Quando in Pulp Fiction le cose si mettono male, si chiama Mr. Wolf. A Firenze, quando le cose si mettono male, si chiama mister Vanoli. Anche a distanza di tre mesi dall’addio: il tempo di una giratina in zona Careggi nell’orario di punta, e già era di nuovo sul campo del Viola Park. E alcune delle ragioni del suo ritorno – della necessità di un suo ritorno – forse si trovano nella sua carriera, da giocatore prima e da allenatore dopo.
Varesino classe ‘72, cresciuto calcisticamente all’oratorio di Solbiate, da terzino sinistro di corsa e polmoni è sempre stato uno che il pallone se l’è dovuto sudare. Venezia, Verona, poi Parma, dove vince Coppa Uefa e Coppa Italia. Nel 2000 la sua storia personale s’intreccia con quella viola. Proprio mentre l’impero dei Cecchi Gori comincia a scricchiolare. Vanoli fa in tempo a segnare un gol nella finale di Coppa Italia 2001: è l’ultimo trofeo viola – così antico, ahinoi, che meriterebbe un posto agli Uffizi, accanto alla Venere di Botticelli –, e lui ci mette la firma. C’era nel momento della gioia e c’era anche quando, poco dopo, tutto crollò.
Anche la carriera da allenatore testimonia il suo carattere, la gavetta senza scorciatoie. Comincia dalla Serie D, al Domegliara, poi entra nel giro delle Nazionali giovanili fino a guidare l’Under 19: nel 2016 porta gli azzurrini in finale all’Europeo in Germania. Lavora nello staff di Ventura, dopodiché diventa il braccio destro di Antonio Conte: prima al Chelsea, dove vince l’FA Cup, poi all’Inter, con uno scudetto e una finale di Europa League. C’è chi dice che fosse l’unico, in quegli anni, a potersi permettere di mandare a quel paese Conte senza pagarne il conto. A Firenze, per molto meno, ti danno la cittadinanza onoraria.
Nel dicembre 2021 arriva la sua prima panchina da professionista, quella dello Spartak Mosca, con il quale alza la Coppa di Russia che da quelle parti aspettavano da quasi vent’anni. Poi Venezia, dove prende la squadra in zona retrocessione in Serie B e rimonta fino ai playoff, uscendo al primo turno. Nella seconda annata nella laguna arriva la vera e propria cavalcata: elimina Palermo e Cremonese, poi il gol di Gytkjaer fa esplodere il Penzo e il Venezia torna in Serie A. Quindi va sulla panchina del Torino, dove raccoglie l’eredità di Juric: undicesimo posto, senza infamia e senza lode. Non è il curriculum di uno Special One, evidentemente, ma di uno che le squadre le prende sul fondo, o giù di lì, e attraverso il lavoro riesce a riportarle a galla.
Proprio come accaduto in riva all’Arno. L’avvio di stagione della Fiorentina di Stefano Pioli è pessimo, disastroso, e a novembre la squadra è ultima in classifica. Arriva Vanoli, ma i risultati stentano ad arrivare. In viale Fanti già si studiano le squadre di Serie B, per capire in quali trasferte si mangia meglio, ma il mister insiste, si rimbocca le maniche, lavora sulle gambe e sulla mente dei suoi giocatori, e pian piano la Fiorentina cambia pelle. Nel girone di ritorno viaggia a ritmi da piazzamento europeo e alla fine riesce a fare ciò che per tutti, pochi mesi prima, era una vera e propria impresa: salvare una squadra rimasta a secco di vittorie per quindici partite. Questo non basta a garantirgli la conferma, il contratto non viene rinnovato da Paratici, che gli preferisce Fabio Grosso. Ma dopo un mercato da oltre centotrenta milioni, e un’estate fatta di grande caldo e altrettanto grande entusiasmo, l’avvio della nuova stagione è nuovamente disastroso: sconfitta a Roma contro i giallorossi, sconfitte casalinghe contro Frosinone e Torino, zero punti, un gol fatto e nove subiti. Fischi, sacrosanti, durante i festeggiamenti del Centenario. Grosso esonerato, poi la telefonata che non ci saremmo aspettati.
Vanoli torna sulla panchina della Fiorentina poco più di tre mesi dopo l’addio. E ce lo immaginiamo entrare nello spogliatoio e presentarsi ai tanti calciatori nuovi che non lo conoscono: “Sono mister Vanoli, risolvo problemi”. Perché Paolo Vanoli non vende frasi da biscotto della fortuna, non promette sogni a buon mercato, fa ciò che sa fare: rimboccarsi le mani, dare fiducia e qualche certezza ai suoi uomini, raddrizzare la stagione delle squadre in difficoltà. Ed è proprio ciò che gli viene chiesto anche stavolta: non dilapidare un mercato onerosissimo e le speranze di una tifoseria ormai provata.
La scorsa volta, proprio come Mr. Wolf, ha sistemato il guaio e se n’è andato. Stavolta magari sarà un finale diverso, e Vanoli non sarà solo l’uomo da chiamare quando l’acqua è alla gola, ma quello, chissà, capace di aprire un ciclo pieno di soddisfazioni. Ce lo auguriamo, anche per lui.



