A Firenze è tempo di rivoluzione, per dimenticare l’incubo di una stagione, la scorsa, iniziata malissimo e per fortuna finita con la salvezza. Ma quella appena conclusa è stata un’annata – una delle più amare di tutta la storia viola – di cui sentiamo ancora gli strascichi, come una influenza ostinata che continua a toglierci l’appetito anche quando tutti gli altri sintomi se ne sono già andati. La tifoseria, infatti, è sul chi va là, attende, valuta giorno per giorno, una parola dopo l’altra, una mossa di mercato per volta, perché, dopo l’entusiasmo della scorsa estate, è bene andarci coi piedi di piombo. Non perché non ci sia fiducia nel direttore Paratici – sul quale anzi convergono pareri positivi e attestati di stima –, ma perché il compito a cui è chiamato l’ex dirigente del Tottenham è decisamente in salita: davanti a sé ha il complicato dovere di sfoltire una rosa monstre, abbattere il monte ingaggi, rinforzare tutti i reparti, nessuno escluso, e sciogliere i nodi più grossi. Il primo tra i quali è certamente – e nuovamente – Moise Kean.
Considerato incedibile, ma al tempo stesso reduce da una stagione travagliata a causa delle sue condizioni fisiche, e tenuto conto dell’ingaggio pesante, al momento tutti gli scenari restano apertissimi. Specie perché da oggi, e fino al 15 luglio, varrà la clausola rescissoria da 62 milioni. Ed è inutile dire che il suo destino è in grado di cambiare totalmente volto, in un senso o nell’altro, al mercato della Fiorentina.
Paratici però non è l’unico a dover scendere su un campo accidentato. Fabio Grosso, il nome scelto per sostituire Paolo Vanoli sulla panchina viola, nelle prime partite si giocherà moltissimo. Vuoi perché, come detto, alle spalle abbiamo una stagione completamente fallimentare, vuoi perché – ancora una volta – si è scelto di puntare su un allenatore di belle speranze, anziché su una (presunta) certezza, non sarà per niente facile ricucire l’entusiasmo di una piazza che adesso si aspetta i fatti, e ridare coraggio a un gioco troppo spesso e troppo a lungo pavido, noioso e improvvisato. In campo i fiorentini, oltre ovviamente a vincere, vogliono l’esatto opposto: vogliono vedere l’impeto, perché – insegna il più fiorentino dei consiglieri – “è meglio essere impetuoso che respettivo“. Senza dimenticare che ci sarà da festeggiare degnamente un Centenario già tempestato di polemiche (si veda la vicenda Antognoni). Insomma, è appena iniziato luglio, un mese che servirà alla società e ai suoi uomini per creare quelle basi necessarie per dimenticare l’incubo appena passato. Quelle basi necessarie per affrontare una stagione che si prospetta lunga, impegnativa, e in cui non sarà più concesso sbagliare niente.
Al momento del domani, in riva all’Arno più che altrove, non c’è certezza.



