I CAMPIONATI DI GUERRA
CENTO ANNI, UN’UNICA PASSIONE
Secondo testo di approfondimento per celebrare il Centenario della Fiorentina, curato da Massimo Cervelli, che racconta il periodo dal 1940 al 1961
I CAMPIONATI DI GUERRA
Il 10 giugno 1940 Mussolini annunciò, con un discorso radiotrasmesso tenuto dal balcone di Palazzo Venezia a Roma, l’entrata in guerra dell’Italia a fianco di Hitler. Così come aveva già fatto la Germania, l’Italia decise di continuare le manifestazioni sportive. La serie A aveva l’ingrato compito di far sembrare “normali” le domeniche di guerra.
La Fiorentina, orgogliosa di avere sulle proprie maglie lo stemma della Coppa Italia, iniziò il campionato 1940-41 con una formazione estremamente solida, impostata con il WM. Griffanti in porta, l’esperto Geigerle, arrivato dalla Triestina, formava con Piccardi la coppia dei terzini, mentre il centrocampo contava su una mediana collaudata (Ellena, Bigogno, Poggi) e su due interni di classe come Ferruccio Valcareggi, anche lui proveniente dalla Triestina, e Baldini. L’attacco era sostenuto dalla classe di Menti, dall’opportunismo di Di Benedetti e dal giovane talentuoso Degano arrivato dall’Udinese. Fu una stagione bellissima, in cui i tifosi furono trascinati dalla squadra, anche se gli spalti erano già diventati luogo di scambio di cattive notizie sui ragazzi partiti per il fronte. I viola conquistarono subito la testa della classifica e la mantennero fino alla 7a giornata, prima della batosta incassata a Torino (6-2). Fu un brutto colpo, duro da smaltire. Vennero persi punti e partite, ma all’ultimo turno del girone d’andata la Fiorentina riconquistò in 90’ la propria autostima vincendo, finalmente, in casa della Juventus (2-3).

Nel girone di ritorno i viola sembrarono poter rientrare nella lotta per il titolo, arrivando a 5 punti dal Bologna, ma la mancanza d’abitudine a lottare per certi traguardi condizionò il finale di stagione. Ci fu, però, una grande eccezione. L’occasione fu la partita di saluto contro la Juventus che venne sommersa (5-0) con una tripletta di Di Benedetti e i gol di Menti e Morisco. Il 4° posto, per peggior quoziente reti col Milano, stava stretto alla Fiorentina che espresse l’attacco più prolifico assieme allo scudettato Bologna.
La linea era tracciata e comprendeva elementi precisi: una bella struttura di gioco basata sul sistema (WM) di Galluzzi, un’organizzazione tecnica solida gestita da Ottavio Baccani, l’inevitabile cessione dei giocatori migliori (il passaggio di Menti, assieme ad Ellena, al Torino e l’addio di Di Benedetti), e infine un mercato accorto alla ricerca dei migliori giovani, una sorta di pesca a strascico nella cui rete restò un centravanti ventenne, Renato Gei, un vero cannoniere.
La stagione 1941-42 mostrò tutte le difficoltà di disputare il campionato in un paese in guerra: ritardi delle squadre e degli arbitri, assenza di palloni e, inevitabilmente, casi di corruzione sempre più numerosi. La Fiorentina giocò un torneo modesto, conquistando in casa la stragrande maggioranza dei punti che valsero il nono posto. Il torneo, fra mille polemiche e inchieste federali, venne vinto dalla Roma.
Il 21 agosto 1942, il “Foglio di disposizioni”[1] annunciò che «il Segretario del Partito, su proposta del presidente del CONI, ha nominato presidente della FIGC Luigi Ridolfi, in sostituzione del consigliere nazionale Giorgio Vaccaro» (“La Nazione”, 22 agosto 1942). Conseguentemente, il 18 settembre «Il presidente del CONI ha ratificato la nomina del fascista Scipione Picchi a presidente dell’Associazione Calcio Fiorentina in sostituzione del consigliere nazionale Luigi Ridolfi». Il console Picchi «fervido ed entusiasta sostenitore della compagine viola, fu spesso a fianco del marchese Ridolfi quale suo prezioso e intelligente collaboratore, pur non rivestendo alcuna carica in seno all’Associazione stessa» (“La Nazione”, 19 settembre 1942).
Scipione Picchi lasciò inalterato il funzionamento della Fiorentina nell’ultimo campionato di guerra (1942-43), caratterizzato dall’aumento dei bombardamenti e dalle crescenti difficoltà, in tutto il paese, relative agli approvvigionamenti alimentari. La politica dei razionamenti non era compensata da una parallela politica degli ammassi: la tessera non garantiva gli alimenti, accaparramenti e speculazioni avvenivano in tutta la penisola e i protagonisti erano spesso gerarchi e militari. Le operazioni belliche volgevano al brutto per l’Italia: nel novembre del 1942 il crollo del fronte africano fu seguìto dalla disfatta in Russia. Il campionato finì faticosamente e venne vinto, in extremis, dal Torino che diverrà Grande dopo la guerra. La Fiorentina arrivò sesta, alla pari con il Bologna. Ferruccio Valcareggi fu l’unico a giocare tutte le trenta partite segnando otto reti, in una squadra in cui si misero in mostra giovani, come Furiassi e Avanzolini, che saranno protagonisti nell’immediato dopoguerra. La guerra era ormai persa: il 13 maggio gli alleati presero Tunisi, l’11 giugno occuparono Pantelleria e il 10 luglio sbarcarono in Sicilia.
Il 25 luglio 1943 cadde il fascismo e Mussolini venne arrestato, ma il governo Badoglio continuò la guerra, a fianco dei tedeschi, fino all’8 settembre, data dell’armistizio con gli alleati.
Il 25 luglio aveva rappresentato una linea di frattura, ma i quarantacinque giorni necessari per interrompere la guerra al fianco della Germania furono un arco di tempo troppo lungo e, all’indomani dell’armistizio, i tedeschi invasero l’Italia. Firenze fu occupata l’11 settembre, e il 28 settembre venne costituita la RSI (Repubblica Sociale Italiana, nota come repubblica di Salò). La stagione calcistica non riprese.
[1] Era l’organo ufficiale, con periodicità di uscita variabile, che il Partito Nazionale Fascista (PNF) utilizzava per emanare le proprie direttive.
Firenze in guerra: occupazione, bombardamenti e niente Fiorentina
Con l’occupazione tedesca si intensificarono i bombardamenti alleati. Dalle città si scappava verso le campagne per risolvere i problemi di cibo, mentre si viveva una strana sospensione del tempo, segnata dalle azioni armate della Resistenza e da cinema e locali aperti fino a tardi, mentre le scuole non garantivano l’attività didattica. Il CONI e la FIGC erano stati trasferiti da Roma a Venezia e fecero dei tentativi per riprendere l’attività sportiva. Lo stato di occupazione non consentiva assembramenti della popolazione: per far disputare una partita bisognava autorizzare la presenza di un pubblico. Lo stadio di Firenze era occupato e utilizzato dalle truppe e dalla logistica nazifascista. Inoltre, i calciatori erano “arruolabili” e non più protetti dallo status sportivo. Venne disputata al campo sportivo Padovani una prima partita il 28 novembre tra l’Associazione calcio “Caligaris” e il Dopolavoro sportivo “Carlo Baccani”, ma in campo c’erano giocatori della Fiorentina e calciatori di altre squadre residenti a Firenze. Una nuova partita venne giocata la domenica successiva, sempre al Padovani, tra due squadre denominate “Viola” e “Bianchi” con «ottocento spettatori, fra cui molti soldati germanici», mentre il 12 dicembre 1943 i giocatori fiorentini si divisero in azzurri e viola.
La FIGC repubblichina annunciò che «non si effettueranno nella stagione 1943-1944 campionati nazionali», ma verrà organizzato il campionato regionale di divisione nazionale misto tra squadre di serie A, B e C. Il 2 gennaio 1944 la Fiorentina giocò un’amichevole a Modena (2-2) che fece pensare a una ripresa effettiva in vista dei campionati regionali. Venne organizzato anche un torneo cittadino a tre squadre tra Fiorentina, Caligaris e Dopolavoro Baccani che si esaurì a metà gennaio con la facile vittoria dei viola. Venne poi formato il campionato regionale toscano, a cui avrebbero dovuto partecipare Fiorentina, 42° Corpo dei Vigili del Fuoco di La Spezia, Carrarese, Forte dei Marmi, Massese, Montevarchi, Lucchese e Montecatini Terme, ma il 2 febbraio venne ufficializzata la rinuncia della Fiorentina.
L’attività agonistica della Fiorentina terminava. Molti giocatori si trasferirono al nord per giocare nei vari campionati regionali. La storia dell’Associazione Fiorentina del Calcio, nata nel 1926, si esauriva. Rimase solo un tenace presidio rappresentato da Ottavio Baccani nella sua casa di via Paoletti, dove aveva messo in salvo il materiale tecnico della squadra viola in attesa di tempi migliori. Baccani ebbe la forza, da solo, di organizzare, pur sotto l’occupazione, il dodicesimo torneo “Primi calci”, allargando la data di partecipazione ai giovani «la cui data di nascita resulti inferiore al 31 dicembre 1925».
Gli ultimi mesi della dittatura furono durissimi, con l’intensificarsi della repressione nazifascista, aumentata d’intensità con il crescere delle azioni dei partigiani e l’avanzata delle truppe alleate. La maggioranza della burocrazia della RSI era impegnata in un costante doppio gioco, tra la fedeltà ai tedeschi e la collaborazione con il Comitato Toscano di Liberazione Nazionale, non dimenticando di distruggere documenti compromettenti. La mattina del 31 luglio 1944 i tedeschi bloccarono il passaggio dei ponti e, con un manifesto, intimarono ai fiorentini di non uscire dalle case, pena la fucilazione. Il silenzio spettrale venne squarciato dalle esplosioni: alle 22.00 del 3 agosto fu distrutto il Ponte alle Grazie; alle ore 4.00 del 4 agosto saltarono il Ponte Santa Trinita, il Ponte alla Carraia e il Ponte alla Vittoria.

La Liberazione di Firenze e l’Associazione Calcio Fiorentina
L’11 agosto Firenze insorse, con gli alleati alle porte. Fu la prima città italiana a liberarsi e a darsi forme di autogoverno, gestite dal Comitato Toscano di Liberazione Nazionale. Dopo la fallita insurrezione di Roma, liberata dagli alleati il 4 giugno 1944, a Firenze gli alleati si trovarono di fronte gli organi di autogoverno con cui il Comitato Toscano di Liberazione Nazionale aveva preso le redini della vita politica e amministrativa. La liberazione di Firenze divenne un modello di riferimento per la Resistenza italiana. Il primo sindaco fu il socialista Gaetano Pieraccini. La città ripartì velocemente e con essa anche le attività sportive, la cui riorganizzazione venne affidata a una Commissione guidata da Arrigo Paganelli, un avvocato esponente della Democrazia Cristiana e già dirigente della Libertas.
Paganelli, il 22 ottobre 1944, costituì la nuova società che prese il nome di Associazione Calcio Fiorentina, partecipata da soci che elessero gli organismi dirigenti. Ottavio Baccani richiamò molti giocatori: costituita la società e fatta la squadra, la Fiorentina rinacque. Il marchese Ridolfi, bloccato a Monopoli, volle collaborare scrivendo la sua rinuncia «ad ogni rivendicazione sul patrimonio giocatori a lui spettante di diritto, facendone contemporaneamente donazione alla nuova società che si sarebbe in seguito formata»[2].
La nuova Fiorentina non disponeva dello stadio per allenarsi, essendo esso utilizzato dagli eserciti alleati, ma organizzò le prime partite contro rappresentative delle forze armate inglesi e alleate, il Prato, Le Signe, l’Empoli, il San Giovanni, la Pistoiese, la “Ballerini” di Campi. Si attendeva l’inizio del campionato regionale toscano, ritardato dal permanere della guerra.
Arrivavano, con grande ritardo, le notizie di morti importanti. Il 23 marzo 1945 il “Corriere dello sport” scrisse che Frigo della Fiorentina era stato «barbaramente ucciso dai nazisti in Jugoslavia». Armando Frigo, ufficiale di fanteria, dopo l’8 settembre 1943 era rimasto in Croazia a combattere contro i nazisti; catturato, venne fucilato insieme agli altri ufficiali il 10 ottobre 1943 a Crkvice. Il giornale lo chiamò «Frigo della Fiorentina» perché aveva ancora in tasca la tessera di giocatore della Fiorentina, pur essendo già divenuto giocatore dello Spezia.
Arrivò anche la notizia dell’uccisione di Bruno Neri da parte dei nazifascisti, avvenuta il 10 luglio 1944. L’ex mediano viola era diventato vice comandante del Battaglione partigiano Ravenna con lo pseudonimo di “Berni”. Morì nei pressi di Marradi per conquistare la libertà, anche quella di giocare a pallone.
Il 16 marzo 1945 anche Vittorio Staccione, mediano della Fiorentina dal 1927 al 1931, morì a Gusen, un’articolazione del campo di concentramento di Mauthausen dove era stato deportato come oppositore politico.

[2] O. Baccani, Luigi Ridolfi una vita per lo sport, “Alè Fiorentina”, n. 1/1965, p.15.
Campionato regionale toscano
Il 1° aprile 1945 venne finalmente disputata la prima giornata del girone fiorentino, con una clamorosa sconfitta dei viola (1-0) contro il Movimento Giovanile Comunista. La Fiorentina vinse tutte le altre partite, di andata e ritorno, del girone a quattro a cui partecipavano anche ASSI e Marzocco. In attesa dei quarti di finale, i viola disputarono a fine maggio la Coppa Mario Forlivesi a Roma, insieme a Livorno, Lazio e Roma (che vinse il trofeo). I viola parteciparono, assieme al Livorno, anche a un torneo a quattro squadre disputato a Napoli e vinto dallo Stabia al sorteggio sul Napoli.
Così, nei quarti di finale del Campionato Toscano di guerra, la Fiorentina superò dopo un doppio pareggio (1-1) il San Giovanni Valdarno ed eliminò l’Empoli in semifinale vincendo le due partite giocate entrambe a Empoli.

Il 29 luglio, allo stadio di Santa Croce sull’Arno, la Fiorentina si aggiudicò, in una trasferta avventurosa[3], questo campionato regionale battendo il Livorno 3-1 grazie anche a una doppietta di Pandolfini.
[3] L. Magini, Storia della Fiorentina, Passa la guerra; risorge la vita, “Alè Fiorentina” n. 2/1967-68, p.15.
Il campionato Divisione Nazionale 1945-1946 e la serie A 1946-47
Il campionato 1945-1946 si disputò tra le macerie lasciate dalla guerra e dall’invasione tedesca. Il calcio italiano doveva ancora ritrovare la sua unità nazionale e il campionato venne organizzato in due diversi tornei della Divisione Nazionale: la Serie A dell’Alta Italia e una Serie mista A-B del Centro-Sud; le migliori quattro dei due gironi si sarebbero giocate il titolo in un girone finale a otto squadre. La Fiorentina dovette cedere Valcareggi al Bologna per sistemare i conti economici e poter partecipare al girone centro-meridionale. I viola erano favoriti, avendo nuovamente a disposizione Romeo Menti che, per motivi familiari, non era ancora rientrato al Torino.
I viola iniziarono malamente il campionato, perdendo le prime quattro trasferte (contro Pescara, Bari, Salernitana e Roma), complici anche le grandi difficoltà logistiche, e delusero clamorosamente i propri sostenitori classificandosi al quinto posto, non riuscendo a qualificarsi per la fase finale che avrebbe riportato allo stadio le grandi squadre del nord. Il risultato produsse contraccolpi economici negativi, per la mancanza dei quattro incassi del girone finale, e così, il 9 giugno 1946, venne eletto un nuovo presidente: Igino Cassi, un commerciante di vino.
Il campionato 1946-47, tornato al girone unico a 20 squadre, fu calcisticamente drammatico. Cominciò con la cessione del portiere Griffanti e il ritorno di Menti ai granata. L’inadeguatezza della formazione scatenò la reazione del pubblico che, per una parte della stagione, fece mancare il proprio sostegno disertando lo stadio. Cambiarono gli allenatori (ben tre) e venne liquidato il direttore sportivo Baccani. Alla 36a giornata, quando l’arbitro annullò nel finale il gol del successo sul Genoa segnato da Piccardi, la Fiorentina era sull’orlo della retrocessione. Il pubblico invase il campo, dando vita a scontri e sparatoria con carabinieri e polizia nella pista di atletica. Lo stadio Comunale venne squalificato, ma la squalifica diventò operativa nel campionato successivo. Con il sostegno di un grande pubblico, la Fiorentina sconfisse il Bari a Firenze e, accompagnata da un imponente esodo di tifosi gigliati, pareggiò l’ultima a Bologna salvandosi per un punto.
Era finita bene, ma la Fiorentina, per non essere ridimensionata a una delle tante squadre della provincia italiana, doveva uscire dalla precarietà economica e dirigenziale. Nel 1947 era stato eletto un nuovo presidente (Allori) che durò poco più di un anno, sostituito da Carlo Antonini nell’aprile 1948. Il Consiglio, sotto la pressione dei soci, cercò di mettere ordine. La Società Anonima, che Cassi aveva rilevato da Ridolfi durante il suo mandato presidenziale, ebbe il compito di gestire la parte economica del club. La parte sportiva venne invece affidata al “maestro” Nello Ugolini, direttore sportivo proveniente dal Modena che rimase a Firenze fino alla stagione 1950-51, quando tornò a Modena a lavorare per la Ferrari. Il “maestro” scelse Luigi Ferrero per guidare la rinascita viola.
Ferrero, ex attaccante di un certo nome, aveva vinto da allenatore due scudetti consecutivi con il Torino e aveva come suo elemento di forza, oltre alla sapienza tecnica e tattica, la preparazione atletica. Ferrero sapeva anche insegnare calcio e questo cambiò radicalmente la vita della Fiorentina: c’era, finalmente, qualcuno che pensava a costruire e non solo a limitare i danni. Il mister valorizzò quello che di buono la squadra aveva mostrato, come la coppia di terzini Furiassi-Eliani nonché la completezza di Augusto Magli in mediana, e chiese al calciomercato la costruzione dello scheletro centrale che fu individuato in un portiere (Moro), un centrocampista di riferimento (Valcareggi tornato dal Bologna) e un centravanti (Galassi). Il campionato 1947-48 fu vissuto in tranquillità, grazie all’altissimo rendimento casalingo: 32 dei 41 punti finali vennero ottenuti al Comunale. La rivelazione della stagione fu Alberto Galassi, il quale nelle prime uscite aveva fatto storcere la bocca ai tifosi per la sua apparente grettezza tecnica ma, sotto la guida di Ferrero che aveva praticato il mestiere di centravanti, divenne un goleador assoluto. Galassi era un atleta polivalente che praticava anche altre discipline (atletica, basket, sci). La sua velocità e le sue doti acrobatiche divennero il marchio di fabbrica di un attaccante che fece innamorare il pubblico e che s’innamorò di Firenze al punto da tornarci a vivere a fine carriera esercitando la professione di dentista. Il campionato, con il settimo posto finale dei viola, aveva riportato i fiorentini sugli spalti. Un risultato decisivo per trasformare lo stadio in un fortino, ma anche per la vita economica della società che aveva nel botteghino l’unica fonte di entrata.
Si poteva guardare al futuro con ottimismo, anche se l’inizio della stagione 1948-49 ebbe momenti difficili. La Fiorentina, a differenza della stragrande maggioranza dei club, non acquistò calciatori stranieri. Furono ceduti Valcareggi e Gei, e arrivarono diversi giovani, fra cui Sergio Cervato che segnerà la storia viola; Moro venne sostituito con Costagliola, portiere più continuo e affidabile. La Fiorentina ammise di aver commesso un grave errore nel cedere Egisto Pandolfini alla Spal e lo riacquistò a caro prezzo, sistemando il centrocampo ma rimettendoci la bellezza di 15 milioni. La squadra cominciò il campionato ancora incompleta e lacerata dalla battaglia per i “reingaggi” – si trattava dei premi di riconferma che i calciatori acquisivano ogni anno, ma la cui misura era oggetto di contrattazione – e questa situazione provocò una forte contestazione allo stadio con la minaccia di restituire gli abbonamenti. L’acquisto del centromediano Rosetta dal Torino e le prime vittorie in casa misero tutti d’accordo: sosteniamo la nostra Fiorentina! La compagine confermò il campionato precedente, con l’ottavo posto, ma anche con le stesse difficoltà in trasferta dove arrivarono sconfitte pesanti culminate nel 7-1 subito dall’Inter.
Il 4 maggio 1949 l’aereo che riportava in Italia il Grande Torino, reduce da un’amichevole benefica a Lisbona, si schiantò sul colle di Superga. I calciatori granata, così come l’equipaggio e i giornalisti morti nel disastro, vennero celebrati e ricordati in tutto il paese: fu il primo grande lutto dell’Italia Repubblicana.

La Fiorentina voleva crescere e abbatté il tabù degli stranieri acquistando il centrocampista ungherese Gyula Nagy e, a dicembre, l’attaccante tedesco Ludwig Janda. Ci furono anche cessioni importanti, a partire da quella del nazionale Furiassi alla Lazio. Era iniziato un rinnovamento, con l’arrivo di un gran numero di giovani giocatori fra cui una mezzala milanese, proveniente dal Pisa, Giuseppe Chiappella, a cui Ferrero ritagliò un nuovo ruolo in mediana, con attitudini difensive. Il contributo degli stranieri, in particolare quello di Nagy, non fu quello atteso. Janda invece era un buon giocatore, anche concreto, ma difettava di rapidità.
I gol di Galassi (24) trascinarono la Fiorentina nelle zone alte della classifica: i viola erano terzi dopo dieci giornate e quarti alla ventesima, grazie anche a una serie positiva di dodici partite senza sconfitte tra il tredicesimo e il ventiquattresimo turno. Il campionato si concluse con il quinto posto e 44 punti complessivi, di cui 23 raccolti nel girone d’andata e 21 in quello di ritorno, con un rendimento nettamente migliore nelle partite casalinghe rispetto alle trasferte. La squadra cominciava ad avere tante certezze: Costagliola in porta, la coppia di terzini con l’esperto Eliani e il giovane Cervato, Rosetta perno della difesa, Chiappella e Magli mediani, Pandolfini motorino di centrocampo e l’implacabile Galassi davanti. Magli e Pandolfini furono anche convocati per la Coppa del Mondo 1950, la prima del dopoguerra, che si svolse in Brasile. Gli azzurri, ancora sotto shock per il disastro di Superga, partirono in nave da Napoli. La traversata transatlantica fino al porto di Santos fu lunghissima. I palloni portati a bordo finirono presto in mare e l’attività fisica fu quella che poteva essere. Il primo incontro si concluse con una sconfitta contro la Svezia che decise l’eliminazione della Nazionale a cui, come tecnico, era stato aggregato anche Ferrero.
La Fiorentina preparò il campionato 1950-51 senza grossi cambiamenti, cercando di migliorare i ruoli più deboli, come quello di ala destra. Venne acquistato Vitali dal Padova, un buon giocatore che, però, ebbe subito un brutto infortunio, mentre l’altro rinforzo, il terzino destro Venturi, si rivelò importante per sostituire Eliani. Il biondo terzino fu ceduto alla Roma a inizio campionato e la battaglia dei reingaggi causò malumori e tensioni tecniche e societarie che determinarono un pessimo avvio di stagione.
Ferrero guidò la nave nella burrasca, allentò le tensioni e inserì il nuovo straniero, il mastodontico olandese André Roosenburg che ebbe un buon impatto realizzativo. Il girone di ritorno venne disputato a un ritmo superiore e vide anche la promozione a titolare di Magnini. Il blocco difensivo era ormai allestito e avrebbe rappresentato per anni la vera forza della Fiorentina. Il piazzamento finale (quinto posto) e i punti conquistati (44) furono gli stessi dell’anno precedente. Ormai, la vista dei sostenitori viola era sull’alta classifica. Il campionato 1951-52 si apriva con un interrogativo preciso: la città del giglio saprà ancora migliorarsi?
Dei tre stranieri rimase solo il centravanti olandese il quale venne affiancato dal centrocampista svedese Dan Ekner, calciatore tecnico ma lento, e dall’ala turca Lefter. Non era quello che avrebbe voluto Ferrero per rafforzare la squadra e, dopo un inizio difficile, il tecnico si dimise, ma venne clamorosamente confermato in campo dai propri giocatori dopo la vittoria (3-0) conquistata sul terreno di Bologna. La situazione era ormai irrecuperabile: il presidente Antonini spiegò alla stampa che gli acquisti degli ultimi anni erano stati fatti in completo accordo con Ferrero. Il tecnico rispose, anche lui sui giornali, smentendo il presidente. Il cambio in panchina venne ufficializzato il 16 novembre. La Fiorentina, dopo aver scartato vari tecnici per le loro pretese economiche, affidò la panchina all’ex viola Renzo Magli che non partì benissimo, conquistando solo due punti in cinque partite. Nel girone di ritorno la Fiorentina cambiò marcia, collezionando 25 dei 43 punti che valsero il 4° posto finale con giornate di grandi soddisfazioni culminate nel 5-0 inflitto all’Inter con doppietta di Pandolfini e gol di Roosenburg, Lefter e Vitali.

La grande notizia era arrivata fuori dal campo. Alle prime ore del 24 dicembre 1951 l’assemblea dei soci aveva votato il nuovo Consiglio direttivo che elesse presidente Enrico Befani, industriale laniero pratese. La Fiorentina, per la prima volta, aveva ai propri vertici una grossa forza economica espressa dallo stesso Befani e dagli altri consiglieri, fra cui Kraft, proprietario del Grand Hotel.
Quando, in estate, il nuovo Consiglio decise la cessione di Egisto Pandolfini alla Roma, i soci si sentirono traditi e, nella vecchia sede di via de’ Saponai, si scatenò un gran putiferio che venne ricordato come la “battaglia delle seggiole”. Questa ferita non fu rimarginata dalla successiva campagna acquisti dove spiccavano le ali Lucentini (dalla Sampdoria) e Mariani (dall’Udinese), oltre al ritorno di Pietrino Biagioli dal Piombino, mentre passarono in sordina gli acquisti di Armando Segato dal Prato e di Maurilio Prini dall’Empoli. La Fiorentina fece un’altra scelta molto importante, quella del nuovo direttore sportivo Luciano Giachetti, artefice del miracolo Sestese.
Il primo campionato Befani (1952-53) vedeva la riduzione del numero delle partecipanti, tornate a diciotto squadre dopo quasi vent’anni. La Fiorentina fece ancora soffrire i propri sostenitori. La lancetta del tempo sembrava essere tornata indietro al campionato 1946-47, con la squadra impelagata nella lotta per non retrocedere. Renzo Magli venne sostituito dopo 10 partite senza vittoria, alla conclusione di un girone d’andata che vedeva la Fiorentina quint’ultima in classifica con 13 punti (13 gol realizzati e 23 quelli subiti), dopo aver conquistato soltanto tre punti in otto partite.
La squadra era vittima di una crisi tecnica di notevoli proporzioni, a cui si scelse di porre rimedio con un colpo a sorpresa: l’ingaggio di Fulvio Bernardini, allenatore del Vicenza in serie B. Bernardini era un personaggio particolare. Era stato uno dei calciatori italiani più forti a cavallo tra gli anni Venti e Trenta ed era considerato un intellettuale, essendo uno dei pochi giocatori laureati e avendo un’attività di giornalista sportivo. Aveva cominciato la carriera di allenatore prima della guerra facendo l’allenatore-giocatore alla Mater, una squadra romana che militava in serie C. Dopo la liberazione di Roma venne incaricato dal commissario del CONI di riorganizzare la FIGC, ma il suo incarico, svolto intensamente, durò pochi mesi per i conflitti che insorsero con i vecchi burocrati che avevano fatto parte del regime fascista e che volevano riproporsi come se nulla fosse accaduto.
Era dunque un personaggio scomodo, con in più la fama di teorico del football che aveva fallito la sua prima grande occasione, quando era stato chiamato ad allenare la Roma nel 1949-50. Bernardini colse al volo la proposta di Befani, consigliato, fra gli altri, anche da Ridolfi. Il tecnico pagò la penale che gli permise di disimpegnarsi dal Vicenza e si gettò a capo fitto nella nuova avventura. Cultore del WM trovò una squadra ben impostata in difesa, ma che perdeva il filo del gioco quando era chiamata a fare la partita.

Le prime quattro gare di Bernardini segnarono una grande svolta: a Ferrara la Spal trovò il pareggio solo al 90’ e le altre tre furono vittorie convincenti contro la Roma, a Novara e nuovamente in casa contro l’Udinese. Nella giornata seguente i viola erano ospiti della Juventus e i tifosi rimasti a Firenze ammutolirono quando venne comunicato il risultato: 8-0! Le dimensioni della sconfitta furono causate dalla doppia inferiorità numerica che penalizzò la compagine gigliata, costretta a fare a meno di entrambi i terzini (Venturi e Cervato) infortunati e dalla consueta sportività degli zebrati che agirono per inverare il vecchio detto “agli zoppi grucciate”. Una batosta troppo grossa per non lasciare scorie. La settimana successiva il Palermo passò al Campo di Marte (0-2) facendo temere che, dopo un bell’inizio, eravamo punto e a capo. Bernardini tuttavia mantenne l’unità della squadra e, con quattro partite senza subire reti, fra cui il successo casalingo contro l’Inter, riprese la marcia che portò la squadra a fare 20 punti nel girone di ritorno, conquistando un settimo posto finale che, qualche mese prima, sembrava una chimera.
Nel 1953-1954 la Fiorentina attirò l’attenzione di tutto il panorama calcistico nazionale. Il mercato estivo portò a un significativo rinnovamento della rosa: a centrocampo arrivarono Guido Gratton dal Como e Gunnar Gren dal Milan, soprannominato il “professore”. In attacco rimase il solo Mariani, mentre furono ingaggiati il peretolino Bacci, centravanti in precedenza poco considerato a Firenze, ma acquistato dal Bologna per una cifra rilevante, e Vidal, campione del mondo nel 1950 con l’Uruguay, proveniente dal Peñarol. Lasciarono la squadra Ekner, Lucentini, Biagioli, Viciani e Ghersetich, oltre a Roosenburg giunto a fine contratto.
Per la prima volta la società decise di svolgere il ritiro precampionato all’estero, scegliendo Bulle, in Svizzera. Durante il campionato la Fiorentina conquistò il titolo simbolico di campione d’inverno con 26 punti in 17 partite, condividendolo con Inter e Juventus. Alla 21a giornata i viola guidavano da soli la classifica. La formazione di Bernardini infilò una serie di diciotto partite consecutive senza sconfitte, dalla 6a alla 23a giornata.

Il calendario offriva due impegni consecutivi in casa alla 24a e 25a giornata, era l’occasione ideale per l’assalto allo scudetto. La corsa si arrestò bruscamente: il 14 marzo 1954 il Bologna sorprese il pubblico del Comunale, ribaltando l’iniziale svantaggio e imponendosi per 3-1. Nel turno successivo, ancora a Firenze, i viola superarono il Novara, ma da quel momento non riuscirono più a vincere: nelle ultime nove gare ottennero soltanto sei pareggi e conclusero il campionato al terzo posto, a pari punti con il Milan e a sette lunghezze dall’Inter campione. Nelle ultime undici giornate i nerazzurri recuperarono ben otto punti sui gigliati. Nonostante il calo finale, la Fiorentina chiuse con la miglior difesa della Serie A, avendo subito appena 27 reti in 34 partite. Un rendimento che confermava la solidità del reparto arretrato e un ruolo da protagonista nelle stagioni successive.
Nel campionato 1954-55 tutti si attendevano il salto di qualità. La Fiorentina aveva sostituito il centravanti Bacci con il giovane Virgili, acquistato per oltre 70 milioni dall’Udinese. “Pecos Bill”, soprannome derivato dal personaggio dei fumetti, realizzò 16 gol. Fece molto bene anche la giovane ala sinistra Bizzarri, autore di 10 reti, mentre la squadra non poté quasi mai contare sull’uruguayano Vidal, fermato da un grave infortunio. L’inizio di stagione fu positivo, ma tra la 19ª e la 27ª giornata la Fiorentina crollò, perdendo sei partite su nove. Un dato sorprendente se si considera che nell’intero campionato, su 34 gare, le battute d’arresto furono nove. Le pesanti débâcle (4-0 a Milano contro il Milan, 4-1 sul campo della Juventus e 5-1 a Bergamo) sembrarono incrinare la solidità del reparto difensivo.
Non mancarono le polemiche nei confronti di Bernardini. Il “Guerin Sportivo” scrisse: «La Fiorentina è una grande squadra che, se ben guidata, avrebbe potuto vincere tranquillamente il campionato». Critiche severe arrivarono anche da Gren, il centrocampista voluto proprio da Bernardini e non confermato per la stagione successiva. L’allenatore mantenne la calma e portò la squadra al quinto posto finale, chiudendo il torneo senza sconfitte nelle ultime sette partite. Fulvio aveva idee chiare: nonostante i 48 gol subiti, la solidità della difesa non era in discussione. Per competere servivano attaccanti di livello superiore.
Lo scudetto
La Fiorentina aveva, ormai da anni, un fortissimo blocco difensivo, strutturato, come abbiamo visto, da Luigi Ferrero. Erano fino ad allora falliti i ripetuti tentativi per dare forza offensiva alla squadra. Per il campionato 1955-56 Bernardini volle fortemente Julio Botelho, l’ala destra del Brasile ai Mondiali di Svizzera 1954, andando personalmente a San Paolo ad acquistarlo assieme al vicepresidente Luigi Pacini. Inoltre arrivò dal Cile l’oriundo Miguel Angel Montuori, nato in Argentina, ma di origine italiana. Contemporaneamente, Fulvio non ebbe esitazioni nel promuovere il giovanissimo Giuliano Sarti in porta, sostituendo dopo sette anni l’amatissimo Nardino Costagliola.
Gli inserimenti di Julinho e Montuori e l’invenzione di Prini come ala tattica, per sopperire all’infortunio di Bizzarri, passarono alla storia del calcio italiano, ma Bernardini fece, negli anni fiorentini, molto di più: affinò e snellì il “sistema”, indicando una strada alternativa al catenaccio. In quegli anni i punti per la vittoria erano due; non erano previste sostituzioni e le rose delle squadre erano formate da undici titolari e tre giocatori di riserva, uno per reparto, oltre ai migliori giovani.

La formazione base aveva Sarti in porta, con davanti tre difensori, ossia i terzini Magnini e Cervato e il centrale Rosetta. Nel quadrilatero di centrocampo i due mediani erano Chiappella, con funzioni di rottura e di arretramento sulla linea difensiva, e Segato, con compiti propulsivi; gli interni erano Gratton, che faceva un gran lavoro di spola e sostegno sia della difesa che dell’attacco, e Montuori, mezzala, ma attaccante di fatto. In prima linea agivano Julinho, ala destra, Virgili, centrattacco e Bizzarri, ala sinistra. Oggi il WM verrebbe rappresentato come un 3-2-2-3. I rincalzi erano: Toros come portiere di riserva, il terzino Bartoli e il mediano Orzan per la difesa, il mediano Scaramucci e la mezzala Mazza per il centrocampo e infine Prini per l’attacco. Dei giovani l’unico utilizzato fu Carpanesi.
Forte dell’entusiasmo dei suoi tifosi e dalle prestigiose vittorie ottenute nel precampionato contro l’Hajduk Spalato e la Dinamo Mosca, la Fiorentina esordì in campionato a Busto Arsizio. I gigliati andarono in vantaggio 2-0, ma l’infortunio di Bizzarri sul finire del primo tempo lasciò la squadra in dieci e la Pro Patria riuscì a pareggiare. Bizzarri era un attaccante puro. I gigliati non avevano un altro giocatore simile in quel ruolo e il suo infortunio provocò una piccola crisi tecnico-tattica. Come sostituirlo? Fu questo il leitmotiv delle prime partite. Nella gara contro il Padova Bernardini inserì la mezzala Mazza spostando Gratton all’ala sinistra, ma il successo (1-0) arrivò senza particolare qualità nel gioco. Convinzione (tanta!) la dette la vittoria a Torino alla terza giornata, con un clamoroso 0-4 inflitto alla Juventus. Il big match con l’Inter a Firenze finì 0-0 e dette le stesse sensazioni vissute col Padova: in attacco il gioco della squadra non trovava la giusta fluidità. Bernardini azzardò allora un cambiamento che si rivelò decisivo, puntando su Maurilio Prini, attaccante eclettico di cui conosceva la versatilità, l’attaccamento alla maglia e la generosità.
A Bologna gli consegnò la maglia numero 11 e le chiavi della fascia: Prini arretrava a centrocampo e favoriva gli sganciamenti di Cervato, terzino capace di grandi proiezioni offensive e dotato di un tiro micidiale, non a caso era il rigorista della squadra. Questo movimento permetteva alla retroguardia di compattarsi con il semplice scalare di Chiappella che aveva, tra le tante doti, quella di saper marcare perfettamente gli attaccanti avversari. All’inizio Prini sembrava la solita ala “tornante” che rientrava a sostegno dei propri compagni a centrocampo e in difesa. Era stato Alfredo Foni, allenatore dell’Inter, a usare Gino Armano in quel modo e a vincere due scudetti consecutivi nel ‘53 e nel ‘54.
Prini, più che un’ala “tornante”, fu il vero uomo in più a centrocampo, ma anche in difesa, senza trascurare l’attacco. Fulvio aveva già provato ad impostarlo come centromediano per avere un’alternativa a Rosetta. Bernardini spiegò che, con Maurilio in campo, poteva contare su un terzino-mediano-attaccante. Prini era l’uomo ovunque, capace di segnare anche gol storici come quello a Belgrado, in semifinale di Coppa dei Campioni, che qualificò la Fiorentina alla finale di Madrid. Prini, umile e sempre pronto al sacrificio per il bene comune, fu fondamentale per la conquista dello scudetto del ‘56, divenendo, anche negli anni immediatamente successivi, un titolare di quel favoloso undici che ancora oggi i tifosi più anziani scandiscono a memoria come la migliore delle poesie.
La Fiorentina annichiliva gli avversari, forte dell’irresistibilità di Julinho e della sua arte nel far detonare l’esplosivo Virgili, servendolo con forti rasoterra dalla fascia destra. Altre soluzioni offensive erano date dalla sveltezza e dalla classe di Montuori e dalla grande capacità di costruzione di Segato. Il calendario scorreva con la Fiorentina implacabile con le sue avversarie: 4-1 all’Atalanta, pareggio a Vicenza (1-1), Torino battuto a Firenze (2-0) e pareggio a Novara (1-1), successo a Milano in casa del Milan (0-2) senza avere a disposizione Julinho rientrato alla vigilia della gara dal Brasile dove si era recato per la morte del padre, doppio successo casalingo contro Roma (2-0) e Triestina (1-0), prima dello show dell’ultimo dell’anno in diretta televisiva a Roma contro il Napoli (2-4)!
La Fiorentina guidava la classifica con cinque punti di vantaggio e nemmeno il doppio pareggio casalingo con Spal e Sampdoria (entrambe le partite finirono senza reti) avvantaggiò gli avversari. Dopo il pareggio a Roma con la Lazio (2-2) e la vittoria contro il Genoa (3-1), alla fine del girone d’andata il distacco era sempre di cinque lunghezze sul Milan.
Le quattro vittorie consecutive all’inizio del girone di ritorno, l’ultima delle quali a Milano contro l’Inter (1-3), scavarono un solco portando il vantaggio sul Milan a otto punti. Orzan aveva sostituito Rosetta, gravemente infortunato, al centro della difesa e fu il dodicesimo titolare di quell’impresa. Era dai tempi del Grande Torino che sui campi italiani non si vedeva una squadra così forte, dominante e capace di esprimere un gran bel calcio. Il sigillo fu messo nella partita contro il Milan a Firenze: tre a zero per i viola, con gol di Prini e doppietta di Virgili.
Lo scudetto fu conquistato aritmeticamente con cinque giornate di anticipo il 6 maggio 1956, grazie al pareggio (1-1) a Trieste contro la Triestina. L’obiettivo diventò quello di concludere il campionato senza sconfitte, impresa non ancora riuscita a nessuna squadra. La beffa arrivò all’ultima giornata di campionato, a Marassi. Negli ultimi minuti, dopo trentatré giornate senza sconfitta, i viola, complice l’arbitro Jonni di Macerata, dovettero capitolare. Il “Corriere dello Sport” titolò: «I viola, avversati dall’arbitro, sono sconfitti negli ultimi minuti». Lo scellerato arbitraggio di Jonni condannò i gigliati a un’immeritata sconfitta che venne subita come una macchia. Una sconfitta ingiusta, un boccone amaro da digerire, ma compensato dalla bandiera viola che Mario Fantechi aveva piazzato sulla Torre d’Arnolfo in Palazzo Vecchio per celebrare il trionfo. Il vantaggio sul Milan, secondo in classifica, fu di dodici punti.
Era proprio l’esempio del Grande Torino, della sua assoluta padronanza del campo, che i viola richiamarono. La Fiorentina insegnava un nuovo verbo calcistico, affrancando il calcio nazionale dalle tattiche rinunciatarie. E la Nazionale si tingeva sempre più di viola.
In trent’anni di attività, dal 29 agosto 1926, i migliori piazzamenti dei viola erano stati il terzo posto nel 1934-35 (con 39 punti dietro a Juventus, 44 punti, e Ambrosiana-Inter, 42) e nel 1953-54 (con 44 punti, alla pari col Milan, dietro all’Inter, 51 punti, e alla Juventus, 50). Eravamo finalmente campioni!

Nella rosa della Fiorentina 1955-56 la Toscana vantava quattro uomini: il fiorentino Prini, nato a Le Sieci nel comune di Pontassieve, i due giovani valdarnesi Bartoli di San Giovanni e Scaramucci di Montevarchi e il pistoiese Ardico Magnini. Quattro campioni venivano dal Friuli: Gratton, Virgili, Orzan e Toros, gli ultimi due addirittura dallo stesso paese. Vi erano poi due lombardi, Chiappella e Mazza, e due veneti, Cervato e Segato. Completavano il gruppo Sarti (emiliano), Carpanesi (ligure), il marchigiano Bizzarri, il piemontese Rosetta, Montuori, nato a Rosario in Argentina e Julinho, il primo brasiliano della storia viola. Quest’ultimo abitava in via Pietro Tacca, nella casa che era stata di Gunnar Gren. Bernardini invece abitava in via dei della Robbia, con la moglie e le due figlie Clorinda e Mariolina. Chiappella abitava in via del Ponte all’Asse, Montuori in via Gino Capponi, Cervato in viale Ugo Bassi e aveva aperto anche un negozio di calzature. Diventarono tutti “fiorentini” e quasi tutti (Sarti, Magnini, Cervato, Chiappella, Orzan, Segato, Carpanesi, Gratton, Virgili, Montuori e Prini), finita la carriera, scelsero di vivere a Firenze. Con questi giocatori abbiamo raggiunto il punto più alto della nostra storia.
La Fiorentina scudettata era stata il prodotto di una doppia innovazione: quella organizzativa, impressa dal presidente Befani e dal suo Consiglio direttivo, che portò a una struttura di tipo industriale, superando l’approssimazione che caratterizzava le società di calcio del tempo; e quella tecnica, imposta da Fulvio Bernardini, grande assertore del WM, il cosiddetto “sistema”, a cui però seppe dare dei correttivi vincenti (lo spostamento del mediano Chiappella a marcatore di un attaccante avversario e l’utilizzo di Prini come uomo di equilibrio e copertura della squadra), tanto da far parlare di “mezzo sistema”, come ha spiegato e scritto magistralmente Sandro Picchi.
Con lo scudetto sul petto fino a Madrid (1956-57)
L’orizzonte della Fiorentina era quello di continuare nei successi, aprendo un ciclo vincente. La prima valutazione andava fatta sulla squadra e quella di Bernardini trovò tutti concordi («possiamo migliorare solo le riserve») e, conseguentemente, il club si limitò all’acquisto di giovani calciatori, fra cui il centravanti Rozzoni, scartando la possibilità di acquistare un altro oriundo avendo Montuori, con tre presenze in Nazionale, conquistato lo status di calciatore italiano.
La vittoria e i prolungati festeggiamenti avevano inebriato tutto l’ambiente, a partire dai calciatori, e, in questo rilassamento, venne sottovalutata anche la crescita degli impegni futuri (Coppa dei Campioni, conclusione della Coppa Grasshoppers, convocazioni in Nazionale).
Al posto del giglio, sulla maglia, era stato messo lo scudetto. La squadra non era più un rullo compressore, ma la situazione precipitò con l’incontro vinto a Firenze contro lo Schalke 04 (7-2) valevole per la Coppa Grasshoppers, in cui si infortunarono Chiappella, Prini e Virgili. Le assenze si fecero sentire nello scontro interno con il Milan (0-3), ma i viola alla 13a giornata erano staccati di un solo punto dai rossoneri. La lunga assenza di Prini (25 partite) convinse ad acquistare un “oriundo”, il paraguayano Parodi, ma la scelta si rivelò sbagliata. Nella stessa finestra di mercato la Fiorentina acquistò Francisco Lojacono, lasciandolo al Vicenza dove segnò 11 reti in 18 partite. Il Milan allungò e il vantaggio salì fino a nove punti per poi riscendere a sei a fine campionato.
Con queste assenze, la Fiorentina dovette affrontare anche la Coppa dei Campioni. Gli ostici svedesi dell’IFK Norrköping furono eliminati con entrambi i turni disputati in Italia (1-1 a Firenze e vittoria 0-1 a Roma); i viola batterono il Grasshopper al Campo di Marte (3-1) e gestirono il ritorno a Zurigo (2-2). Il difficile arrivò in semifinale contro la Stella Rossa Belgrado. Erano anni in cui pativamo il calcio jugoslavo. La Nazionale azzurra aveva perso nel ‘55 contro la Jugoslavia a Torino (0-4) e avrebbe perso anche due anni dopo a Zagabria (6-1) con ben nove fiorentini in campo. A Belgrado fu un combattimento vinto con un gol di Prini nel finale grazie a una grande difesa, la stessa che a Firenze riuscì a mantenere il risultato sullo 0-0 qualificandoci per la finale.

Il 30 maggio 1957, di fronte ai 120.000 spettatori del Nuevo Estadio de Chamartín (da poco intitolato a Santiago Bernabéu), la Fiorentina scese in campo con inediti pantaloncini blu e senza Chiappella, infortunatosi in Nazionale, sostituito dal valdarnese Scaramucci. Il Real celebrava la sua gloria calcistica e quella del dittatore Franco. I viola non si fecero intimidire e nel primo tempo fu Julinho ad avere l’occasione più ghiotta, ma non la realizzò.
Il furto venne perpetrato a metà ripresa. Il guardalinee sbandierò il fuorigioco, l’arbitro olandese Horn non fischiò. L’azione proseguì e, quando Magnini intervenne su Mateos, decretò il calcio di rigore nonostante il fallo fosse avvenuto fuori area: Di Stefano trasformò il penalty. La Fiorentina, tutta protesa in avanti, subì il raddoppio di Gento.
Seconda in campionato, seconda in Coppa dei Campioni, vincitrice di quella Coppa Grasshoppers iniziata nel 1952 (!), la Fiorentina aveva conquistato una dimensione internazionale e cominciò a essere richiesta per impegni all’estero fin dall’estate del ’57, quando si recò in Bulgaria e Unione Sovietica.
Ancora con Julinho (1957-58)
Tornò Luigi Ferrero, con le funzioni di preparatore atletico e allenatore in seconda, ma l’estate venne vissuta con un solo grande dubbio: tornerà Julinho dal Brasile? Era questa la grande incognita e, quando si capì che alla fine sarebbe tornato, prevalse ancora una politica conservativa. Gli unici arrivi furono quelli di Lojacono e del terzino Robotti, che compensavano le partenze di Parodi, Rozzoni e di Rosetta, lasciato libero dalla società. Gli altri club si erano rinforzati, a partire dalla Juventus che aveva acquistato il centravanti gallese Charles (Long John) e la mezzala sinistra Omar Sivori dall’Argentina, da cui arrivarono anche Angellilo (all’Inter), Maschio (al Bologna) e Grillo (al Milan). I tifosi, pur convinti che il ritorno di Julio avrebbe cambiato tutto, vissero traumaticamente le amichevoli perse contro il Milan (4-0) a San Siro e lo Spartak Mosca (1-4) a Firenze.

Il campionato cominciò con altre assenze, oltre a quella del brasiliano: Virgili, Prini ed Orzan. La sconfitta iniziale ad Alessandria fu determinata da un incidente a Robotti che costrinse i viola a giocare con un uomo in meno. Le difficoltà erano legate alle assenze, ma anche allo schieramento tattico e si dissolsero col ritorno di Prini in squadra, salutato dalla vittoria (0-3) a Bologna.
Il 25 settembre 1957 la stazione di Santa Maria Novella era paralizzata per il ritorno di Julinho. L’entusiasmo era alle stelle, ma la Juventus le stava vincendo tutte e la Fiorentina era già staccata. Una serie di risultati positivi portò i viola a tre punti dai bianconeri prima dello scontro diretto del 15 dicembre. Ci fu un botta e risposta nel primo tempo tra Montuori e Charles, mentre nel secondo tempo venne sfiorata la tragedia con il crollo della balaustra della Maratona e la conseguente caduta di un gran numero di spettatori. Intervennero i soccorsi, ma la partita riprese e all’82’ Virgili mise a segno il gol del 2-1.
Con la Juventus avanti di un solo punto, divenne importantissima la partita del 29 dicembre in casa del Milan, alla quale la Fiorentina arrivò senza Chiappella, infortunato, e senza Cervato, che la domenica precedente con la Nazionale subì una distorsione al ginocchio. Il resto lo fece… la nebbia! Virgili portò in vantaggio la Fiorentina nel primo tempo, poi, nella fitta nebbia, mentre la stampa era convinta della sospensione della partita, successe di tutto: pareggio di Bean, rigore per il Milan trasformato da Liedholm, e infine rigore sbagliato da Magnini… Nessuno aveva visto, ma la Fiorentina aveva perso. I viola, senza Cervato e Chiappella, crollarono, come fece la Nazionale a Belfast eliminata dall’Irlanda del Nord; niente Mondiali 1958!
Le tensioni portarono alla decisione di interrompere, a fine stagione, il rapporto con Bernardini. Una scelta traumatica che tuttavia riportò serenità: negli ultimi 13 incontri la Fiorentina marciò al ritmo della Juventus mantenendo invariato il distacco (-8) e, battendo il Padova (6-1) nell’ultima gara, conquistò un altro secondo posto, tra le lacrime per gli addii di Bernardini e Julinho. Il gran finale fu l’amichevole con il Brasile (0-4) del 29 maggio in notturna, finalmente con un buon impianto di illuminazione.
L’attacco atomico (1958-59)
La squadra venne affidata alla direzione tecnica dell’ungherese Lajos Czeizler, un giramondo del pallone che aveva vinto uno scudetto con il Milan e guidato la Nazionale italiana alla Coppa del Mondo 1954. Con lui rimase l’allenatore Luigi Ferrero ma se ne andarono molti protagonisti dello scudetto. Julinho venne sostituito da Kurt Hamrin, bocciato dalla Juventus, ma fenomenale nel Padova. Virgili andò al Torino in cambio del terzino Castelletti e dell’attaccante Petris. Magnini si trasferì al Genoa, mentre Bizzarri e Prini seguirono Bernardini alla Lazio. Tra i tanti giovani arrivò anche un portiere, Enrico Albertosi. La Fiorentina aveva l’opzione per acquistare Altafini (fino ad allora conosciuto con il soprannome di “Mazzola” per la somiglianza con il grande Valentino), ma, al momento di esercitarla, Befani non era rintracciabile e José finì al Milan con cui vinse due scudetti combattuti proprio con i gigliati.

Nel primo impegno importante, la finale di Coppa Italia della stagione precedente, i viola si trovarono a Roma contro la Lazio di Bernardini e Prini, che segnò di testa il gol della vittoria biancoceleste.
Czeizler sistemò la difesa ancora con Sarti in porta, mentre Robotti e Castelletti erano i terzini, con Cervato al centro e Orzan tuttofare difensivo. A centrocampo Chiappella, Segato e Gratton continuarono a tirare la carretta. In attacco c’erano Hamrin, Lojacono, Montuori e, dopo una serie di esperimenti, Petris. Era, anche se allora non si chiamava così, una specie di 4-2-4 con una produzione di azioni d’attacco inaudita che portò a segnare 95 reti (7-1 al Genoa e all’Alessandria, 7-0 all’Udinese, 6-3 al Bologna, 6-0 al Torino) in 34 partite.
Il campionato fu un testa a testa con il Milan, in cui Altafini segnò 28 gol. I rossoneri diventarono campioni d’inverno con un punto di vantaggio e l’altalena in classifica diventò continua. La Fiorentina passò in testa solitaria alla 25a mentre alla 27a ospitò il Milan, ancora una volta senza Cervato e Chiappella. Una sfortunata autorete di Robotti e un gol del solito Altafini costrinsero i viola a una partita di rincorsa. Dopo che Hamrin dimezzò lo svantaggio, ci fu l’infortunio di Montuori e il terzo gol degli ospiti nel finale.
Il Milan, balzato un punto avanti, fu riagganciato dai viola con la vittoria di Bari. Nel turno successivo una Fiorentina rimaneggiata ospitava la Spal e concluse il primo tempo in vantaggio con un rigore realizzato da Lojacono. Missione compiuta? No, suicidio gigliato. Oltremari e Morbello, le due ali ferraresi, realizzarono i due gol della rimonta della Spal. Czeizler venne esonerato e la squadra venne affidata al solo Ferrero.
Dei quattro secondi posti consecutivi, questo fu indubbiamente quello più doloroso: alla fine solo tre punti in meno del Milan che, nelle ultime sei gare, ne collezionò nove contro i sei della Fiorentina, il cui attacco atomico fece registrare 26 gol segnati da Hamrin, 22 da Montuori, 14 da Lojacono, 10 da Petris… La Fiorentina si apprestava ad un nuovo cambio in panchina, invocato anche dal pubblico.
Il quarto secondo posto consecutivo
L’errore principale della dirigenza fu quello di sopravvalutare la squadra e di ritenere che il problema stesse solo nel manico. La scelta dell’allenatore fu ambiziosa poiché arrivò l’argentino Luis Carniglia, vincitore di un campionato e di due Coppe dei Campioni con il Real Madrid. Tuttavia il calciomercato tolse e non aggiunse alla Fiorentina, con la cessione di Cervato alla Juventus (in cambio di un appalto per i fazzoletti pulitori delle utilitarie FIAT a Befani?). Capitan Cervato non voleva lasciare Firenze e i tifosi non volevano che questo accadesse, per cui la situazione causò la prima vera rottura di molti soci con Befani.

Carniglia volle sostituire Cervato con Robotti in mezzo alla difesa, spostando il nuovo arrivato Malatrasi a terzino. Fu necessario del tempo per far ragionare Carniglia e affidare il ruolo a Orzan, riportando Robotti sulla destra. La Fiorentina, che già nel finale della precedente stagione aveva giocato una prestigiosa amichevole contro l’Arsenal, ospitò il 9 settembre 1959 il Real Madrid a Firenze per la Coppa “La Nazione” organizzata per celebrare il centenario del quotidiano fiorentino. La gara, vinta dai viola (in rosso) per 2-1, fu arbitrata dall’olandese Horn, lo stesso della finale della Coppa dei Campioni di due anni prima, tanto da essere definita la rivincita di quella partita. Una settimana più tardi la Fiorentina pareggiò contro il MTK, allenato da Hidegkuti, a Budapest (1-1) davanti a settantamila persone.
Carniglia pagò un pedaggio iniziale alla serie A. La Fiorentina partì accumulando punti di ritardo, finché non inanellò diciotto punti in dieci partite e, al 24° turno, sfidò la Juventus a Firenze per riaprire il campionato. I viola vinsero 1-0 con un gol di Hamrin e si portarono a due punti dai bianconeri.
Arrivata al momento decisivo la Fiorentina pagò la lunga rincorsa: i bianconeri vinsero lo scudetto con sette punti di vantaggio. Era il quarto secondo posto consecutivo. E Cervato aveva giocato tutte e 34 le partite migliorando notevolmente il rendimento del reparto difensivo dei gobbi. Comunque, Carniglia non aveva convinto e, nonostante il contratto biennale, venne licenziato. Lasciò la Fiorentina in finale di Coppa Italia in programma all’inizio della nuova stagione.
Il grande ciclo finisce con la vittoria di due Coppe (1960-61)
Era il momento più difficile per Befani, accusato di aver dilapidato il grande valore tecnico della squadra. Il presidente affidò nuovamente la squadra a Czeizler, incaricato di ingaggiare il connazionale Nandor Hidegkuti che, nella grande Ungheria, aveva dato il nome al ruolo di centravanti di manovra (“alla Hidegkuti”) e che la Fiorentina aveva conosciuto nell’amichevole contro la prestigiosa MTK, da lui allenata. Il tecnico doveva essere autorizzato dalla propria federazione e arrivò a Firenze solo all’inizio di novembre.
L’altra scelta di Befani fu quella del ricambio generazionale, con le cessioni di Gratton al Napoli e di Segato all’Udinese (da cui venne preso Luigi Milan). Erano solo tre i superstiti dello scudetto: Montuori, nuovo capitano, Sarti e Orzan. Un’altra cessione, osteggiata dalla piazza e dallo stesso Czeizler, fu quella di Lojacono, ritenuto colpevole delle lotte intestine nello spogliatoio. A parziale contropartita la Roma concesse, per un anno, l’oriundo brasiliano Da Costa. Le operazioni in entrata, eccettuato l’acquisto del mediano Marchesi dall’Atalanta, furono modeste. L’altro mediano Micheli, che rimase un solo anno a Firenze, costò Carpanesi e denaro.
Il capolavoro in negativo venne fatto sul mercato sudamericano, alla ricerca di un oriundo. L’importante missione era stata affidata a Galluzzi. L’esperto tecnico scartò numerosi attaccanti argentini, fra cui Morrone acquistato dalla Lazio e qualche anno dopo arrivato alla Fiorentina, puntando sul diciassettenne Emiliano Rinaldini, ignorando però un clamoroso particolare: l’impossibilità di tesserare calciatori provenienti da altre federazioni aventi età inferiore ai 21 anni!
Rinaldini dunque tornò in Argentina e la Fiorentina riuscì a scovare, in una squadra minore brasiliana (il Botafogo di Ribeirão Preto, nello Stato di San Paolo, da non confondersi con il Botafogo di Rio de Janeiro) il ventunenne centravanti Antonio Angeli, detto Antoninho presentandolo come grande cannoniere originario della Garfagnana. “Tonio” arrivò il 10 ottobre ed esordì in serie A il 1° gennaio 1961, stupito dalla neve che incorniciava San Siro.
Prima dell’inizio del campionato venne disputata la finale della Coppa Italia 1958-59. La Fiorentina perse malamente nei supplementari (3-2) contro la Juventus, dopo essere stata in vantaggio (2-1) e in superiorità numerica a mezz’ora dalla fine. I bianconeri disputarono la Coppa dei Campioni, per cui la Fiorentina rappresentò l’Italia nella prima edizione di Coppa delle Coppe.
In campionato, la squadra diretta da Czeizler alternò il buon rendimento casalingo, battendo anche la Juventus (3-0), a quello negativo in trasferta. L’arrivo di Hidegkuti non dette la scossa attesa e la Fiorentina continuò in questo barcollante andamento. Nel mezzo di questo grigiore, l’8 gennaio 1961 la Fiorentina ospitò l’Inter, ma il vero spettacolo lo offrì l’arbitro Lo Bello. I viola passarono in vantaggio, mantenendolo tranquillamente fino alla mezz’ora della ripresa, quando Lo Bello salì in cattedra assegnando un calcio di rigore a favore dell’Inter per un leggerissimo abbraccio di Petris a Bolchi prima della battuta di un corner. Lindskog pareggiò. Esasperato, pochi minuti dopo, a palla lontana Petris abbracciò Angelillo in area e si rivolse all’arbitro: «Fischi un altro rigore!». Lo Bello espulse Petris e assegnò un nuovo rigore. Befani entrò in campo, subito cacciato dall’arbitro, mentre il pubblico era in procinto di invadere il terreno di gioco. Lindskog risolse la situazione calciando fuori il penalty.
Dopo l’ennesima sconfitta in trasferta (4-1 a Bergamo) alla 16a giornata, la direzione della squadra venne lasciata al solo Hidegkuti con la collaborazione di Chiappella. Montuori si infortunò a Roma contro la Lazio, nell’unica partita vinta fuori casa nel girone d’andata, concluso con un vergognoso nono posto. La carriera di Montuori finì pochi mesi dopo, il 19 aprile 1961, quando, per saggiare le proprie condizioni fisiche, giocò una gara del campionato giovanile De Martino contro il Perugia: una pallonata presa in pieno volto gli provocò il distacco della retina.
Il girone di ritorno non regalò soddisfazioni ai viola, più volte fischiati dal proprio pubblico e accompagnati dal lancio massiccio di cuscini in campo. Il 2 aprile, in occasione del pareggio casalingo contro il Torino, in tribuna si passò alle vie di fatto. La contestazione del socio Carlino Caccialanza tracimò e, a chiusura dell’episodio, venne espulso da socio della Fiorentina. Il clima avvelenato culminò nella sfiducia espressa dall’assemblea dei soci a Befani: il presidente successivo era già stato individuato nell’industriale del ferro Enrico Longinotti, ma la transizione non fu immediata e nel frattempo, inaspettatamente, i tifosi si gustarono un doppio successo: Coppa delle Coppe e Coppa Italia.
Nella competizione europea la marcia viola era stata abbastanza semplice, con un netto doppio successo (0-3 e 6-2) contro il Lucerna, il 3-0 rifilato in casa alla Dinamo di Zagabria, contenendo il risultato del ritorno (2-1) in una sconfitta di misura. Gli avversari veri erano quelli da affrontare in finale, i Rangers. Il 17 maggio 1961, nella partita di andata a Glasgow, nacque la leggenda de “I Leoni di Ibrox”. La Fiorentina non si fece intimidire dagli ottantamila tifosi scozzesi e dal ritmo indiavolato degli avversari. Rispose colpo su colpo, vincendo 2-0 con una doppietta di Milan. Gigi segnò anche, con Hamrin, nella finale di ritorno vinta a Firenze per 2-1 il successivo 27 maggio. La Fiorentina divenne così la prima squadra italiana a vincere un trofeo UEFA, schierando, in entrambe le gare, questa formazione: Albertosi, Robotti, Castelletti, Gonfiantini, Orzan, Rimbaldo, Hamrin, Micheli, Da Costa, Milan, Petris.
Quindici giorni dopo, l’11 giugno 1961, la Fiorentina, che aveva eliminato in trasferta sia il Messina (0-2) che la Roma (4-6), sconfisse allo Stadio Comunale la Juventus (3-1) in semifinale e la Lazio (2-0) in finale di Coppa Italia, con reti di Petris e Milan e con addosso una inconsueta maglia gialla. Era il saluto a Enrico Befani e il benvenuto al nuovo presidente Enrico Longinotti.

Massimo Cervelli



