In questo 2026 nel quale si celebra il centenario della nascita della Fiorentina tanto si è parlato, si sta parlando e si parlerà così come tanto si è scritto, si sta scrivendo e si scriverà sulle vicende di una squadra di calcio che nel corso di un secolo ha infiammato di passione un popolo e, superando la dimensione sportiva, è diventata valore identitario per un’intera città.
Storie di calcio e di uomini, dai pionieri di via Bellini ai ricchi professionisti del calcio business dei nostri giorni, storie di vittorie e di sconfitte, di cadute e rinascite, di sogni svaniti e di successi insperati, storie tutte che hanno per protagonisti soprattutto loro, i calciatori, gli alter ego, la proiezione in campo di noi tifosi, le cui gesta, di cui restiamo gli autentici depositari e cantori, vanno indissolubilmente ad intrecciarsi con le nostre vite dall’età della ragione sino agli ultimi giorni.
E qui ci torna alla mente un commovente pezzo di poche righe che Giovanni Arpino, ricoverato all’ospedale delle Molinette, mandò alla Stampa pochi giorni prima di morire, poche righe di straziante bellezza sul conforto che porta ai malati la visione in Tv della partita che così si concludono “… Tutta in questi novanta minuti la vita, purché cada la memoria, purché si fermi la storia, il dolore al polmone, al naso, al collo forato. E’ la partita – ancora – che li salva, e sono straziati ma felici perché gli unici ad averlo ai piedi del letto il televisore, compagno morboso di un presente che è tutto il futuro rimasto. Nella notte i campanelli dell’urgenza suoneranno a lungo, piangeranno le lenzuola, squittiranno le scarpe di gomma ma l’Inter ha vinto e qualcuno si consola.”.
I calciatori dunque gli osannati artefici, se pur transeunti, di una storia tenuta in verità insieme dalla granitica, inscalfibile appartenenza di noi tifosi che invece non passiamo, una storia che in un secolo si è già tramandata attraverso le generazioni come è successo a noi boomers grazie ai racconti dei nostri padri e dei nostri nonni; dubitiamo, nonostante la nostra miglior volontà, di essere riusciti ad altrettanto in un tempo in cui la narrazione e l’ascolto sono stati scalzati dalla visione e dal consumo immediato, così come dubitiamo che un secondo centenario, se mai ci sarà, sia celebrato con lo stesso spirito.
Tornando ai festeggiamenti e alle manifestazioni che costelleranno i mesi che restano perché si compia questo 2026, la passerella sarà inevitabilmente soprattutto riservata a quei calciatori che hanno lasciato una traccia più profonda nella storia viola per classe, militanza, vittorie, attaccamento alla maglia e alla città, capacità empatiche di entrare e restare nel cuore dei tifosi a prescindere dalle loro virtù calcistiche.
Vogliamo invece qui ricordare giocatori che per certo non entreranno nel racconto del centenario, finiti nel dimenticatoio per l’irrilevanza del loro contributo se mai impiegati anche per frazioni di partita, presenti solo nella foto di rito di inizio stagione che pochi stentano a riconoscere, e se pur nominati non evocano niente suscitando la stessa reazione, ma forse pervasa da una vena di stizza (certi tifosi presumono di sapere tutto sulla propria squadra e sui giocatori che ne hanno indossato la maglia) che manca in quella di Don Abbondio nel leggere il nome del filosofo scettico di Cirene nell’incipit dell’ VIII capitolo prima che nella canonica si introducano Tonio e Gervaso ed irrompano poi Renzo e Lucia per il matrimonio a sorpresa che scatena il finimondo.
Per sfidare la memoria dei nostri “venticinque lettori”, sempre per dirla con “quel tal Sandro autor di un romanzetto” pur scevri della sottesa ironia manzoniana, abbiamo assunto come periodo dal quale attingere i “Carneadi” viola il decennio che va più o meno dalla metà degli anni sessanta alla metà degli anni settanta, gli anni nei quali per la nostra generazione la Fiorentina è diventata una ragione di vita e sui quali non si ammettono défaillance di memoria, quando in vero le rose erano numericamente più ridotte rispetto a quelle di oggi, spesso pletoriche e non sempre giustificate dalla frequenza degli impegni e dalle nuove possibilità di sostituzione nel corso della gara, nelle quali i “Carneadi” si sono moltiplicati.
Nel recupero dei calciatori dimenticati che ci siamo qui proposti partiamo dal campionato 1967-68, perché in quelli immediatamente precedenti non abbiamo trovato in rosa figure che avessero i tratti del “Carneade”, perché tali non possono essere Piero Lenzi, Giuseppe Cosma (entrambi una sola stagione in viola) e nemmeno Marzio Magli, solo cinque presenze in serie A e nessun gol in due stagioni, per il suo cognome che gli assicura una casella nella storia centenaria della Fiorentina, figlio di quel Renzo pilastro della difesa viola degli anni trenta e poi a più riprese chiamato alla guida tecnica della squadra nei campionati del dopoguerra esonerato e sostituito da Fulvio Bernardini nel 1953, ma anche nipote del mediano Augusto Magli (250 partite in serie con la Fiorentina dall’immediato dopoguerra al ‘54) e fratello dell’attaccante Vieri (alcune presenze in serie A col Genoa).
Riguardo appunto la stagione 1967-68 ci imbattiamo in certo FRANCO CORTESI, romagnolo di Lugo classe ’48 mediano.

Gioca una sola partita in Coppa delle Fiere, il ritorno di Fiorentina Sporting Lisbona il 13 dicembre 1967 dove subentra a Mario Bertini al 52° del secondo tempo; la Fiorentina non va oltre il pareggio (1 a 1 con vantaggio iniziale grazie a Maraschi) che la condanna all’eliminazione essendo uscita sconfitta nell’andata di Lisbona (1 a 2 con gol del momentaneo pareggio del sopra citato Marzio Magli subentrato nel secondo tempo a Luciano Chiarugi).
L’eliminazione costerà il posto a Beppe Chiappella, sostituito dal duo Luigi Ferrero e Andrea Bassi che condurrà la squadra sino a fine campionato portandola al quarto posto; un’ottima Fiorentina quella del 1967-68, priva sì di Kurt Hamrin ma sempre con Albertosi, Bertini e Brugnera poi ceduti l’anno successivo ed arricchita con Amarildo e Maraschi.
Del nostro Franco Cortesi restano quei 38 minuti di Fiorentina Sporting Lisbona del 13 dicembre 1967 al Comunale; di lui si perdono infatti le tracce, non segnalato neanche nelle serie inferiori come per un prematuro ritiro dalla attività agonistica e, con quella sola presenza in Coppa della Fiere, non menzionato nemmeno nella Bibbia del Calcio Italiano, monumentale opera di ricerca e compilazione di Francesco Salvi, unica nel suo genere, che di recente ha visto la luce, dove sono raccolti gli oltre diecimila calciatori che hanno giocato anche per un solo minuto in serie A dalla istituzione del girone unico nazionale (cento anni oggi, gli stessi della Fiorentina) e riportati quasi tremila profili di giocatori, vere perle di calcio raccontato.
La rosa di quello stesso 1967-68 annovera anche SILENO PASSALACQUA, il nome di per sé ne vale la menzione, classe ’49 toscano di Borgo a Buggiano, ala destra brevilinea e dribblomane secondo lo stereotipo del ruolo in quegli anni, una sola presenza in campionato il 10 marzo 1968 al Comunale, Fiorentina – Napoli ottava di ritorno, nella quale la Fiorentina si impone con uno scintillante 3 a 0 che ben ricordiamo per la doppietta di Maraschi e gol di Chiarugi.
Al Napoli, che schiera un attacco stellare con, da destra a sinistra, Canè, Juliano, Altafini, Sivori, Orlando, Ferrero e Bassi oppongono una Fiorentina che in qualche modo anticipa la formazione dello scudetto della stagione successiva con Albertosi, Pirovano, Mancin, Bertini, Ferrante, Brizi, Passalacqua, Merlo, Maraschi, De Sisti, Chiarugi.
Sileno, nella stessa stagione anche una presenza in Coppa delle Alpi, non rivedrà i campi della serie A se non a fine carriera (9 presenze nel Perugia nel campionato 1980-81), giocando soprattutto in serie B indossando le maglie di Perugia, Reggiana e Ternana.
Di lui si dice che fu il primo calciatore ad eseguire il “cucchiaio” nel tiro dagli undici metri.

Quella del campionato dello scudetto è una rosa qualificata; pur non campioni, non possono davvero essere considerati “Carneadi” calciatori come Stanzial, Cencetti, Pirovano, Mariani, Danova, le riserve di quella felice stagione.
Da menzionare invece è LUCIO BERTOGNA, friulano classe ’46 attaccante proveniente dal Venezia.

Sin da subito non trova spazio, solo due presenze ad inizio stagione, l’8 settembre in Coppa Italia nella fase a gironi 0 a 0 in casa col Foggia Incedit, ed il successivo 18 settembre con la Dinamo Zagabria in trasferta andata del primo turno di Coppa delle Fiere, 1 a 1 con gol di Pirovano, tanto che nella sessione novembrina del mercato viene ceduto alla Roma fortemente voluto da Helenio Herrera che poi lo terrà ai margini impiegandolo in campionato in solo tre occasioni.
Scenderà poi in serie B dove giocherà alcune stagioni indossando la casacca del Monza chiudendo la carriera a Trento in serie C.
Due i nomi da tirar fuori dalle nebbie dell’oblio nella stagione 1969-70: GIOVANNI MARONGIU e VASCO MARINELLI.

Giovanni Marogiu e Vasco Marinelli
Il primo, centrocampista sardo di Sorso classe ’50, scende in campo una sola volta nella Coppa Anglo- Italiana, il 9 maggio 1970 a Sunderland nella fase a gironi del torneo, 2 a 2 in rimonta grazie ai gol di Mariani e Chiarugi.
Gioca prevalentemente in serie C a Chieti, a Sassari con la Torres e a Novi Ligure, salvo un campionato in B a Bari nel 1973-74.
Muore nella sua Sorso nel febbraio 2024.
Il secondo, difensore umbro di Città di Castello anch’egli classe ’50, è sempre impiegato a fine stagione nelle quattro partite della fase a gironi della prima edizione della Coppa Anglo-Italiana che si disputano a maggio e che vedono l’eliminazione della Fiorentina, tra le italiane seconda dietro il Napoli, sulla base di una stranissima formula per la quale ai punti per vittoria e pareggio si sommavano i gol fatti.
L’anno successivo viene ceduto al Cesena per poi indossare le casacche di Modena e Salernitana alternando campionati di serie B e di serie C.
Dei componenti la rosa della travagliata stagione 1970-71 ancora due i calciatori i cui nomi riteniamo possano mettere a dura prova la memoria del tifoso viola: GIORGIO GENNARI e RODRIGO GHIANDI.

Gennari, centrocampista romagnolo di Ravenna classe ’51, proviene dal Bologna, dove ha già esordito in serie A, accompagnato per le sue doti tecniche da una buona reputazione che ricordiamo alimentarono allora certe aspettative.
Pesaola lo fa esordire in maglia viola il 4 ottobre 1970, seconda di campionato e prima al Comunale, nella complicata partita col Verona nella quale la Fiorentina è costretta a rincorrere l’iniziale vantaggio degli scaligeri grazie al gol di Clerici, che nella stagione successiva sarà il nostro centravanti, al 6° di gioco; entra come tredicesimo al posto del terzino Botti e sarà proprio lui a siglare il gol del definitivo pareggio dopo un’azione convulsa nella porta sotto la Fiesole.
Ma è un fuoco fatuo perché sarà progressivamente accantonato collezionando nella stagione appena dieci presenze senza altri acuti.
L’anno successivo viene ceduto al Modena in serie B (solo 5 presenze) giocando poi in serie C e in serie D con le maglie di Padova, Marsala, Ravenna e Fidelis Andria dove conclude la sua carriera a ventisette anni.
Ci lascerà nel maggio 2014 a 73 anni.
Rodrigo Ghiandi, centrocampista di Castellammare di Stabia classe ’51, aggregato alla prima squadra dalla Primavera, fa il suo esordio San Siro contro l’Inter il 17 gennaio 1971 quando Pesaola lo schiera titolare in una partita difficile (l’Inter è in fase di rimonta e vincerà lo scudetto regolando il Milan) e in una situazione di estrema difficoltà per la squadra che naviga da tempo nelle secche della bassa classifica.

E’ un esordio sfortunato perché uscirà piangente dal campo espulso ingiustamente dall’arbitro Sbardella alla fine del primo tempo; 2 a 1 a favore dell’Inter il risultato finale per la doppietta di Boninsegna ed il gol di Chiarugi su rigore.
Sarà ancora titolare nell’ultima del girone di andata al Comunale contro la Juventus, Fiorentina ancora sconfitta per 1 a 2 dopo l’iniziale vantaggio di Ferrante, sconfitta che oltre a segnare la fine della stagione di Pesaola sulla panchina della Fiorentina – sarà esonerato e sostituito da Oronzo Pugliese – segnerà anche la fine della sua carriera in viola ed in serie A.
Messo ai margini dal mago di Turi finirà l’anno successivo al Sorrento per poi tornare in Toscana e giocare nelle serie minori (Viareggio, Empoli, Rondinella) ritirandosi all’età di ventisei anni.
Una carriera che forse avrebbe potuto essere diversa se non segnata agli esordi dagli infelici episodi che abbiamo ricordato e dalla situazione di crisi tecnica e di risultati nella quale versava la squadra.
Lo abbiamo incontrato di recente ad una cena di Storie Viola nella quale si festeggiava l’anniversario del primo campionato italiano Primavera vinto dalla Fiorentina nel 1970-71 che lo aveva visto protagonista.
Per la stagione successiva, quel 1971-72 primo dei due anni di Liedholm, la scelta cade su GIORGIO CAMPAGNA, centrocampista milanese classe ’51 che arriva a Firenze a novembre proveniente dalla Roma.

Presentato come giocatore di talento e dalla tecnica raffinata se pur scarsamente strutturato sul piano fisico, fa il suo esordio in serie A il 20 febbraio 1972 nella partita casalinga con l’Atalanta diciannovesima di campionato nella quale la Fiorentina si impone per 2 a 0 con doppietta di Sergio Clerici, ricordiamo ancora la splendida rovesciata del raddoppio nella porta sotto la Ferrovia, e nella quale il nostro Campagna fornisce un’ottima prestazione confermando i buoni giudizi che ne avevano accompagnato l’arrivo a Firenze, enfatizzati poi dalle dichiarazioni dello stesso Niels Liedhollm che nella conferenza stampa del dopopartita arriva a definirlo “un Rivera in miniatura”.
Nonostante tali attestazioni, anche per l’insostenibile concorrenza di Claudio Merlo e Picchio De Sisti, non avrà spazio e soltanto 2 risulteranno le sue presenze a fine campionato.
Nella successiva estate si trasferirà al Bologna ma non calcherà mai più i campi delle serie A per un gravissimo infortunio che lo costringerà ad un lungo periodo di inattività e dal quale non si riprenderà più; solo qualche presenza in serie C nel Seregno per ritirarsi a 27 anni ed intraprendere la carriera di allenatore in C1, C2 e campionati giovanili.
Sicuro “Carneade” viola, di cui proprio con tutti gli sforzi non ricordiamo alcunché, è il centravanti pisano SERGIO CINI, classe ’50, in rosa nella stagione 1972-73.

Le statistiche ci dicono di due sue presenze in Coppa Italia nella prima fase a gironi giocata tra l’agosto ed il settembre 1972 e dalla quale la Fiorentina è subito eliminata per effetto della brutta scivolata alla prima in casa (0-3 dal Monza) ed i pareggi con Cesena, Bari e Bologna che si aggiudicherà il pass per la fase successiva.
Riteniamo che nella sessione di mercato novembrina dello stesso 1972 lasci la Fiorentina e le serie professionistiche per una carriera trascorsa tutta in Toscana tra i semiprò, Pisa Massese Grosseto e Carrarese le sue squadre, per ritirarsi nel 1982 a 32 anni.
Dei componenti la rosa nella stagione 1973-74, quella di Gigi Radice che tante speranze aveva generato col suo mix di giovani di sicura prospettiva e di più maturi giocatori di valore assoluto, è il difensore pisano classe ‘52 Valeriano Prestanti l’elemento ad essere meno impiegato, una sola presenza nella stagione quando Radice lo fa esordire in serie A nel ritorno in casa col Torino, 3 a 1 per i viola con doppietta di Desolati e gol di Saltutti, ma non certo un “Carneade” considerati i numeri della sua carriera, 87 presenze in serie A con 7 gol e 123 in B con 2 gol, pilastro della difesa del Lanerossi Vicenza dei miracoli di Paolo Rossi e dell’allenatore G.B. Fabbri di cui è uno dei punti di forza costituendo insieme al libero Carrera una coppia di difensori centrali di grande affidamento.
Andando oltre ci fermiamo, in questa bizzarra carrellata di calciatori dimenticati, alla stagione 1974-75 per ricordare due giovani che assaggiano la serie A in una sola occasione e con la maglia della Fiorentina (per quell’unica presenza sono puntualmente indicati nella Bibbia del Calcio Italiano), il difensore cagliaritano PAOLO MANUNZA ed il centrocampista bellunese ANTONIO TORMEN, entrambi classe ’55.

Manunza gioca la sua prima ed unica gara in serie A il 27 aprile 1975 nel ritorno in casa col Cagliari, 2 a 1 per i viola, Antognoni ed autogol di Comunardo Niccolai difensore centrale notoriamente aduso all’autolesionismo.
Non rientrando evidentemente nei programmi tecnici della società, viene ceduto al Modena in serie B; nei canarini guidati dall’allenatore Mario Caciagli mette a referto in due campionati 25 presenze ed un gol.
Scende ancora di categoria prima a Piacenza, due campionati, e poi a Teramo, sei campionati, città nella quale si stabilisce definitivamente chiudendo la carriera a 33 anni dopo alcune stagioni tra i dilettanti.
Ci ha lasciato di recente, l’8 giugno scorso a 71 anni, troppo presto.
Tormen fa invece il suo esordio in serie A nell’ultima di campionato il 18 maggio 1975, la domenica successiva a quella della memorabile vittoria interna sulla Juventus per 4 a 1, a Marassi con la Sampdoria che vede una Fiorentina corsara che si impone per 4 a 3 con gol di Caso, Speggiorin e doppietta di Nello Saltutti nel secondo tempo.

Lascia la Fiorentina nella successiva sessione estiva del mercato girando poi per mezza penisola, Chieti, Udine, Casale, Livorno, Modena, Foggia, Napoli nel Campania le sue tappe ritirandosi a 33 anni, prevalentemente nei campionati semiprò pur contando 28 presenze e 3 gol in serie B nella stagione 1982-83 con la maglia del Foggia dove ritrova i viola Massimo Mattolini e Claudio Desolati.
Nell’anno del centenario ci è parso dunque giusto ricordare anche queste figure dimenticate, ma forse non per i nostri “venticinque lettori” che magari avranno tratto godimento nell’averli invece ancora in mente nonostante i dubbi dell’estensore, riportare la luce sui loro volti offuscati dalle nebbie del tempo e tratteggiarne l’anonima e talvolta breve storia calcistica, corifei della foltissima schiera dei minori, esclusi dall’onore di entrare nella Bibbia del Calcio Italiano nonostante i criteri amplissimi (una sola presenza in serie A) assunti dall’ottimo Francesco Salvi, per i quali sarebbe improprio anche il termine di meteora non avendo mai brillato di luce propria, ma pur sempre calciatori della Fiorentina che hanno accompagnato le nostre stagioni e, nel cuore ingenuo delle nostre adolescenze, alimentato comunque speranze.
Marco Pieri – Viola Club Franco Nannotti



