Un battesimo color… viola ye-ye
Ezio Tettamanti… Chi era costui? Così ci si potrebbe chiedere, parafrasando la celebre domanda che Don Abbondio si fa rispetto all’antico filosofo Carneade.
E il paragone è meno ardito e arbitrario di quanto si possa pensare, non fosse altro perché il Tettamanti sopra citato era originario proprio di quelle terre del lago di Como lungo i cui viottoli camminava il curato manzoniano – ponendosi quel quesito – prima di incorrere nel fatale incontro con i bravi di don Rodrigo che dà il via alla trama de I promessi sposi.
Ezio Tettamanti, senza saperlo (“a sua insaputa”, per dirla con la celebre frase di un passato ministro) ha avuto un ruolo di qualche rilievo, soprattutto simbolico, nella storia di Firenze e della Fiorentina, pur non avendo mai vestito la casacca gigliata.
Nato a Oggiono, in provincia di Como nel 1938 (della sua cittadina natia fu peraltro anche – dal 1970 al 1975 – consigliere comunale DC e quindi assessore a Viabilità e Sport), il nostro Tettamanti fu dal 1957 al 1968 un coriaceo terzino destro nonché una vera e propria colonna, fra serie B e serie A, del Lecco. Con cui disputò 156 match (molti con la fascia di capitano e peraltro senza mai fare un solo goal) avendo fra i suoi compagni di squadra giocatori come il difensore fiorentino Remo Bicchierai (campione calcistico del mio rione nativo di piazza Puccini, tenendo la famiglia bottega di lattaio in via Petrella, nonché giocatore anche di Inter e Catania) o come i due futuri goleador viola Sergio Clerici (detto el Gringo) e Nello “baffo” Saltutti (ma anche un altro gigliato, Malatrasi, giocò con lui fra i blucelesti lombardi). E poi ne condivisero lo spogliatoio lecchese altri campioni (per molti della mia età nomi e volti da figurine Panini) quali Antonio Angelillo, Beniamino Di Giacomo, Aquilino Bonfanti, Antonio Pasinato, Giampiero Schiavo.
E perché il suddetto Tettamanti Ezio – come reciterebbe un burocratico verbale di polizia – merita di essere ricordato nella storia della Fiorentina? Ma perché l’11 dicembre 1966 con un suo autogoal alla fine del primo tempo spianò la strada alla finale vittoria viola (fu poi un 2-0 irrobustito da un goal del solito Hamrin) nel primo incontro disputato alla Stadio comunale dopo l’alluvione e dopo che l’impianto – divenuto per svariate settimane centro di raccolta per le operazioni di soccorso – era stato restituito alle sue precipue funzioni sportive.
Se è vero – come ebbe a dirmi, intervistato molti anni dopo, il grande poeta e tifoso viola Piero Bigongiari – che il ritorno della Fiorentina sul proprio terreno di gioco (dopo alcune partite necessariamente disputate in trasferta) rappresentava in un certo senso il ritorno della città a una qualche normalità, la vita che riprendeva un suo corso non più solo emergenziale; ecco che allora è altrettanto vero che a quella ripresa l’autogoal di Tettamanti dette un apporto significativo, visto che fece di nuovo risuonare di prime e nuove grida festose lo stadio, contribuendo al ritorno alla vittoria casalinga della squadra gigliata in una città ancora ferita dal disastro del 4 novembre (le case avevano ancora la facciata segnata dalla riga nerastra dell’alluvione e pian terreni, garage, cantine, fondi sapevano ancora di nafta) e ancora con le maniche rimboccate e tanta angoscia nel cuore.
Quel successo fu dunque importante e quell’autogoal fu in qualche modo un dono di cui essere eternamente grati al tenace – e in quell’occasione sfortunato – difensore lecchese… E chissà se il buon Tettamanti ne avrà mai avuto consapevolezza.
Con quel ritorno vittorioso al Comunale qualcosa cambiava davvero per la città e quindi un po’ per tutti. Un ritorno che per la squadra gigliata avveniva dopo che la partita casalinga in programma il 6 novembre con il Lanerossi Vicenza era stata letteralmente cancellata dal diluvio universale che aveva devastato Firenze. E, mannaggia, proprio per quella data – che seguiva di un giorno il compleanno del babbo – ero riuscito a convincere mio padre (o almeno così credevo in modo assoluto, ma non ci poté mai essere controprova) a portarmi allo stadio. La quasi coincidenza con il genetliaco del genitore – che ogni tanto ben mi declinava il mantra “Sarti, Magnini, Cervato, ecc. ecc.” – sembrava peraltro dare un maggiore significato simbolico a quell’ipotetico ritorno allo stadio dopo che nella primavera precedente (campionato 1965-66) avevo vissuto il mio palpitante battesimo viola.

Ma come si sa, in quell’inizio di novembre da tregenda non smetteva di piovere ormai da giorni e già questo pareva mettere in dubbio (specie per le cautele anti-malanni di stagione di mia madre) l’avverarsi del fausto evento. Poi ci pensò l’Arno a sciogliere definitivamente ogni incertezza, fin dalla telefonata della zia Elvira che da Varlungo, alle 5 del mattino, ci avvisava di come là il fiume fosse ormai esondato: sicché capimmo d’un botto che…no, il rombo – così strano a quell’ora antelucana – che avvertivamo provenire dalle Cascine non doveva appartenere ai già avviati motori dei carri armati in vista della sfilata per il Giorno della Vittoria e delle Forze Armate, ma doveva essere l’incredibile rumore del fiume ribollente di enormi masse d’acqua limacciosa.
Il battesimo viola di cui sopra (a 9 anni, in quarta elementare) era avvenuto invece in tutt’altro contesto climatico, cioè in una splendida giornata di sole primaverile in cui nessuno avrebbe mai potuto immaginare come sarebbe stata devastata Firenze di lì a pochi mesi e a cosa sarebbe stato ridotto lo stesso curatissimo terreno di gioco del Comunale. Una iniziazione celebrata al tempo in cui la Fiorentina ye-ye guidata da Chiappella lasciava un segno di freschezza e spavalderia sul campionato, sorprendendo anche i suoi tifosi: è ancora qui nella mente lo stupore provato – a letto con una delle mie non infrequenti tonsilliti di bambino – per le notizie di Tutto il calcio minuto per minuto in occasione del 4-0 inflitto in trasferta al Napoli il 24 aprile 1966 (reti di Bertini, doppio Brugnera e dell’immancabile “uccellino” Kurt), con il povero libro Cuore di De Amicis e la piccola vedetta lombarda d’improvviso surclassati emotivamente dalle notizie che giungevano via etere dal San Paolo.

Non potendomi più accontentare di assistere ai cortei per via Mercadante, via Paisiello, via Petrella che i giovanissimi tifosi del Viola Club Ye-Ye (con sede al circolo Bencini) organizzavano al ritorno dalle domenicali vittorie al Comunale (ricordo ancora il dissacrante coro “Alé alé la Sampdoria sul bidè” intonato davanti al DLF dopo un sonoro 5-0 rifilato ai blucerchiati il 24 ottobre 1965) finalmente l’8 maggio 1966 (dopo un bel 2-0 esterno alla Roma nel giorno della Festa dei Lavoratori) era arrivato il suddetto momento della prima volta.
Pranzo domenicale un po’ prima del solito, viaggio in auto Case dei Ferrovieri-Campo di Marte con sorella mooolto più grande e annesso cognato, acquisto dei tagliandi d’ingresso direttamente alla biglietteria di curva Ferrovia (prescelta per non avere il sole contro…), ascesa delle assolate scale elicoidali e poi, d’improvviso, visione magica del catino dello stadio, di un terreno dall’erba verde scintillante come mai vista in nessun’altra occasione, degli striscioni viola appesi alle balaustre in ferro. E come dimenticare poi certe pubblicità dal sapore antico, fatte di testi ingenui e facili musichette (“…il nome di Riconda è garanzia, di taglio confezione e qualità!”) ascoltate in attesa della partita; la prima lettura delle formazioni (ah, già… si giocava contro il Varese di Maroso, Ossola, Boninsegna); l’inno cantato da Narciso Parigi.
Che se poi vinci 4-0 (due goal di De Sisti in chiusura di primo tempo, rete di Merlo nell’immediata ripresa delle ostilità e infine suggello del… solito Hamrin) sei a quel punto e per forza marchiato a vita… Tant’è che se mi fermo a ripensarci, sento ancora la voce tonitruante del mio sanfredianino zio Roberto (con noi quel pomeriggio allo stadio) che ad una delle quattro reti si gira estasiato verso le file vicine e si profonde in un “Beeelloooo!!!” che nemmeno avesse visto in quel momento per la prima volta Palazzo Vecchio o il Campanile di Giotto…
Che pomeriggio, insomma, quella domenica 8 maggio 1966. E poi – dopo le sofferenze radiofoniche per la finale di Coppa Italia vinta solo su rigore, peraltro ineccepibile, ai supplementari con il Catanzaro – che serata, di lì a poco, quella del 19 giugno successivo (stessi accompagnatori) con la vittoria della Coppa Mitropa contro i cecoslovacchi dello Jednota Trencin e ritorno a casa a piedi, tanto erano strapieni i bus n.17 per piazza Puccini, percorrendo l’ultimo chilometro come un sonnambulo, al punto da lasciar per strada il golfino di cotone in vita e anche la mia prima bandiera viola… Inconvenienti davvero da poco, considerando che ormai era cominciata anche per me l’usurante fatica di essere ufficialmente tifoso gigliato.
Andrea Mazzoni



