1970-1976 Nasce la stella Antognoni
CENTO ANNI, UN’UNICA PASSIONE
Quarto testo di approfondimento per celebrare il Centenario della Fiorentina, curato da Alessandro Coppini, che racconta il periodo dal 1970 al 1976
NONOSTANTE LE ATTESE SI BRILLA SOLO IN EUROPA
C’è molta attesa intorno alla squadra viola: sulle maglie spicca lo scudetto tricolore, sormontato da un piccolo giglio rosso. Quella maglia sì che meriterebbe l’abusato termine odierno di “iconica”. I tifosi, nel consueto ritiro di Acquapendente, si stringono intorno alla squadra sperando in un bis del vittorioso campionato precedente. L’entusiasmo è dovuto anche a un una conferma pressoché totale dell’11 che ha vinto il tricolore. L’unica variazione è in difesa, dove avviene uno scambio col Cagliari, al quale viene ceduto Mancin e dal quale arriva Longoni. Ma è soprattutto la conferma in panchina dell’allenatore, Bruno Pesaola, che alimenta le speranze di ripetersi ad alto livello. Nessuno infatti ha il minimo dubbio sul fatto che uno degli artefici principali del trionfo in campionato, sia stato proprio il “Petisso”. L’inizio sembra confermare le vibrazioni positive che si percepiscono nell’ambiente. La prima giornata vede di scena al Comunale di Firenze, il Verona. I viola vincono grazie a un goal di Luciano Chiarugi, e un’occhiata alle foto dell’epoca permette di valutare due aspetti oggi impensabili. Davanti alle porte, vista la pioggia che cade, per evitare il formarsi di pozzanghere è stata sparsa della segatura. Sugli spalti sono ancora permessi gli ombrelli, fonte inevitabile di litigio tra gli spettatori

Compresa questa gara, sono quattro le vittorie consecutive in campionato tra le quali quelle in trasferta con Napoli e Vicenza, due campi molto difficili. Alla quinta è previsto un vero e proprio scontro diretto tra pretendenti al titolo, con il Cagliari di Luigi Riva. Stadio stracolmo, squadre al completo, spettacolo annunciato. Ma la scena se la prende tutta l’arbitro per antonomasia, il signor Concetto Lo Bello da Siracusa. Al 21º concede con manica larga un rigore ai sardi, mentre nella ripresa annulla per fuorigioco di posizione di Mariani, un goal a Luciano Chiarugi. Non la prende bene il pubblico di casa, c’è addirittura un tentativo di invasione di campo accompagnato da un coro, cantato all’unisono dai 60.000 presenti, che diverrà famoso: “duce! duce!”.

Questa sconfitta sarà una svolta nel campionato viola. Arriverà una squalifica del campo, ma soprattutto un crollo mentale della squadra. A Roma, contro la Lazio i viola subiscono una manita: cinque a uno il risultato finale per i biancocelesti. Pur con alti e bassi la Fiorentina non si riprenderà mai del tutto e non sarà mai veramente in lotta per un nuovo tricolore, il suo terzo. I gigliati concludono comunque ad un dignitoso quinto posto. Quello che i viola non riescono a fare nel campionato italiano lo fanno, almeno in parte, sulla scena europea. Si tratta della vera Coppa dei Campioni, cioè del torneo al quale partecipano solo i vincitori dei singoli campionati del Vecchio Continente. Il turno eliminatorio è contro gli svedesi dell’Oester. Gli uomini di Pesaola vincono sia all’andata che al ritorno in terra di Svezia. Gli ottavi propongono un avversario che appare insormontabile la Dinamo di Kyiv, a quei tempi fortissima. Ma a novembre, nel gelo ucraino, i viola si impongono per due a uno con goal di Chiarugi e Maraschi. E al ritorno riescono a chiudere sullo 0 a 0 passando il turno. Ai quarti l’asticella si alza ancora: sono gli scozzesi del Celtic Glasgow gli avversari. Andata in Scozia, e il risultato finale, tre a zero per i padroni di casa, non rende giustizia alla Fiorentina. Reggono per ben 75 minuti gli uomini di Pesaola ma, complice anche alcune assenze in difesa, crollano proprio nel finale. Il ritorno, 18 marzo, si svolge in uno stadio gremito e una temperatura vicino allo zero per il forte vento.

È Chiarugi, non schierato da Pesaola all’andata fra le polemiche di tifosi e giornalisti, il vero protagonista della partita: segna al 37º del primo tempo, e si vede annullare un goal che avrebbe dato concrete speranze per una rimonta dei gigliati. Che invece escono, con onore, dalla competizione europea più prestigiosa. Per dovere di cronaca va citata anche una positiva partecipazione alla Coppa delle Alpi, dove i viola arrivano in finale e vengono battuti per tre a due dal Basilea. Curioso invece il cammino in Coppa Italia: il primo turno è in realtà un girone all’italiana, che i viola vincono abbastanza facilmente. Nei quarti l’avversario è il Varese: 0-0 all’andata e 0-0 al ritorno. È una squadra con alcune buone individualità, quella varesina, come Carmignani, Perego, Bettega e Paolo Nuti ex “giovane viola”. Ma soprattutto in panchina c’è Nils Liedholm, proprio lui “il Barone”. La curiosità sta nel fatto che il regolamento dell’epoca non prevedeva né supplementari né rigori, bensì una eventuale “bella”. Ed è proprio la terza gara sul neutro di Verona che vedrà l’eliminazione della Fiorentina, sconfitta per uno a zero con rete di Gorin.
DAL SOGNO TRICOLORE ALLA PAURA DI RETROCEDERE
La stagione da campioni in carica è stata senz’altro deludente: all’inizio molti, tra tifosi e giornalisti, pensavano fosse possibile addirittura vincere nuovamente il titolo. Non è andata così, ma durante l’estate la delusione lascia comunque lo spazio a nuove speranze e aspettative. È anche il clima generale intorno al calcio italiano che spinge all’ottimismo. In giugno si sono svolti in Messico i Campionati Mondiali. L’Italia arriverà seconda, e la semifinale disputata contro la Germania è stata così esaltante da meritarsi, in seguito, il posizionamento allo stadio Azteca di una targa che la definisce “la partita del secolo”: un rocambolesco alternarsi di reti che porta, dopo i supplementari, al risultato finale di quattro a tre per gli azzurri.
Anche a Firenze ci furono festeggiamenti, perché ancora non era avvenuta la frattura tra i tifosi viola e la nazionale italiana, o meglio la FIGC, e per di più uno dei protagonisti del cammino azzurro era stato senz’altro Giancarlo De Sisti. Insomma, prima del campionato c’è un discreto entusiasmo. Alimentato anche da un acquisto che per quei tempi è da considerarsi costosissimo. Dal Lanerossi Vicenza arriva infatti Alessandro Vitali, che con 17 reti stagionali era stato vice capocannoniere del torneo appena concluso, dietro solo a Gigi Riva. Per assicurarsi il centravanti, la Fiorentina sborsò 600 milioni, cifra veramente enorme. Basti pensare che, due anni, dopo, Beppe Savoldi passò dal Bologna al Napoli per 1 miliardo, cifra che scandalizzò l’Italia intera e restò nella storia del calciomercato.
Il centravanti prende il posto di Maraschi che, dopo una stagione da assoluto protagonista nell’anno dello scudetto, non si era ripetuto, chiudendo con un bottino personale di sole cinque reti. Vitali sembra combinarsi perfettamente con l’estro di Chiarugi, mentre Mariani è più che un buon rincalzo. Ma sarà invece proprio l’attacco il punto debole della squadra. Che dopo un’illusoria vittoria a Roma alla prima giornata, non vince per sette turni consecutivi, subendo due sconfitte interne, tra le quali il rovescio per due a cinque contro il Milan.
Il rotondo tre a zero interno contro il Foggia, con doppietta di Chiarugi, risulta solo illusorio, e alla 15ª giornata, una sconfitta interna contro l’avversaria di sempre, la Juventus, sancisce il termine dell’avventura di Pesaola sulla panchina viola. Il Petisso, come era soprannominato con un soprannome usato in Argentina per la sua piccola statura, è stato senz’altro uno degli artefici del secondo tricolore della Fiorentina. Personaggio dalle tante sfaccettature, fumatore accanito, eloquio lento e con una voce nasale che a volte sembrava prendere in giro l’interlocutore, Pesaola era anche molto scaramantico: leggendario il suo far ascoltare alla squadra in viaggio verso la trasferta domenicale, utilizzando un mangiadischi, i 45 giri di Peppino Gagliardi, che una volta fu ospitato anche al Comunale. Alcuni giocatori riferiscono che durante una trasferta il disco portafortuna fu dimenticato a Firenze, e che Pesaola fece aprire un negozio (chiuso per riposo domenicale) per poterlo far ascoltare ai suoi giocatori. Ma, in quanto a folclore, niente poteva il Petisso, a confronto del suo sostituto, uno dei più pittoreschi personaggi del panorama calcistico nazionale Oronzo Pugliese, conosciuto anche come il “mago di Turi”. I suoi prepartita sono affollati di episodi scaramantici che comunque, come vedremo, almeno in riva all’Arno non sortiscono grandi effetti.

Ad essere onesti tuttavia, il suo fare istrionico mette in secondo piano qualità dell’allenatore e risultati non proprio secondari. All’inizio degli anni ‘60 porta il Foggia (a quel tempo Foggia Incedit, come recitano le schedine Totocalcio) dalla serie C alla serie A, dove ottiene un miracoloso nono posto. Nel 1964 gli viene assegnato il “Seminatore d’oro”, premio riservato al miglior allenatore della serie A, grazie ai voti dei colleghi che siedono in panchina nella massima serie. Oronzo Pugliese può vantare anche un’importante esperienza alla Roma e successivamente al Bologna. Ma, come già detto, il personaggio prende il sopravvento sul tecnico, e non pochi pensano che sia stato lui ad ispirare il celebre Oronzo Cana’, cioè l’”Allenatore nel pallone” interpretato da Lino Banfi. Tornando al campo però a Firenze i risultati furono modesti. Nelle 15 gare nelle quali è al timone della squadra viola, arriva solo una vittoria contro il Vicenza, con uno dei pochi goal dell’ex biancorosso Vitali. Per il resto una lunga fila di pareggi (alla fine per i viola saranno addirittura 19) compreso quello decisivo alla penultima giornata che vede al Comunale i futuri campioni d’Italia dell’Inter. Conducono per 2 a 1 i nerazzurri proprio fino al 90º, quando con un tiro dal limite, Brizi riporta le squadre sul due a due che sarà il risultato finale.
La rete ha una straordinaria importanza per le sorti della squadra, ed è bene inserirla tra le statistiche che riguardano uno dei più amati giocatori sulle rive dell’Arno fiorentino per tecnica e caratteristiche umane: Giuseppe Brizi per tutti Pino e per alcuni addirittura Brizenbauer per il modo di giocare che ricorda il “Kaiser” Beckenbauer. Brizi esordisce nel 1963 a 21 anni come titolare contro la SPAL e segna il goal della vittoria gigliata. Poi, almeno per quanto riguarda la massima serie, otto anni senza realizzare nemmeno un goal, fino a quel fatidico pomeriggio quando segna la sua seconda rete in viola.

Un altro pareggio, 1 a 1 stavolta sul terreno della Juventus, permetterà alla squadra di finire a pari punti con il Foggia, e di salvarsi solo per la differenza reti. Fa un po’ impressione pensare che appena due anni prima, al comunale di Torino la Fiorentina aveva conquistato lo scudetto. Insomma, lo splendido capitolo della Fiorentina Ye-Ye sembra davvero sul punto di chiudersi.
UN NUOVO CORSO NEL NOME DEL BARONE
Che si tratti della fine di un ciclo lo dimostra anche l’avvicendamento ai vertici societari: se ne va Nello Baglini il presidente del secondo scudetto, e al timone viola sale Ugolino Ugolini, fino ad allora vicepresidente. Se è praticamente impossibile fare una classifica dei presidenti in viola, soprattutto per la difficoltà di paragonare epoche fra loro tanto diverse, si può senz’altro affermare che Nello Baglini ha rappresentato un modo di fare calcio e di condurre la società che dovrebbe ispirare, almeno in parte, anche i tempi odierni.
Al suo arrivo a Firenze la società aveva una importante esposizione debitoria e la strada scelta da Baglini fu sia il contenimento delle spese (anche con piccoli accorgimenti, quale la sospensione delle tessere e dei biglietti omaggio) sia soprattutto privilegiare la maturazione dei giovani provenienti dal vivaio. Anche da un punto di vista del rapporto con i tifosi, Baglini promosse una svolta storica, favorendo la fondazione del Centro Coordinamento Viola Clubs.
Venendo al campo, Oronzo Pugliese era stato il classico “traghettatore“, e una volta ottenuta la salvezza al suo posto sulla panchina arriva Niels Liedholm.

Grandissimo giocatore ai tempi di un Milan eccezionale, anche come allenatore fa intravedere importanti qualità, partendo dalla provincia e portando al nono posto della classifica di serie A, il neo promosso Varese. Per i suoi abiti di buon taglio, per i modi eleganti, e l’eloquio cadenzato e a bassa voce, l’allenatore viola è soprannominato “il Barone”. Tutto sommato l’ossatura della squadra non è molto diversa da quella che ha vinto lo scudetto, pochi anni prima. Arriva anche un fiorentino a vestire il viola (caso piuttosto infrequente), Andrea Orlandini da San Frediano detto, per il suo fisico e le sue movenze “Birillo“. A centrocampo ecco un mediano incontrista di grandissimo spessore e con discrete capacità realizzative, Nevio Scala, acquistato dal Vicenza. Ma è ancora una volta in attacco che arriva l’acquisto che dà ai tifosi le maggiori speranze di un buon campionato: dal Verona viene acquistato Sergio Clerici, più che promettente bomber brasiliano. Altro giocatore con caratteristiche offensive Ferruccio Mazzola (fratello del più famoso interista Sandro) che arriva dalla Lazio.

Liedholm ha anche una apprezzabile tendenza a valorizzare i giovani. In questa stagione esordisce a soli 16 anni Claudio Desolati, nato a Genk (Belgio) da genitori italiani, che segnerà nei tornei successivi storici ed importanti goal con la maglia gigliata. La prima in casa vede protagonisti proprio due dei nuovi giocatori: a confezionare il due a uno finale contro il Napoli, sono proprio Orlandini e Clerici. Anche nel proseguimento del campionato la Fiorentina ha un percorso discreto, ma una seconda parte del torneo meno efficace le impedisce di volare alto. Arriva comunque un sesto posto che significa qualificazione alla coppa Uefa dell’anno successivo. Da notare il buon inserimento del già citato Clerici, che realizza 10 centri stagionali (i campionati dell’epoca erano a 16 squadre).
In Coppa Italia la Fiorentina supera il primo turno vincendo il proprio girone, ma nella fase successiva (sempre a gironi) arriva seconda dietro il Napoli ed è perciò eliminata. Migliore il percorso nella Mitropa Cup, nel corso nella quale arrivano a giocarsi la finalissima. Ma perdono contro il Celik Zenica, squadra a quel tempo della Jugoslavia, e oggi appartenente alla Bosnia-Erzegovina. Al torneo di Viareggio i giovani viola sono eliminati in semifinale dal Dukla Praga, squadra di notevole spessore soprattutto a livello giovanile.
NASCE UNA STELLA
Alla vigilia della stagione l’acquisto più importante al mercato estivo è senz’altro quello della punta Nello Saltutti, proveniente dal Foggia. Sul versante delle cessioni continuano ad andarsene i protagonisti del secondo scudetto. Partono Chiarugi e Ferrante, ma al di là di alcune incomprensioni questo rientra nel solco tracciato da Nils Liedholm. Che accanto a giocatori esperti lancerà alcuni giovani che saranno importanti per il futuro della Fiorentina, in un caso addirittura uno dei più grandi di sempre. Si accennava ai giocatori con maggiore esperienza rimasti in rosa, e tra questi è impossibile non citare Superchi, Merlo, De Sisti, Longoni. Comunque le partenze di cui sopra creano un certo malumore tra i tifosi. Malumore accentuato dall’eliminazione al primo turno in Coppa Italia e da quella dalla Coppa Uefa ai sedicesimi di finale, contro i portoghesi del Vitoria Setubal.
Ma in campionato la realtà sarà molto diversa a cominciare dalla terza giornata, il 15 ottobre 1972. La Fiorentina è di scena al Bentegodi contro il Verona. In settimana a centrocampo si è registrato l’infortunio di De Sisti, e Liedholm, in sintonia con la già citata predilezione per i giovani, lancia in prima squadra Giancarlo Antognoni. Il diciottenne di Marsciano era stato acquistato quell’estate dall’Asti Ma.Co.Bi, società che militava in serie D. La giovane promessa era seguita anche dalla geograficamente più vicina compagine del Torino, alla quale però fu strappata con una cifra per quei tempi considerevolissima, si dice intorno a 500 milioni di lire. In questa vicenda un ruolo importante lo ha giocato anche quello che era al tempo il principale osservatore della Fiorentina, Egisto Pandolfini.
Tornando al suo esordio, se si pensa ai tempi odierni nei quali le cronache sono piene di giocatori che dopo una partita vengono dichiarati con toni entusiastici “campioni” (anzi oggi va di moda “predestinato”) e poi spariscono senza lasciare traccia, nel caso di Antognoni fu esattamente il contrario. La sua prestazione fece intravedere a tutti bagliori di classe purissima, una grande visione di gioco e un lancio pulito, frequentemente di 40 metri. La paternità è ancora discussa, ma di sicuro un giornalista dell’epoca scrisse che Antognoni “gioca guardando le stelle”, per sottolineare la capacità del centrocampista viola di giocare a testa alta, e di guardare quindi il compagno da raggiungere con un passaggio prima ancora di ricevere il pallone.

Nella seguente giornata, incontro interno col Torino, Liedholm continua con la sua tendenza a valorizzare i giovani e fa esordire Domenico Caso, anch’egli diciottenne, e destinato a essere una pedina importante nel futuro viola. Terzo esordio importante, quello che avviene nella gara interna col Bologna, che vede scendere in campo per la prima volta tra i titolari Moreno Roggi, appena maggiorenne e proveniente dall’Empoli.
Che si tratti di un gruppo di giovani di gran valore lo conferma la vittoria al torneo di Viareggio
I viola eliminano Dinamo Zagabria, Ujpest Dozsa e il Crystal Palace in semifinale. La finalissima è contro il Bologna. I viola schierano tra gli altri Roggi, Caso, Antognoni, Rosi (che segnerà il goal vittoria) Tendi, Pellegrini, Restelli. Ma anche nel Bologna i talenti non mancano, Colomba e Pecci su tutti. Ci vogliono i supplementari ma i viola conquistano la Coppa.

Tornando al campionato, la squadra ingrana, ottiene buoni risultati, anche per le capacità realizzative del confermato Clerici, e il contributo del neo acquisto Saltutti. Per quanto riguarda il reparto offensivo da segnalare un altro fatto rimasto nella memoria dei tifosi. Per la 24ª giornata, 7 aprile 1973, e’ di scena al Comunale la Juventus. Al posto dell’infortunato Clerici, viene schierato al centro dell’attacco Claudio Desolati, che aveva esordito l’anno precedente anche se con una sola presenza. E’ il terzo dei diciottenni esordienti di quell’anno, ma entra subito, nell’immaginario dei tifosi viola, tra i grandi protagonisti. Nel primo tempo infatti segna Saltutti per il vantaggio viola, ma a 12 minuti dalla fine Causio riporta la gara in parità. Mancano sei minuti al termine, e il pari sembra soddisfare tutti. Merlo però, con un filtrante dei suoi, trova dentro l’area il piccolo attaccante gigliato, che effettua un doppio dribbling da consumato goleador, e trafigge niente meno che Dino Zoff. La rete fa letteralmente esplodere di gioia tutti i 55.000 spettatori presenti (numero senz’altro da sottolineare, per capire quale fosse l’affluenza in certe gare).

Al di là dei singoli, come già detto la squadra si comporta bene. Non tanto in Coppa Italia, e nemmeno nella tanto desiderata partecipazione al coppa Uefa, dalla quale esce ai sedicesimi di finale eliminata dai portoghesi del Vitoria Setubal, in virtù dei goal in trasferta che valgono doppio e che permettono ai portoghesi di andare avanti. Il buon risultato finale lo ottiene proprio nel massimo torneo: quarto posto dietro solamente a Juve, Milan e Lazio. Per il parco giocatori e soprattutto per gli eccellenti giovani lanciati durante la stagione, questa sembra proprio la partenza di un percorso che permetterà di ottenere risultati importanti. Consapevole ne e’ soprattutto Niels Liedholm, che chiede un ulteriore salto nella qualità dell’organico. Richiesta non esaudita da Ugolini, e così il Barone lascia la panchina viola.
LA STAGIONE DI RADICE E DI ALTRI GIOVANI CAMPIONI
Al di là dell’importante perdita di un allenatore dello spessore di Liedholm, le basi di partenza per il torneo a venire sono ancora una volta ottime. Al nucleo di giovani di sicuro avvenire (lo confermerà anche la nazionale azzurra, nella quale alcuni di loro troveranno posto) si aggiunge il nuovo acquisto Vincenzo Guerini, proveniente dal Brescia. Centrocampista di gamba e di grande grinta, fu definito da molti il “Netzer della Val Trompia”. Le caratteristiche della rosa si sposano perfettamente con il nuovo mister che viene chiamato a sedere per questa stagione sulla panchina viola. Anche egli relativamente giovane, 39 anni, reduce da una stagione nella quale ha fatto brillare una provinciale, il Cesena, il suo credo calcistico è in qualche modo frutto dei tempi che sta attraversando il calcio internazionale. Nel quale ad affascinare è soprattutto quello dell’Olanda dei vari Crujiff, Rep, Neskens, Resenbrink, che grazie all’allenatore Rinus Michels attuano il cosiddetto “calcio totale”: possesso palla, pressing, giocatori polivalenti col superamento dei ruoli. Anche quello di Radice è un gioco fondamentalmente d’attacco, aggressivo veloce che ribalta in qualche modo l’italico “primo non prenderle”
Al gioco non sempre corrisponderanno risultati anche per la relativa sterilità proprio degli attaccanti: sei reti Desolati e sette Saltutti, che sono i capocannonieri. Si toglie comunque diverse soddisfazioni nel torneo la squadra viola, battendo avversari del calibro dell’Inter, della Juventus del Milan, tutte sconfitte al Comunale. Rende un po’ meno la squadra nel girone di ritorno, e il pareggio interno per 1-1 con la Sampdoria all’ultima giornata, la pone al sesto posto della classifica generale e costa la qualificazione alla partecipazione alla coppa Uefa dell’anno successivo.
Il torneo vede anche il progressivo “accantonamento” di Picchio De Sisti, solo 19 le presenze, che a fine stagione lascerà la maglia viola per tornare nella “sua” Roma.

Per quanto riguarda le coppe, eliminata al primo turno in Coppa Italia, (si trattava di gironi a cinque squadre) ed eliminata nei trentaduesimi di finale in Coppa UEFA dai rumeni dell’Universitatea Cracovia.
Nel complesso i risultati non sono sufficienti a mitigare la delusione del presidente Ugolini, che attribuisce all’inesperienza di Radice la flessione nella seconda parte di campionato. Nella testa del presidente si fa strada l’idea di affiancare al giovane allenatore una sorta di supervisore più esperto, identificato addirittura in un monumento degli anni 60, Nereo Rocco. Radice, che tra le proprie caratteristiche ha un carattere forte e spigoloso, naturalmente non accetta.
FINALMENTE SI RACCOLGONO I FRUTTI E ARRIVA UN TROFEO
L’esperto è titolatissimo Nereo Rocco non viene a fare la chioccia a Gigi Radice, ma lo sostituisce sulla panchina viola. La squadra in mano al Paron ha buone potenzialità, e alla rosa si aggiunge un altro giovane, il ventunenne Gianfranco Casarsa, caratteristiche tecniche del tutto peculiari. All’inizio subentrante dalla panchina, poi sempre più in veste titolare, il friulano è una punta atipica per quei tempi. Gioca all’ala o al centro dell’attacco, ma in ogni caso non è mai un vero centravanti, è più simile per tecnica e movimenti a quello che oggi si definisce un “falso nueve”. Un’altra caratteristica che lo rende peculiare nel panorama calcistico dell’epoca, è il suo modo di battere i rigori: rincorsa al massimo di uno o due passi, sembra che li batta veramente da fermo.
Rocco si conferma presenza importante, ma anche piuttosto ingombrante. Abituato a gestire un gruppo di campioni navigati, si trova paradossalmente in difficoltà a guidare un gruppo di giovani non ancora famosi. Probabilmente gli manca anche la celebre vicinanza con i giornalisti del circolo milanese, gli mancano le serate nei ristoranti meneghini di proprietà toscana, dove si fa tardissimo, si parla di calcio e si beve buon vino in gran quantità.

Questa difficoltà di rapporto con i propri giocatori, raggiungerà l’apice in una vicenda riguardante Speggiorin, di cui riferiremo più avanti. I risultati in campionato sono altalenanti, ma il torneo permette di consolidare il profilo di giovani di grande qualità. Sicuramente questo è l’anno in cui Giancarlo Antognoni inizia a diventare il leader indiscusso della squadra viola. Saranno 29 alla fine (su 30 totali) le gare disputate da “l’unico 10”. Ma non è solo nei dintorni di viale Fanti che Antognoni e alcuni suoi compagni si mettono in evidenza: ormai gli stessi finiscono sotto i riflettori a livello nazionale.
Sicuramente un fatto importante è la presenza sulla panchina della nazionale azzurra di Fulvio Bernardini, che vuole rivoluzionare la squadra che ha fallito ai mondiali di Germania, lanciando giovani e privilegiando il bel gioco. Così, a novembre del 1974, in una partita valida per la fase eliminatoria di qualificazione ai successivi campionati europei, trovano posto tra i titolari addirittura tre giocatori gigliati. E l’avversario non è uno qualsiasi, ma l’Olanda di Cruijf, di Neeskens di Rep, che tutti ammirano e tutti apprezzano. Per Giancarlo Antognoni e l’esordio in maglia azzurra, e insieme a lui scenderanno in campo Roggi e Orlandini, al quale viene affidato l’impossibile compito di marcare proprio il 14 Orange, Joan Cruijf. La gara si chiude con una sconfitta, ma i giovani viola in nazionale ci torneranno anche in seguito.
Viaggia sempre verso metà classifica la Fiorentina, e il vero sussulto della stagione nel massimo torneo arriva alla penultima giornata, la 29ª prevista al Comunale l’11 maggio 1975. Già la settimana prima della gara è piena di fatti significativi. In quel periodo storico era quasi la regola disputare una partita amichevole nei dintorni di Firenze, con lo scopo di provare nuove soluzioni tattiche o di verificare la condizione di alcuni giocatori in non perfette condizioni fisiche. I viola sono di scena a Pontassieve e Rocco, che dovrà fare a meno la domenica successiva di Galdiolo, dà indicazioni a Speggiorin di giocare terzino. L’intenzione è addirittura di fargli marcare la domenica successiva l’attaccante juventino più pericoloso, Roberto Bettega. In realtà alcuni sostengono che più che un tentativo di trovare soluzioni tattiche, quella fosse una punizione per un giocatore che il Paron riteneva non si impegnasse abbastanza sul campo, e non conducesse vita da atleta fuori.
Sia come sia, Walter Speggiorin si rifiutò e in seguito ricorse addirittura al sindacato calciatori. Comunque la partita interna con la Juventus andava giocata. I bianconeri vincendo a Firenze si sarebbero aggiudicati il titolo, e voci affidabili dicono che i torinesi si fossero portati a Firenze diverse casse di champagne per festeggiare la conquista di tricolore. Sul campo però le cose andarono un tantino diversamente: al 34º autorete di Zoff e cinque minuti dopo Antognoni porta sul 2-0 i viola. Riapre la gara alla mezz’ora, un’autorete di Rosi, ma al 73º, col suo modo inconfondibile di calciare i rigori, Casarsa porta sul tre a uno i gigliati. Nel disperato tentativo di recuperare, i bianconeri si sbilanciano e al 90º Caso chiude con il goal che vale un trionfale quattro a uno.
Ma è in Coppa Italia che la squadra fa il capolavoro. È evidente che Rocco è l’ambiente fiorentino non possono più andare avanti, e a fine stagione c’è quindi il divorzio. Per la stagione successiva viene identificato un allenatore promettente che tanto bene ha fatto ad Ascoli, Carletto Mazzone, ma per la finale di Coppa Italia, alla quale i viola si sono qualificati, il nuovo allenatore non può sedere in panchina. La squadra è perciò affidata al decano dei quadri tecnici gigliati il fiorentino Mario Mazzoni.

La finale dell’Olimpico si presenta difficile perché l’avversario è il Milan di Gustavo Giagnoni. Tra le insidie, anche la presenza di due ex di lusso, Luciano Chiarugi e Enrico Albertosi acquistato dai rossoneri proprio quell’anno. La partita risulterà combattuta e divertente. In vantaggio la Fiorentina dopo 14 minuti: a segno Casarsa con uno dei suoi infallibili rigori. Ma questo vantaggio dura appena sei minuti e arriva il pareggio del Milan, pareggio con il quale si chiude il primo tempo. Al 54º è Vincenzo Guerini a portare avanti i viola, ma l’ex col dente avvelenato, Luciano Chiarugi, riporta le squadre in parità. Appena due minuti dopo avviene qualcosa che solo il calcio riesce a regalare. All’inizio della ripresa Mazzoni sostituisce Bruno Beatrice, infortunato, con un altro difensore Giuseppe Lelj. Che però resta in campo solo due minuti, infortunandosi a sua volta. Facendo di necessità virtù Mazzone schiera allora il viareggino Paolo Rosi, fondamentalmente un centrocampista avanzato. E sarà proprio Rosi a segnare di testa in tuffo, il 3-2 che significherà la conquista della Coppa.
Da notare che lo stesso era stato decisivo nella finale del Torneo di Viareggio, conquistato l’anno prima. Insomma una serie di coincidenze particolari permettono ai viola di conquistare un trofeo comunque meritato. Che si tratti di un calcio ovviamente molto diverso da quello odierno ma comunque bellissimo, lo testimoniano le foto a fine gara, dove molti giocatori della Fiorentina esultano e mostrano la coppa, indossando le maglie degli avversari.

NELL’ANNO DEL CINQUANTENARIO IL MANIFESTO PROGRAMMATICO DELLE VICENDE VIOLA
La stagione che culminerà con i primi cinquant’anni di storia Viola (1926 -1976) raccoglie in qualche modo tutto quanto ha caratterizzato da sempre l’andamento della Fiorentina. Grandi aspettative, quasi sempre deluse, vittorie da incorniciare, allenatori che qui cominciano a diventar grandi, politica dei giovani che sembra vincente, e tanta tanta sfortuna.
Ma andiamo con ordine. Sulla panchina viola siede Carletto Mazzone. In campo ossatura di veterani, come Superchi, Brizi, Merlo, affiancati dal sempre più importante Giancarlo Antognoni. E da giovani che ben presto entrano nell’orbita della nazionale come Roggi, Guerini e Caso. Insomma sembra che gli ingredienti per una stagione di alto livello ci siano tutti. Lo farà credere ancora di più la vittoria contro una grande, nella gara di andata per l’assegnazione di un torneo internazionale. Si tratta della Coppa di Lega Italo inglese, contesa fra i vincitori della Coppa Italia, appunto i viola, e i vincitori della prestigiosa FA Cup inglese, ovvero il West Ham. In realtà la formula del trofeo prevede che le finali di andata e di ritorno siano separate da più di tre mesi. Comunque la vittoria interna per 1 a 0 (rete di Guerini al 19º del primo tempo) fa ben sperare.
Prima dell’inizio del campionato, i viola giocano un’altra partita a livello internazionale, cioè l’andata dei sedicesimi di finale di Coppa delle Coppe partecipazione anche questa resa possibile grazie al trionfo nella coppa nazionale. Gli avversari sono i turchi del Besiktas che vengono agevolmente battuti ad Istanbul con un rotondo tre a zero, punteggio identico a quello del 1 ottobre 75 nel ritorno di Firenze.
Ma in campionato le cose vanno diversamente. Già alla prima giornata arriva la sconfitta di Ascoli per uno a zero (proprio la ex squadra di Carletto Mazzone), seguita da un pareggio interno con il Napoli. Il 19 ottobre a Torino la Fiorentina viene travolta dalla Juventus per 4-2. In Coppa delle Coppe la Fiorentina incontra lo sconosciuto Sachering Zwikau, compagine della DDR, e vince l’incontro di andata per uno a zero. Ma al ritorno, 5 novembre 1975, sconfitta per uno a zero al termine dei supplementari, cede ai rigori a causa di un errore del suo giocatore migliore, cioè Giancarlo Antognoni. A parziale consolazione vale la pena ricordare che i tedeschi elimineranno anche il Celtic e usciranno dalla competizione solo ad opera dei futuri vincitori del trofeo, i belgi dell’Anderlecht.
In serie A la squadra continua ad avere un andamento altalenante. Il momento migliore della stagione coincide con la gara di ritorno della Coppa di Lega Italo-inglese. Tre mesi dopo la vittoria per 1 a 0 nella gara di andata, il 10 dicembre un’altra vittoria col minimo scarto con un goal, sempre al 19º del primo tempo, stavolta segnato da Speggiorin. Una vittoria che passa forse in secondo piano, ma le immagini in bianco e nero che giungono da Londra fanno ancora oggi inorgoglire. I viola hanno sulla maglia la coccarda tricolore sormontata da un piccolo giglio e innalzano felici il trofeo vinto.

In campionato la Fiorentina concluderà al nono posto della classifica generale, su un totale di 16 squadre. Anche la Coppa Italia di quella stagione risente di un calendario quantomeno bizzarro che vede le semifinali, sotto forma di girone all’italiana, disputarsi dopo la conclusione del massimo torneo. I gigliati sono nel girone di Napoli, Sampdoria e Milan, ma arrivano secondi, e a giocarsi il trofeo come finalista sarà il Napoli.
Dicevamo però che l’anno è un po’ il riassunto delle varie componenti che caratterizzano il destino della squadra viola, al quale non manca mai un pizzico (a volte piuttosto grosso) di sfortuna. Non è una lamentela del “povero tifoso” è pura realtà. Perché se analizziamo il modo nel quale due dei giocatori più promettenti della compagine e cioè Moreno Roggi e Vincenzo Guerrini, escono di scena, non si può non tirare in ballo una concatenazione di eventi davvero sfortunata. Il 24 novembre 1975 è in programma ad Ascoli una partita della Nazionale Under 23. Guerini e Caso sono convocati, ma una forte nevicata causa il rinvio della gara. I due viola decidono di tornare a Firenze sulla Porsche del centrocampista, che a pochi km dal capoluogo toscano sbatte sul guardrail autostradale. Caso esce miracolosamente illeso, mentre Guerini rischia l’amputazione della gamba. Dopo faticosi e inutili tentativi di recupero, il promettente mediano è costretto, a soli 22 anni, ad interrompere la carriera. A cavallo con la stagione successiva un’altra perdita calcisticamente gravissima. Il 22 agosto del 1975 si gioca a Viareggio una amichevole precampionato: Roggi subisce un grave infortunio al ginocchio, e anche nel suo caso la carriera si interromperà poco dopo. Naturalmente al fatto che il tanto amato colore viola porti male nessuno vuol credere …tuttavia….
Alessandro Coppini



