1976-1986 tutto e il contrario di tutto

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1976 – 1986 TUTTO E IL CONTRARIO DI TUTTO
CENTO ANNI, UN’UNICA PASSIONE

 

Quinto testo di approfondimento per celebrare il Centenario della Fiorentina, curato da Fabio Incatasciato, che racconta il periodo dal 1976 al 1986.

Ancora un decennio, di storie, di partite, di urla, di passione, di gioie e di rimpianti eterni.

Il calcio è questa roba; essere della Fiorentina lo è ancora di più, E allora proviamo a buttarla là: in nessun decennio come in quello che va dal 1976 all’86 si sovrappongono, sotto il labaro viola, tutto e il contrario di tutto: il bello e il terribile, la soddisfazione e il rimpianto, il senso di essere impotenti e poi quello di essere forti e poi ancora fortissimi, ma allo stesso tempo nuovamente inutili, fermi ad un millimetro dalla gloria e subito dopo, di nuovo, in alto per poi ritrovarsi di nuovo delusi.

Una bella fetta di quelli che ancora oggi vanno allo stadio e che quando la Fiore gioca fuori si inabissano in pensieri personalissimi ed eterne paure, tanti di loro insomma, sono ancora quelli della salvezza con il Genoa, rivivono l’arrivo da Siviglia di Bertoni e poi gli attimi di quell’eterno 22 novembre, assieme alla rabbia del 16 maggio …. sono quelli con gli occhi terrorizzati mentre Giancarlo lascia per sempre la sua gamba sotto quella di Pellegrini e che poi vedono Passarella sul dischetto sistemarsi il pallone sotto le urla dei pisani e di Anconetani per mandarli in serie B; e sono quelli che in meno di un quarto d’ora sterminarono tutti gli abbonamenti nell’estate dell’84 con in tasca la foto del Dottore brasiliano per poi, dieci mesi dopo, lanciare le uova sulle teste di Massaro, di Pecci, di Oriali e di tutti quei protagonisti di una delusione infinita. Noi siamo quella roba lì, veniamo da quegli anni: riviviamo di continuo il sole accecante dei primi giorni di gennaio dell’82 mentre Bertoni prende a pallate la difesa dell’Inter oppure ci ritroviamo assorti a ripensare ad ogni falcata palla al piede di Giancarlo o ai voli flessuosi di Giovanni Galli….campioni veri; e poi però quando abbiamo bisogno del mito, allora ripensiamo a “segna per noi Dino Pagliari”, o al gol del ragazzo di Fiesole in quel luminoso pomeriggio del 6 gennaio del 1980; e infine noi siamo quelli che il 27 novembre del 1983 erano allo stadio, a vedere quel match con la Juve che è stato probabilmente la più grande partita di calcio degli ultimi cinquant’anni a Firenze; siamo quelli di Antonio, dei sogni ambiziosi del Conte e di un mondo che mai più è tornerà.

1976 Giancarlo Antognoni

L’estate del 1976 evoca ad ognuno, a seconda dell’età, ricordi vari: Andreotti sta cercando di quadrare un governo che porti con se l’astensione del PCI, che tre mesi prima alle elezioni ha quasi raggiunto i tredici milioni di voti; siamo in pieni anni 70: libertà allo stato puro, i raduni al parco Lambro, le radio libere e le prime tv indipendenti, ma anche la lotta armata che cresce e un clima peso come il piombo di quegli anni. C’è anche il calcio, che vive una fase abbastanza particolare: dopo un decennio nel quale le gerarchie si sono stravolte, ora dominano la Juve, che ha rinnovato la propria ossatura con un bel gruppo di giovani e poi incredibilmente il vecchio Toro, nel quale Gigi Radice, probabilmente in quel momento il miglior tecnico europeo, sta portando avanti in modo straordinario quel che avrebbe voluto fare a Firenze; dove invece si vive, nuovamente, un momento di grande incertezza.

Mazzone, dopo un’annata deludente, ci riprova, facendo un’operazione che a Firenze nessun tecnico aveva mai fatto: riempire la squadra di mezzi e vetusti giocatori, tutti provenienti dalla Provincia polverosa, che lui reputa potenziali fenomeni; la straordinaria nidiata di giovani lanciati da Liedholm e Radice fatica ad affermarsi, anche per scalogne colossali; la fine della carriera a 22 anni di Guerini, quella imminente di Roggi, l’involuzione di altri. Fatto sta che chi allo stadio aveva visto per dieci anni ricamare gioco gente come Merlo, si ritrova a veder arrancare Steno Gola, così come chi aveva esultato per la potenza stile Bonhof di Guerini si deve accontentare di Sergio Zuccheri e Rossinelli. Uno soltanto pare ogni giorno diventare sempre più forte e parlare un’altra lingua: Giancarlo Antognoni cresce, si fa più scaltro, diventa uomo vero. E proprio quell’estate, con l’addio di Claudio Merlo e Franco Superchi, il ragazzo col numero dieci diventa capitano. E’ questo, della fascia di capitano a Giancarlo, forse l’unico merito di Mazzone, che presenta ancora una volta a Firenze una squadra che fatica a far gioco e che il pubblico non apprezza, arrivando a fischiarla diverse volte; ma i ragazzi corrono molto, hanno una buona difesa (almeno finché Della Martira non si infortuna) e in trasferta un andamento da scudetto. Alla fine, contro ogni pronostico, è terzo posto, a distanza siderale dal campionato da fantascienza di Toro e Juve, ma anche davanti a Inter e Milan (davvero malmesse) e a Lazio, Roma e Napoli. La squadra ha però dato più di quanto vale, guidata da un Antognoni stratosferico in almeno un decina di match, per altro galvanizzato da prove straordinarie in nazionale, come quella con cui guida i suoi compagni all’Olimpico a schiantare l’Inghilterra nel novembre ’76, momento in cui nasce davvero l’Italia di Bearzot.

Fiorentina 1976-77

E infatti le estati del ’76 e del’77 sono anche quelle nelle quali davvero, ogni angolo del calcio italiano, prova a portare via Giancarlo da Firenze: la Fiorentina di Ugolini è indebitata, il Paron ha diversi problemi nella propria azienda (la Gover, produttrice di gomma) e se due più due fa quattro, ogni strada porta il numero dieci lontano dal Giglio. Ci prova il Milan, ci prova davvero l’Inter di Fraizzoli, mentre dà per scontato di poterci arrivare Boniperti con la Juve, sostenuto dal fatto che all’Avvocato Giancarlo piace molto e che ormai da anni a Torino manca un grande numero dieci. Ma per innumerevoli ragioni, non ultimo il fatto che la struttura del Consiglio della Fiorentina è perennemente divisa su tutto, Antonio non se ne va e resta con la sua fascia e la sua chioma, bellissimo e ormai sposato, a guidare la Fiorentina.

I sogni europei di una squadra che gioca per la quarta volta le Coppe negli anni 70 (sfatando la diceria e la narrazione di una Fiorentina squinternata negli anni Settanta) aiutano a far crescere sogni di gloria: è un flop, perché la società è in grande difficoltà, il gruppo non è stato rinforzato e i giovani da inserire ancora acerbi. Precipita tutto nel settembre’77, quando un chiacchiericcio diffuso diventa notizia ufficiale: la Fiorentina ha fatto giocare nella partita di andata di coppa Uefa contro lo Schalke Gianfranco Casarsa, che deve ancora scontare un turno di squalifica dopo la Coppa Coppe di due anni prima. Sconfitta 0-3 a tavolino e inutile match di ritorno in Germania. Un errore colossale; il gruppo crolla, si sfaldano certezze e Mazzone comincia a perdere sempre, ogni domenica; quando gioca male, come con la Juve, quando gioca meglio, come con l’Inter, quando non meriterebbe, come a Perugia o in casa col Verona; si perde e basta. La Fiorentina diventa ultima a novembre e la dimensione della disperazione la dà l’acquisto di un nuovo centravanti al mercato autunnale: il vecchio e malconcio Pierino Prati, che pare far fatica a staccare i piedi da terra, nonostante un passato importante. Sarà un calvario, con due altri allenatori, il grande Mario Mazzoni e poi il mitico Chiappella, che raggiungeranno una salvezza disperata all’ultimo secondo dell’ultima giornata, dopo che Antognoni ha zoppicato tutto l’anno per una fastidiosa tarsalgia (che però inizialmente nessuno ha saputo individuare) e dopo che in squadra sono stati inseriti, dal nulla, due autentici salvatori della patria: un portiere di 19 anni che para l’impossibile e un centravanti che sembra la fotocopia del neo fenomeno Paolo Rossi e fa sempre gol: Sella e Galli sono davvero la luce di un cielo che si tinge di viola.

1978 -79 Sella esulta dopo un gol

Dopo il mondiale argentino ancora condizionato dalla tarsalgia, diventa ufficiale che Giancarlo resterà nuovamente a Firenze. Ma la gente si chiede quale possa essere la dimensione di una squadra che si è salvata l’osso del collo, ma pare lontanissima dalle ambizioni e dalle potenzialità di una decina d’anni prima: da dicembre nel frattempo Presidente è diventato il grande Rodolfo Melloni, da sempre legatissimo alla Fiorentina, che ha però una passione infinitamente più grande rispetto alle potenzialità economiche. Melloni e il Consiglio hanno però capito gli errori e tornano a costruire una bella squadra, logica, giovanissima e fresca; senza poter spendere nulla, il nuovo DS (proveniente dall’Inter) Manni richiama da Vicenza l’ex Lely, maturato dopo problemi fisici importanti e il mediano toscano Amenta da Perugia, assieme a quello che diverrà da lì a poco uno dei liberi classici migliori del calcio italiano, ovvero il giovane Roberto Galbiati, proveniente dal paese dei “liberi” (Cernusco sul Naviglio, come Scirea e Tricella) e che reggerà per anni la retroguardia.

9 Aprile 1978 Lazio-Fiorentina 1.0  La parata di Galli

Arriva anche un capellone dall’aria molto hippie, Dino Pagliari, destinato a divenire mito di un’intera generazione e compagno inseparabile in campo del confermato Ezio Sella. Si deve scegliere anche un nuovo Mister e tra due nuovissimi emergenti dalla Serie B, l’ex Rino Marchesi e Paolo Carosi, la scelta verte sul secondo.

Con Carosi la Fiorentina fa un campionato fresco e brillante arrivando settima, vedendo tra l’altro tornare a giocare a buoni livelli Antognoni che esce, seppur lentamente, dall’infiammazione che lo ha condizionato tra i 23 e i 24 anni. Il campionato piace molto alla dirigenza, non moltissimo ai fiorentini, che cominciano a sentir parlare ogni settimana, anche dal nuovo insieme di televisioni e radio locali che si stanno affermando, dell’arrivo di un nuovo imprenditore fiorentino molto facoltoso. Dietro alle notizie si sta muovendo molto, tra i poteri fiorentini, le logge e la sottopolitica che da sempre fa da contorno al calcio. Uno dei grandi pionieri della moda italiana, il Marchese Pucci, amatissimo negli USA e ormai divenuto fiorentino, arriva davvero vicino a divenire il primo azionista, prima che qualcosa o qualcuno decida che il Matrimonio non s’ha da fare.

5 Novembre 1978 Fiorentina- Bologna 1-0 Memo anticipa Pagliari contrastato da Roversi e Maselli

Si aspettano future evoluzioni: resta ancora Giancarlo che si prepara agli europei italiani del 1980, ma oramai la campagna acquisti non esiste più: arrivano nell’estate del’79 uno stopper che sarà per trent’anni l’icona del bidone assoluto, tal Zagano e due carneadi che segnano il punto più basso di ogni campagna acquisti: Ricciarelli e Bruzzone. Ma dopo un inizio difficile, il 1980 comincia a portare roba buona, molto buona: Giancarlo gioca a livelli mai visti e diviene ogni giorno la mezzala europea più forte che c’è in giro (in Europa la pensano tutti così, solo in Italia il circo barnum dei giornalisti lo mette in discussione).

E nel frattempo i giovani che hanno trionfato nelle squadre Primavera del ’78 e del’79 diventano giocatori veri con Carosi: Di Gennaro si conferma, Gigi Sacchetti esplode, Galli diventa in prospettiva l’erede di Zoff, e Luciano Bruni da Livorno pare avere i numeri di un regista straordinario per gli anni a venire; a questi si aggiungono anche difensori come Giovanni Guerrini e Armando Ferroni, subito pronti nonostante i diciotto anni appena compiuti; la Fiorentina incredibilmente si trova a Pasqua seconda in classifica – seppur con altre squadre e distanziatissima dall’Inter capolista, all’indomani di una partita magnifica di Antognoni contro la Roma dove segna tre gol di cui due su punizione. Alla fine sarà quinto posto e proprio nella calda primavera del 1980, mentre Firenze si appresta ad inaugurare il ciclo delle Mostre medicee – probabilmente uno dei momenti più alti nella vita culturale degli ultimi cinquant’anni – arriva l’ufficialità che in Viale Manfredo Fanti è giunta una nuova proprietà: si tratta della famiglia Pontello, che ha praticamente rilevato la totalità delle azioni.

Principali costruttori di qualsivoglia intervento pubblico e privato almeno dagli anni Sessanta, presenti in molti settori della vita imprenditoriale del capoluogo, andranno a segnare in modo indelebile la storia viola da allora fino ad oggi. Il Conte Flavio Callisto Pontello non scherza: richiama dall’Australia il giovane figlio Ranieri a fare il Presidente, ma è evidente che lui accentrerà tutto. Vuole vincere e con la sua forza imprenditoriale travolgere il calcio italiano che nel frattempo vive una condizione abbastanza particolare: le gerarchie si stanno completamente ridefinendo all’indomani della tempesta del calcioscommesse e non solo. L’Inter dell’anziano Fraizzoli ha appena vinto lo scudetto, la Juve di Agnelli punta a tornare davanti nonostante si stiano avviando mesi durissimi per il Lingotto; il Milan è devastato e retrocesso dopo la penalizzazione in serie B, idem per la Lazio. Due sono invece le forze nuove: appunto la Fiorentina dei Pontello assieme alla Roma del neo Presidente Viola, potentissima figura imprenditoriale vicina ad Andreotti che segnerà davvero il decennio successivo.

De Sisti Pontello e Corsi in panchina in precampionato

Ma le novità non finiscono qua, perché ormai da mesi la Federcalcio ha dato il via, con la Lega, all’acquisto di giocatori stranieri, riaprendo le frontiere dopo oltre dieci anni. Il calcio si prepara a sprovincializzarsi, tra autentici campioni in arrivo e bidoni colossali. Pontello, che ha chiamato a fare il DS l’emergente Tito Corsi, spara subito il primo colpo: si cerca Kempes, ma alla fine, per una cifra altissima, arriva Daniel Bertoni, che solo due anni prima aveva chiuso col suo gol il campionato del mondo col trionfo albiceleste. E proprio in quei giorni il neo proprietario fa firmare un sontuoso nuovo contratto a Giancarlo Antognoni, sancendo, stavolta per sempre, che rimarrà a Firenze e basta. Proprio la Roma del suo primo maestro Liedholm lo tenta, ma lui resiste e alla fine si appresta a vivere il nuovo corso viola. I tifosi sognano, ma la squadra affidata al confermato Carosi fa subito fatica dopo le prime due gare: Bertoni nervosissimo e fuori condizione, pochi gol, tanti pareggi e appena prima di Natale una serie incredibile di sconfitte.

Antognoni più Bertoni uguale Coppa dei campioni si leggeva su un muro dello Stadio a Giugno, ma la classifica ora è presso a poco quella terribile del’78. Paga per tutti Carosi, che succube di molte paure, pur stimato dalla Proprietà, non guida più il gruppo. A gennaio, in un viaggio di ritorno dall’ennesima sconfitta ad Ascoli, a qualcuno viene un’idea geniale: chiamare immediatamente a Firenze a prendere in mano la barca che affonda la figura che più di ogni altra aveva rappresentato il ruolo di guida, di regista, di leader da giocatore, Picchio De Sisti. Non ha ancora finito il supercorso di Coverciano e allena i ragazzi della Roma, ma perché aspettare? Picchio da fine gennaio 1981 prende in mano una squadra composta incredibilmente da moti giocatori con cui ha giocato fino a pochi anni prima, proprio sotto la torre di Maratona: Birillo Orlandini, Maurizio Restelli, Claudio Desolati e ovviamente Antognoni.

1981-82 De Sisti e Bertoni in ritiro

La squadra riprende certezze e Bertoni comincia a far vedere di essere un campione del Mondo e alla fine il quinto posto diventa premessa per qualcosa di grande. Il Conte Pontello si dice in diversi ambienti avrebbe dato mandato a Tito Corsi di spendere quel che ci vuole per prendere tutti i più forti da affiancare ad Antognoni e a Daniel Bertoni; è davvero così.

Corsi si muove con grande intelligenza: conscio dei problemi economici del Toro in due giorni prende sia Graziani, centravanti della Nazionale, che Eraldo Pecci, per distacco il miglior organizzatore di gioco del calcio italiano, tra l’altro in attesa di un rilancio dopo un inizio fulminante – scudetto a vent’anni – pagato poi con i molti problemi del Toro post Radice. Arriva anche il navigato Cuccureddu, in attesa che la Juve prenda il nuovo giovanissimo portentoso stopper italiano, Pietro Vierchowod, che invece, a poche ore dalla chiusura del mercato finisce in prestito alla Fiorentina grazie ad una genialata finale del suo Direttore sportivo.

Ora si sogna davvero ed una magnifica amichevole internazionale, sul modello di quelle anni 50/60, a fine agosto a Firenze contro l’Argentina di Passarella e del nuovo fenomeno Maradona, sancisce il clima di ambizione probabilmente paragonabile solo ad una fase della Fiorentina di Befani. La Roma, l’Inter e ovviamente la Juve sono le squadre da battere, in un campionato probabilmente diverso da qualsiasi altro in quel 1981.

La Fiorentina parte infatti bene, ma preoccupa perché perde lo scontro diretto con la Roma e una sfortunatissima gara col neo promosso Cesena; Giancarlo viene attaccato da molti giornalisti per un’opaca prova in nazionale a Novembre, che gli darà, come altre volte, la forza di fare benissimo nella gara in viola successiva, che è contro il lanciatissimo Genoa di Simoni nel pomeriggio di sole del 22 novembre.

Lo stadio è pieno, Antognoni gioca una partita fuori dal tempo, dando ai compagni grande forza; lo scontro col portiere Martina che gli provoca due arresti cardiaci ce lo toglie per molti mesi e la sensazione è subito che De Sisti dovrà inventarsi una nuova squadra; pronto fatto, la Fiorentina, con una grande difesa, un magnifico Pecci, la sorpresa Massaro e un grande Bertoni diventa campione d’inverno preparandosi ad una battaglia punto a punto con la Juve.

La squadra regge un inverno difficile anche grazie al nuovo numero dieci, un centrocampista poliedrico, Luciano Miani, che magicamente fornisce quell’equilibrio che fa giocar bene tutti gli altri. Il rientro di Giancarlo a marzo fa ripartire la Fiorentina per lo sprint finale con la Juve recuperata in testa due volte. Il 16 maggio, sorta di spareggio giocato su due campi, Cagliari e Catanzaro, vede però un difetto d’esperienza troppo grande. L’eterna capacità dei bianconeri di portarsi gli arbitri dalla propria porta lascia Firenze intera senza parole, nella certezza di aver subito un enorme furto, ma anche nella convinzione che il viaggio nei vertici del calcio è appena iniziato e ce ne saranno molte altre di occasioni per vincere e mettersi dietro la Juve.

16 Maggio 1982 Gomitata di Brio a Borghi in area di rigore

Pontello non ha infatti mollato, tutt’altro: il secondo straniero, che occorre comunicare alla Lega calcio a fine aprile in quell’anno, ha visto optare Corsi su un campione assoluto, Daniel Passarella, che però deve andare a ricoprire un ruolo copertissimo, quello di libero, occupato da Roberto Galbiati, per altro nel miglior momento della sia carriera. La Fiorentina perde invece il suo straordinario stopper, Vierchowod, che la società proprietaria, la Sampdoria, dà in prestito alla Roma, anche grazie alle proficue relazioni tra i proprietari Dino Viola e Mantovani. E purtroppo, assieme a questo equivoco, nel mercato 82, prima e dopo i mondiali, non vanno in porto le operazioni pianificate da Corsi; si deve aspettare un anno per Oriali, e non arriva nessun esterno da affiancare a Massaro. In più Bertoni a ottobre ’82 scopre di avere l’epatite, nonostante uno straordinario inizio di campionato.

Lo stop dell’argentino, le incertezze di Passarella appena arrivato, i postumi del mundial di Graziani e l’involuzione, dopo un anno eccezionale, del giovane Massaro, distaccano la Fiorentina in autunno dalle posizioni di testa, facendo diventare l’82-83 un anno di passaggio, ma allo stesso tempo una grande occasione persa, perché tornare a lottare per lo scudetto non sarà facile. E invece nell’estate 1983, in grande silenzio, la Fiorentina, nella quale Pontello ha voluto chiamare anche il presunto guru del calcio italiano Italo Allodi, agisce con grande intelligenza, facendo sì che Corsi possa dare ad un ispiratissimo De Sisti, una squadra dalla rosa un po’ corta, ma dalle potenzialità eccezionali. A Pecci e Antognoni si affianca il terzo grande centrocampista italiano, ovvero Lele Oriali, che vuol cambiar aria da Milano e arriva in grande condizione. Oltre a loro inizialmente nessuno capisce dove possa giocare quel nuovo trequartista di ventotto anni, che ha girato mezza Italia dimostrando grandi numeri, ma poca continuità, Pasquale Jachini. De Sisti ai primi di Settembre, dopo un girone di Coppa Italia vinto in scioltezza, ma dove non ha mai potuto schierare Massaro, sorprende tutti all’esordio in casa a Firenze col Napoli: quando lo speaker annuncia le formazioni, la gente crede vi sia un errore, perché conta tre difensori anziché quattro e in più nessuno comprende perché Massaro abbia il 5. De Sisti sta anticipando almeno sette/otto anni di calcio italiano mettendo in campo un evolutissimo 3-5-2, con Passarella grande regista difensivo, Oriali a coprire le uscite di Antognoni (con gli stessi movimenti provati mille volte in nazionale) Massaro e appunto Jachini cursori sulle fasce. Eraldo Pecci ispiratissimo, Bertoni che torna a segnare, il nuovo centravanti Monelli di ritorno dal prestito di Ascoli e ancora giovanissimo, che segna come non gli capiterà più in carriera. A dirigere questa orchestra un Antognoni forte oltre ogni previsione: ormai esperto, bravo a far tutto, leader vero e autentico fuoriclasse. Con lui le conferme dei difensori e di Galli ormai in pianta stabile in nazionale e molto maturato con il nuovo preparatore, il mitico Nardino Costagliola. La partita del 27 novembre 1983 con la Juve mette in campo uno spaventoso numero di campioni del mondo in carica, di ex campioni del mondo e di protagonisti (Platini e Boniek) del mondiale di un anno prima. Lo sfortunato 3-3 finale ha visto mettere in campo grandissimo calcio, una personalità eccezionale della Fiorentina, che rimonta due volte e un Antognoni stratosferico. Gennaio vede la miglior Fiorentina dai tempi del secondo scudetto ormai pronta recuperare la Juve e andare da sola seconda in classifica: e qua risuccede … cosa?

Agosto 1982 Fiorentina in ritiro al Ciocco – Passarella e Antognoni

Risuccede di nuovo: contro la Sampdoria il 12 febbraio 1984 lo stesso cielo che c’era col Genoa nell’81 e ancora 55.000 persone a vedere la Fiorentina che insegue la Juve, a due punti. Antognoni ha segnato un gran gol e il secondo tempo contro la bella e giovane Samp di Ulivieri pare una formalità. Giancarlo allunga la gamba sull’uscita del libero Pellegrini, la tibia e il perone esplodono, così come la sua carriera di giocatore immenso, coraggioso e sfortunato oltre ogni limite. Lì finiscono molte cose: tante speranze, una squadra formidabile e un’occasione colossale; perché a differenza di due anni prima, stavolta il gruppo salta e Antognoni dimostra di essere molto più importante di quanto non lo fosse allora. Alla fine il terzo posto sa di beffa, anche perché all’infortunio di Giancarlo si sommano una quantità di errori arbitrali da cattivi pensieri: anche per questo, con molta rabbia, Pontello riaffida a Tito Corsi il budget per prendere un campione assoluto intorno al quale costruire una squadra da scudetto in attesa del ritorno, non si sa quando, di Giancarlo dopo l’operazione alla gamba.

Dopo molti tentativi Corsi decide di andare in Brasile a prendere il capitano della squadra di Spagna 82, ovvero Socrates. Il barbuto leader dei verdeoro è un magnifico centrocampista dotato di talento in proporzioni cosmiche, legge Gramsci e lavora alla costruzione della democrazia nel suo paese, in mano a una dittatura da oltre quindici anni, e dice di avere una voglia infinita di venire a Firenze. La Fiorentina e i suoi tifosi si entusiasmano a tal punto che quasi nessuno commenta l’addio di Daniel Bertoni verso Napoli, tralasciando le migliaia di azioni e di occasioni create in quattro anni bellissimi. Sembra una storia da favola quella dell’84-85, con trentamila abbonati: e invece diventa un incubo, con un campionato dove non funziona nulla: De Sisti si deve operare per un’infezione celebrale e a dicembre verrà sostituito dall’esperto Valcareggi; Socrates si perde nel freddo fiorentino (è l’anno della grande gelata) divenendo il più grande flop, viste le attese, della storia viola e tutti gli altri interpreti non si staccano dalla mediocrità di una stagione da mezza classifica.

1984-85 Socrates

Quando arriva maggio, i Pontello han già deciso di rifondare tutto: basta acquisti miliardari, si punta su giovani di grande talento e su un nuovo Direttore, il piombinese Claudio Nassi, straordinario costruttore della prima Samp di Mantovani e che si presenta a Firenze con un doppio colpo: un giovane talentuoso del Parma (allora in serie B), Nicola Berti, e un giovanissimo fantasista di Vicenza, tal Roberto Baggio, che pare essere costato moltissimo, ma di cui si perdono immediatamente le tracce dopo che si è infortunato a fine campionato in serie C, a Rimini. Per i resto rimane Galli, sempre più bravo e contento di preparare il futuro mondiale ‘86 a Firenze tra le sue mura e si aspetta torni Antognoni. Nuovo mister è Aldo Agroppi che con Passarella dovrà guidare una nuova nidiata di ragazzi verso la costruzione di un nuovo progetto: ne nasce un squadra divertente e molto efficace con una difesa strepitosa, un Passarella bomber e leader vero e nuovi giovani rampanti a scalare le gerarchie: Onorati e Carobbi cresciuti in casa, Berti subito fortissimo preso appunto al Parma.

Il ritorno di Giancarlo, ancora lontano dalla condizione e molto menomato, diventa un elemento di scontro e incomprensione col nuovo allenatore, che non vorrebbe toccare il suo progetto. La curva prende le difese del suo campione, il mister resta solo e il giocattolo si rompe. E nonostante questo Agroppi sarà bravissimo a condurre la Fiorentina in Uefa dopo una memorabile ultima partita a Pisa, con conseguente retrocessione dei nerazzurri e doppietta di Passarella. Ma quella squadra finisce lì: Agroppi se ne andrà, con lui Nassi e assieme a loro l’ultimo vero grande progetto della famiglia Pontello.

Fiorentina 1985-86

Qualcosa resta; se ne accorgono in pochi. Quelli che vanno allo stadio la sera del 4 giugno, sotto l’acqua a vedere una inutile semifinale di ritorno contro la Roma in Coppa Italia, a risultato già ampiamente compromesso. Perché nel secondo tempo entra in campo un ragazzo ricciolutissimo, inizialmente un po’impacciato, poi mano mano che la partita va inutilmente avanti sempre più risolto; è Roberto Baggio … e qua comincia un’altra storia.

Fabio Incatasciato

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