AMILCARE FERRETTI IN VIOLA
La finale di Coppa delle Coppe del 1962, Antognoni, Asprilla e altro ancora
Sono pochi i tifosi viola che ancora oggi ricordano Amilcare Ferretti, mediano approdato alla Fiorentina nell’estate del 1961 dopo un felice biennio trascorso a Catania.
Amilcare, detto Mirco, piemontese del 1935, restò a Firenze una sola stagione collezionando soltanto dodici presenze in campionato. La sua avventura proseguì per qualche anno al Torino dove, terminata la carriera, ritornò a metà degli anni ‘70 ricoprendo vari ruoli: allenatore della Primavera, osservatore e allenatore in seconda della formazione maggiore, all’epoca guidata splendidamente dal suo caro amico Gigi Radice.

Chi pensa che Ferretti abbia avuto marginalmente a che fare con la Fiorentina e abbia poche cose interessanti da raccontare circa le vicende viola, si sbaglia però di grosso.
Ringraziandolo anticipatamente per la sua consueta disponibilità, lasciamo però che sia lui stesso, in barba ai suoi novant’anni, a narrarci con ferrea e lucida memoria alcuni fatti e curiosità.
Ferretti, quando nel ‘61 venne chiamato dalla Fiorentina, la società viola era una delle più quotate d’Europa, dato che nel quinquennio precedente aveva ottenuto ottimi risultati sia in campo nazionale sia in campo internazionale. Che effetto le fece?
Venivo da due stagioni positive col Catania; nell’ultima avevamo addirittura chiuso il girone di andata al terzo posto con soli tre punti di ritardo dall’Inter capolista e sapevo di essere monitorato da squadre blasonate, Juventus in primis. La Fiorentina si mosse però con più decisione e fui felice di ritrovarmi a Firenze, in una città bellissima e in un club ambizioso.
Dopo l’epopea di Befani, sul soglio viola era appena salito Enrico Longinotti. Che ricordo ne ha?
Non era un uomo di calcio o uno alla Cecchi Gori che viveva lo spogliatoio. Era però un presidente che dava fiducia, che lasciava lavorare gli allenatori, ed era intelligente e generoso. Appena arrivato gli dissi che dovevo tornare a casa per sposarmi e lui, dato che sognavo di metter su famiglia, decise liberamente di incrementarmi lo stipendio.
L’allenatore era l’ungherese Hidegkuti con cui la Fiorentina aveva appena vinto sia la Coppa Italia sia la coppa delle Coppe.
Una brava persona; squisita, modesta. Era stato lui a caldeggiare il mio acquisto e tutti noi giocatori ci sentivamo molto legati. Avrebbe voluto applicare certi dettami del calcio danubiano: giocare a zona, senza libero e senza marcature strette; un calcio fluido come quello che aveva reso celebre la nazionale magiara del suo tempo e di cui egli era stato una colonna. Per me e Rino Marchesi, che eravamo due mediani più di spinta che di marcatura, andava bene. Ma la piazza storceva un po’ il naso; Firenze aveva un libero di livello come Gonfiantini e non era facile convincerla ad abbandonare il cosiddetto “calcio all’italiana”.

La vostra Fiorentina del 1961-62 fece comunque un bel campionato
Caspita! Alla ventisettesima giornata eravamo in testa da soli. Arrivammo terzi e in finale di Coppa delle Coppe. Avevamo una coppia d’attacco micidiale: Aurelio Milani e Kurt Hamrin.
Che ricordo ha di loro?
Uccellino era imprendibile; un pericolo costante. Uno dei più grandi di sempre. Lo ricordo con molta simpatia e affetto. Milani aveva doti fisiche e fece un’annata esplosiva. Oltre che sui cross di Kurt, poteva contare su quelli di Petris. Bel giocatore anche lui, molto veloce.

Anche la coppia di portieri non era male…
Altroché! Avevamo Sarti e Albertosi. Forse nessuna squadra ha avuto mai una coppia di portieri di questo livello. Due grandi numeri uno, sebbene diversissimi per carattere e caratteristiche tecniche. Giuliano era meno spettacolare di Enrico. Con quel senso della posizione che aveva, non aveva quasi mai bisogno di fare interventi troppo plateali.
Albertosi era molto reattivo. Forse tra tutti i portieri italiani, se allenassi una squadra che subisce molto e si deve salvare, sceglierei lui.
Con Giuliano discutevamo spesso di politica; lui era socialdemocratico, io ancora più a sinistra.
Quali altri compagni le vengono in mente?
Tutti. Eravamo un bel gruppo. Ricordo anche Can Bartù. Era turco, ma mi sembrava un turco-napoletano… Sempre allegro. Era musulmano e all’inizio era ligio ai dettami religiosi, ma poi, dato che dopo l’allenamento alcuni di noi andavano in un negozio vicino allo stadio per godersi un po’ di vino e un panino con la soprassata di maiale, cambiò presto idea e smise di seguire con rigore quelle regole…
Poi a Firenze trovai il mio concittadino e coetaneo Robotti, ci conoscevano fin da bambini. Un grande amico. Ci siamo sentiti anche di recente.
Eravamo una bella squadra. Avevamo i mezzi per poter vincere il campionato e fu un peccato che in quella stagione fui costretto a saltare molte partite per alcuni problemi fisici.
Avreste potuto vincere anche la Coppa delle Coppe.
Davvero… Perdemmo la finale contro l’Atletico Madrid che era una squadra davvero tosta. Io giocai tutte le partite di quel torneo. La prima finale a Glasgow fu una gara tirata. Per loro segnò Peirò che poche settimane dopo divenne mio compagno di squadra a Torino. Era molto forte anche il capitano Collar.
Fu un pareggio giusto, ma nella ripetizione, quando ormai eravamo allenati da Valcareggi, non riuscimmo a dare il meglio e purtroppo un pasticcio di Albertosi spianò la strada ai nostri avversari.

Finita la carriera fece l’allenatore ed una delle sue prime squadre fu l’Astimacobi del giovanissimo Antognoni.
Giancarlo era poco più che un bambino, ma quando veniva ad allenarsi con noi della prima squadra ci deliziava. Presi una decisione e lo fece esordire. Aveva solo sedici anni e il campionato di D dell’epoca non era per signorine.
Non avevo dubbi che avrebbe sfondato. Come ben sai Filippo, dato che hai perfino scritto un libro sui suoi anni astigiani, lo segnalai al Milan prima ancora di farlo esordire. Ma i rossoneri avevano già Rivera… Ma chi si mangiò le mani più di tutti fu il Torino; l’Astimacobi era una sua squadra satellite e il club granata non avrebbe dovuto farselo soffiare dalla Fiorentina.
Gianni e Giancarlo sono stati due fuoriclasse assoluti: uno più elegante dell’altro.
Ad Asti facemmo un bel campionato. C’erano anche altri giocatori che avrebbero raggiunto il professionismo: Prunecchi, Pigino, Renzo Rossi e anche Capra che venne poi ingaggiato dal Parma.
L’anno successivo, nel 1971-72 l’Astimacobì ebbe molta sfortuna e mancò per un soffio la Serie C. Il bomber era Vittorio Panucci, il babbo di Cristian. Qualche anno dopo mi segnalò il figlio che da giovanissimo giocava ala sinistra. Io ed Ellena, osservatori del Toro, all’epoca fortissimo a livello giovanile, volevamo bloccarlo, ma la società non era interessata.

A Torino è stato anche allenatore della Primavera e vice di Radice.
Sì, allenatore della Primavera nel 76-77, l’anno dopo lo scudetto vinto da Gigi.
Sempre al fianco di Gigi sono stato a Bologna nell’1980-81 e al Milan nel campionato successivo. A Bologna andò bene e feci esordire in prima squadra Roberto Mancini che era giovanissimo. Successe al torneo di Capodanno. Gigi era andato in Uruguay a vedere il Mundialito e io guidai la squadra al torneo. Roberto era insieme a Macina la grande promessa del Bologna. Però erano due monelli: invece di andare a scuola, andavano alla sala corse o da qualche altra parte. Sansone, vecchia gloria rossoblù, si disperava per questa cosa.
A Milano ci chiamò Rivera, ma andò tutto male. Fummo esonerati e la squadra retrocesse in Serie B.
Prima di arrivare, col permesso dell’allenatore Giacomini che stava riportando i rossoneri in A, parlai con Novellino, Baresi, Collovati e altri ragazzi per spiegare il calcio a zona e pressing che voleva fare Radice, ma non li convincemmo. Avevano timori a cambiare tipologia di gioco.
La squadra non era male; non mancavano i buoni giocatori, ma la dirigenza ci aveva promesso addirittura Zico. Io segnalai anche il fatto che il Toro cercava di vendere Zaccarelli e Graziani, ma alla fine il club scelse Jordan e Adelio Moro. Due discreti giocatori, ma non valevano Zico e gli altri.

Qualche anno dopo tornò a Firenze.
Sì, nel 1991-92, quando la squadra era allenata da Lazaroni. Al Toro, arrivato Moggi, non c’era più spazio per me e Casasco mi portò alla Fiorentina, dove lavorai col settore giovanile e feci l’osservatore.
Ritrovai Antognoni e tanti altri amici. Andai in Paraguay a vedere il torneo pre-olimpico per visionare Asprilla; me lo aveva segnalato Tito Corsi. Andavo a vedere gli allenamenti con 40° gradi all’ombra e facevo un po’ l’agente segreto. Mi recavo nell’albergo della squadra colombiana per reperire notizie; capire come si comportava. Oggi non si fa più così ed è un peccato. I giocatori vanno toccati con mano, studiati a 360°. Bisogna capire cosa hanno nella testa, come vivono. E’ necessario perché gli investimenti sono spesso onerosi e non si possono buttare via soldi.

Il resoconto relativo a Colombia Uruguay stilato da Ferretti. Purtroppo la sua segnalazione di Asprilla non verrà raccolta dalla Fiorentina.
Asprilla mi era piaciuto molto. Era l’ala adatta per affiancare Batistuta. Pensate che coppia che sarebbe stata! Andai a Roma per parlarne con Cecchi Gori e dirgli di fare in fretta perché c’era dietro il Parma. Purtroppo però la società viola tergiversò. Luna non era convinto; disse che Asprilla dribblava troppo e quindi non se ne fece nulla.
Con Cecchi Gori mi trovavo bene e non mi sarei mai aspettato che sarebbe successo quello che successe con Radice l’anno successivo quando lo esonerò in modo tumultuoso. Gigi lo avevo proposto io. Le cose all’inizio andavano molto bene. C’era però una persona molto vicina a Cecchi Gori che insisteva con Radice affinché facesse esordire in Serie A suo figlio che faceva l’attaccante nella Primavera ma non aveva grandi mezzi tecnici. Radice lo fece debuttare in Coppa Italia e gli concesse un paio di minuti a fine campionato, ma non volle andare oltre e questo creò tensioni.
Alla Fiorentina suggerii anche Effemberg. Lo andai a vedere a Monaco; era un bel giocatore e aveva personalità. Parlai anche con Stoičkov. Non era contento perché a Barcellona lo facevano giocare defilato per far posto a Romario. Avrei potuto portarlo a Firenze, ma lui voleva giocare nel mezzo e non potevamo certo spostare Batistuta sulla fascia.

Dove abitava a Firenze?
Abitavo in zona stadio sia negli anni ’60 sia negli anni ’90. Però che fatica tutti quegli spostamenti cittadini per seguire le giovanili dislocate in vari campi. Meno male che ora avete il Viola Park…
Intervista a cura di Filippo Luti



