo del coevo pezzo di apertura del 33 giri dell’Equipe 84; i nostri sogni per ingenuità e sfortuna e forse anche al solito qualcos’altro sfumeranno al pallido sole di una domenica di gennaio del nuovo anno contro l’Inter in procinto quell’anno di perdere lo scudetto all’ultima giornata e la finale di Coppa dei Campioni col Celtic. Il vantaggio di Brugnera fu subito gelato dal pareggio di Bedin, Boranga fallosamente ostacolato in uscita, poi ci punì nel secondo tempo lo statuario Aristide Guarneri, reduce dall’umiliazione coreana di Middlesbrough. La domenica successiva però i nostri ragazzi offrirono il più bel calcio mai visto, un mondo che non è realtà, è sempre l’Equipe che canta. Il primo tempo con la Roma fu uno spettacolo che anticipava il calcio totale olandese. Indimenticabile.
In quello scorcio finale del 1966 la rubrica sportiva Sprint girò un bel docufilm, si chiamerebbe oggi, in cui l’intervista ad Hamrin e famiglia di Emilio Fede si alterna a spezzoni della partita con il Lecco vinta in casa per 2-0.

Interessante un video dell’Archivio RaiTeche – Calcio ritorno a Firenze dopo l’alluvione del ’66: per visualizzarlo è necessario aprire il sito di YouTube e digitare il seguente link:
https://m.youtube.com/watch?v=buUF-0A5gJ8

Finiremo il campionato 1966-67 a 43 punti come la stagione precedente, ripetendo l’ottimo finale. Un’annata di transizione con la riconferma dei giovani lanciati l’anno calcistico precedente senza però alcun trofeo in bacheca, travolti subito a settembre per 4-2 (a Firenze 1-0 per noi) in Coppa delle Coppe dal Raba Eto a Györ in Ungheria ed in semifinale Mitropa dallo Spartak Trnava (2-0 per loro e solo 1-0 per noi in casa). Nella primavera dell’81, ignari i miei compagni di viaggio, volli soffermarmi in questa cittadina della Slovacchia prima di proseguire per Bratislava. Il 4 maggio provvide Mazzola a farci fuori anche dalla Coppa Italia. Pesarono, come ho già detto, la mancanza di ricambi adeguati ed il processo naturale di assestamento della squadra che alternò prestazioni eccellenti a debacle come quella di Torino contro la Juve (1-4) oppure, ancora peggiore, quella di Vicenza (1-3) in cui maramaldeggiò Maraschi seguita dalla sconfitta interna col Foggia (0-1 goal di Traspedini),
E che la fiducia nell’impianto della squadra fosse solida lo dimostrò la campagna acquisti di quell’estate del 1967.
Se ne andò Uccellino per andare a vincere tutto a Milano. Fu un arrivederci doloroso, non fu solo Marianne a piangere, noi ragazzi del Campo di Marte eravamo cresciuti con lui, aveva riempito le nostre domeniche. E quando tornò a Firenze a settembre nell’amichevole col Milan non potette fare a meno di fare un breve cenno di saluto con la mano, asciutto, sotto la sua Maratona che rispose con un applauso altrettanto pudibondo nei sentimenti. As time goes by. Meravigliosi vecchi fiorentini, tifosi critici ed innamorati dentro, refrattari all’entusiasmo enfatizzato eppure capaci di amare questo fuoriclasse svedese, insaziabile nella sua fame di goal, di un amore senza fine.

Amarildo, Maraschi e Mancin, che contribuiranno da par loro allo scudetto, furono il segnale che si credeva al salto di qualità finale, mantenuto intatto l’insieme degli yé yé, con il grande vecio Pirovano, ma aveva solo trent’anni, e un Salvatore Esposito pronto al lancio. La Roma in notturna in Coppa Italia liquidata con un perentorio 4-1 sembrò confermare il mercato ed ancora di più l’esordio contro il Varese, 3-1 con doppietta di Amarildo e rete di Maraschi, illuse di mettere fine alle assurde polemiche sui numeri di maglia, non si sa quanto alzate dai giornali e quanto reali. E tuttavia De Sisti giuocò diverse partite col numero 11 per lasciare la 10 al brasiliano che dopo la prima del 24 settembre ritornerà a segnare il 3 dicembre in casa contro l’Inter; saranno 5 in tutto. Un tourbillon di numeri di casacca che finirà malauguratamente con il grave infortunio di Ferrara quando stava ingranando la marcia giusta, un altro di quegli infortuni che nella storia viola tradiscono le ambizioni. L’anno di poi sarà un altro Amarildo.
Comunque sia già alla terza giornata contro il Torino la Fiorentina apparve incepparsi e la sconfitta a Roma contro i giallorossi, dopo aver dominato il primo tempo ed essere andati in vantaggio, fece squillare l’allarme sulla reale gravità della situazione che condurrà diritti all’esonero di Chiappella. Galeotto a dicembre fu lo Sporting Lisbona in Coppa delle Fiere, la sequela di due sconfitte (Brescia in casa ed a Napoli) e tre pareggi in campionato (Juventus a Torino, Inter allo stadio e Sampdoria a Genova) non fu da meno.
Su cosa sia realmente successo a quella squadra che prometteva sulla carta e nei sogni estivi dei tifosi di competere per il vertice in tanti anni ho solo ricavato spizzichi e mezze frasi masticate a bassa voce. Il calcio difende strenuamente i suoi segreti, la sua aura di mistero, si avvale della facoltà di non rispondere; riportare i mille gossip autoalimentati dei tifosi non aiuta, anzi depista. E noi non insisteremo anche se riteniamo che lo scudetto 1968-69 porti la sua impronta fondamentale, che l’intelligenza tattica di Pesaola esalterà fino alla sfortunata ma sbagliata notte di Glasgow.
Ferrero e Bassi succeduti al nostro pilastro della Grande Fiorentina non conseguiranno nessuna svolta. Il campionato si trascinò fino ad un dignitosissimo quarto posto con due lampi casalinghi contro Napoli e Juve (3-0 e 2-0) che promossero definitivamente Maraschi, autore di una tripletta, a centroavanti titolare. La danza dei numeri sulle maglie si risolse nel migliore dei modi, liberando Rildo dal peso di un ruolo che non era più il suo e forse non lo era mai stato.
Un ragionamento simile, se ha un senso, può essere fatto per Mario Brugnera, il nostro piccolo Hidegkuti, che della Fiorentina yé yé era stato l’alfiere più rappresentativo in attacco, più di Chiarugi che esploderà la primavera dopo. In quel campionato marcò 2 sole reti in 17 presenze rispetto alle 13 su 32 dell’antecedente. A Cagliari riprenderà il suo percorso di successo vincendo anche lo scudetto, rimane il mistero sulla sua crisi involutiva metabolizzata da Scopigno valorizzandone i piedi buoni a centrocampo. Arretrerà fino a chiudere la carriera da libero. Mi è rimasto il ricordo della sua gioia liberatoria con corsa ed abbraccio alla panchina, cosa allora del tutto insolita, dopo il goal alla Juve, il secondo in stagione dopo quello contro il Lanerossi Vicenza del 14 gennaio. Era il 90º di una luminosa domenica di quasi primavera e mancavano sei giornate alla fine, non si ripeterà.

In quei giorni felici quando l’onnipotenza della gioventù faceva da droga alla vita – è una piccola splendida prosa di Giovanni Pallanti – il Sessantotto stava erompendo in tutto il suo potere liberatorio e distruttivo. Tranquilli, non vi intratterrò in una disquisizione sociologica. Non posso però non mettere a verbale che tra un 1-0 (Maraschi) di un Fiorentina-Bologna ed un altro 1-1 a Brescia (Bertini, Braida) il 1 marzo universitari e celerini, absit iniuria verbis uso la terminologia in voga allora nella sinistra, se le danno di santa ragione a Valle Giulia. Sorprendentemente ma non troppo la simpatia di Pier Paolo Pasolini andrà ai militi della polizia con indosso quella stoffa ruvida che puzza di rancio, fureria e popolo. Il PCI non si scandalizzò, i dreamers alla Bertolucci non incontravano la simpatia del ceto politico della III Internazionale. Il 5 marzo le cronache registrano a Firenze una manifestazione studentesca di solidarietà ed il 10 finisce la legislatura senza l’approvazione della Riforma Gui della scuola. Alle Politiche di maggio l’unificazione socialista sarà bocciata.
Fu allora che sul muro avito di un famoso Liceo fiorentino vergata in nero dal pennello di una mano ignota comparve la scritta il viola è la droga del padrone. Non ricordo reazione alcuna, nessuno si scomodò e di lì a poco svanì. Era soltanto un brutto sogno, stava arrivando il secondo scudetto.
Un angelo blu vola in cielo
Domenica 29 settembre 1968. Decido sabato all’ultimo momento di salire sul treno viola per Roma. È stata una bella estate, la scuola sta per iniziare, è l’anno della Maturità. In Coppa Italia siamo stati fatti fuori al 1º turno per differenza reti, è passato il Foggia. È una splendida giornata, Roma è superba. Impossibile che il sole possa mai vedere qualcosa di più grande, Orazio ha ragione. Più del Carmen Saeculare nelle nostre giovani menti febbrili, siedo in Tribuna Tevere con altri due coetanei fiorentini mischiati ai romanisti, riecheggia la voce di Maurizio Vandelli; l’angelo blu che vola in cielo è Claudio Merlo che taglia il campo ed offre a Maraschi il pallone del raddoppio dopo il pareggio di Amarildo. È l’85º ed i viola mi fanno per il mio 18º compleanno un regalo di quelli che segnano la vita. Pesaola ha già provveduto a rafforzare il centrocampo. A ribaltare il fulmineo vantaggio di Taccola dopo 30 secondi ci pensano Pirovano-Rizzo-Merlo-De Sisti che impongono i diritti della loro classe, così commenta il filmato Rai.
Come nel primo scudetto Prini e nell’81-82 Massaro, l’invenzione di Rizzo all’ala ci dette equilibrio e permise di attraversare l’inverno indenni tenendo il passo con le più titolate sulla carta Milan e Cagliari. Pareggiammo con entrambe all’andata ed al ritorno con lo stesso risultato (1-1 e 1-1), con i sardi in casa ci volle una prodezza di Riva a tre minuti dal termine per defraudarci di una vittoria strameritata. Poi l’astuto Petisso, dopo un incolore ma rischioso 0-0 a Bologna nel quale il Carneade Pasqualini – ha giuocato solo otto partite in serie A, tutte quell’anno col Bologna – ci fece impazzire nel primo tempo, giuocò con il Lanerossi Vicenza la carta Chiarugi, il cavallo di razza tenuto a freno e poi lanciato al galoppo sulla prateria che portava al titolo.
L’ottimo rendimento in trasferta, 21 punti contro i 18 del Cagliari ed i 15 del Milan, sono i mezzi che giustificano il fine. Rizzo segnò goal determinanti, la sua castagna, un tiro secco e potente, risolse almeno un paio di partite decisive nel finale (Verona e Napoli sicuramente), il suo spostamento sulla fascia dette copertura e caratura tecnica alla squadra, mentre Esposito in mediana lasciava più libertà a Merlo, provato col 4 all’inizio in Coppa Italia; poi nelle quattro vittorie consecutive che svoltarono la stagione – Sampdoria in casa, Inter a Milano, di nuovo allo stadio con Verona e Napoli, nella quale nel secondo tempo Esposito entrò al posto di Chiarugi e si prese definitivamente la maglia di Bertini – fino alla sfortunata e provvidenziale eliminazione agli ottavi di finale di Coppa delle Fiere. Non si poteva chiedere di più a quella squadra, contro il Vitória Setubal (0-3 e 2-1). Un equilibrio che non fece sentire la perdita di potenza atletica di uno dei protagonisti di Messico 70 ceduto in estate per 400 milioni, così dicono le cronache ufficiali, ma anche a mio avviso dello splendido Brugnera del biennio 1965-67 prima dell’inspiegabile involuzione. Così protetta la difesa si espresse al meglio e Superchi poté giganteggiare.

La partita col Milan a San Siro sotto una coltre grigia, fredda e gocciolante, la metanizzazione tardava a far sentire i suoi benefici effetti nella capitale industriale avanguardia delle lotte operaie e del nuovo ciclo capitalistico, quattro ore in treno da Firenze, fu uno spartiacque. Fu una partita bellissima, figlia di un tempo antico, di un calcio che non c’è più, sporco e ruvido, il campo pesante, le maglie zuppe. Il Milan non si risparmiò. Nel primo tempo Maraschi tenne sotto pressione da solo la difesa rossonera, è stata la sua più bella partita in viola di un anno fantastico, non battè Cudicini per centimetri. Nel secondo tempo i rossoneri giuocarono il tutto per tutto, durissimo il duello Mancin-Hamrin, contrasti ai limiti e mischie, quel pareggio a reti inviolate certificava la legittimità delle nostre ambizioni.
Lo scudetto non fu un coup de théâtre, era venuto a maturazione con Pesaola il lavoro fatto negli anni dal 1965, a partire dall’investimento fatto su De Sisti, vero e proprio dominus di quell’ascesa nell’Olimpo calcistico. Uniti squadra e pubblico si credevano ancora un protagonista di primo piano del campionato italiano e non solo, la Grande Fiorentina viveva ancora nello spirito degli atleti e della città. Uniti, squadra e pubblico, saranno ancora un brand spendibile che genererà tifosi in Italia e nel mondo.
La vittoria nella Toronto Cup contro il Tottenham Hotspur e Glasgow Rangers davanti a migliaia di italiani entusiasti, ne ho avuto testimonianza diretta in loco trent’anni fa, era di buon auspicio per il cammino che l’attendeva in Coppa dei Campioni. E noi che li aspettammo al ritorno dalla trasferta atlantica ci credevamo.
Ai primi di un caldo settembre, con indosso la meravigliosa livrea di un viola intenso con lo scudetto tricolore affiancato dal giglio rosso a rimediare la sua assenza del 1956-57, l’esaltante 7-0 al Bari in Coppa Italia sembrava confermare questa continuità con la stagione precedente.
Sappiamo com’è andata. Un’altra volta la società non seppe o non volle per mille ragioni, forse intuibili – si torna alla geopolitica – investire sul salto di qualità definitivo. Lo scambio Mancin-Longoni (alla pari? contrasti con l’allenatore?) ancora col Cagliari, la promozione di Cencetti, Berni e Mariani non furono sufficienti a coprire l’inevitabile flessione di alcuni titolari stressati fisicamente dal doppio impegno, Carpenetti fu un palliativo e la disfatta di Glasgow per cui lo ricordiamo impietosamente – suo lo scoordinato autogoal al 49º – è responsabilità di Pesaola che spedì Chiarugi ad Abano Terme per sostituire Merlo con Rizzo al 53º. La rete di Wallace all’89º (in fuorigioco?) sigillò i quarti di finale e la Dea Fortuna del Petisso.

L’avvio del campionato fu eccellente, quattro vittorie su quattro ed a Vicenza ribaltammo la partita all’88º, era un autunno solare. Il lunedì uscì al Supercinema Il commissario Pepe, regia di Ettore Scola, un magistrale malinconico Tognazzi, girato per l’appunto nella città eletta del Palladio. E la malinconia mista a rabbia ci sorprese la domenica successiva sempre contro il Cagliari, rigorino di Riva e goal regolare annullato a Chiarugi. Lo Bello ci fece capire che non era il nostro anno. La Lazio lo ribadì, 1-5, in una domenica da dimenticare che esaltò la nemesi di Morrone.
Eppure la Fiorentina reagì. In Coppa dei Campioni superammo due turni con piglio autorevole, andando a vincere a Vaxjö ed a Kiev. Un quotidiano sportivo esordì in prima pagina con un Kiev va là? La Fiorentina, uno degli occhielli più originali che ricordo di aver letto. La Dinamo di Kiev, la squadra più titolata dell’ex Unione Sovietica, era tutt’altro che un avversario facile. Ci dimostrammo all’altezza della sfida europea e se all’andata in Ucraina praticammo un calcio incisivo, ma la progressione verticale in dribbling di Merlo con rifinitura per Chiarugi e la ribattuta al volo di Maraschi sulla punizione bomba di Amarildo furono spettacolari, nella partita di ritorno amministrammo con saggezza lo 0-0. Allora lo sapevamo fare.
Il destino in campionato si decise a Torino contro la Juventus e a Milano contro il Milan, due sconfitte sfortunate, nella prima paradossalmente, il paradosso è il sale del calcio, giuocammo molto meglio del trionfale 11 maggio precedente. Furono seguite da quella determinante per 1-2 contro il Napoli di Chiappella e a rendere pungente quel 18 gennaio 1970 in casa c’era pure in campo coi partenopei il nostro Uccellino. Sebbene lo 0-0 di Cagliari confermasse che i viola ed i laureandi campioni sostanzialmente si equivalevano e che la differenza (minima) la facevano le condizioni, oppure meglio, i condizionamenti ambientali.
Intanto piazza Fontana il 12 dicembre 1969 apriva ufficialmente la stagione del terrorismo più crudo, il 14 veniva firmato il contratto per la pipeline che ci avrebbe portato in Italia il gas dell’URSS. Il primo centro-sinistra si era già di fatto chiuso con il fallimento dell’unificazione socialista, i giuochi si fanno duri ed i cosiddetti vincoli esterni stringenti. Il Sessantotto sta diventando grande e così il suo carico di diritti e di omologazione culturale, la rivoluzione passiva dei Quaderni del carcere di Gramsci fa il suo corso.
Per la Fiorentina fu Glasgow il 4 marzo 1970. L’irritazione palese da patriota di Nicolò Carosio nel commentare la diretta Tv, e noi a patire impotenti davanti al televisore, gli ingenui entusiasmi frustrati della Sora Alvara volata in Scozia col Grillo canterino. Una ferita che fa ancora male ai sopravvissuti, protagonisti e tifosi, mentre le voci di quella sera lontana si fanno col tempo sempre più flebili.
Gianni Bonini



