Tadej Pogacar è il nuovo Eddy Merckx?

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Nel mondo degli esperti di ciclismo appena un neoprofessionista inizia a vincere, immancabilmente iniziano i confronti con i campioni del passato, in special modo con Eddy Merckx, considerato il “metro di platino” conservato al museo dei pesi e delle misure di Parigi, per misurare lo spessore di un eventuale nuovo campione.

Però col passare delle stagioni agonistiche il nuovo potenziale campione, pur continuando a vincere, quindi ad essere giudicato un ottimo corridore, perdeva nettamente sul piano del numero delle vittorie ottenute in carriera, confrontandolo con quello del campionissimo belga, detto il “Cannibale” per la sua insaziabile fame di vittorie, compresi i circuiti di paese (purtroppo oggi scomparsi) e le sei giorni nei velodromi (attualmente non più frequentate, sbagliando, dagli stradisti).

Con Tadej Pogacar, nato in Slovenia, classe 1998, la musica è cambiata: sia per la grande quantità di vittorie ottenute, che per il modo con cui le ha conquistate, cioè dominando alla grande le gare, dando l’impressione di vincere con apparente facilità: con questo ragazzo il paragone con Merckx sta reggendo.

Non sempre i campioni vincono fin dalle categorie giovanili, ma Eddy indossò la maglia iridata dei Dilettanti nel 1964, facendo subito capire di che pasta era fatto.

Lo stesso dicasi per Tadeij: da Juniores vinse il campionato nazionale sloveno e la più importante gara a tappe internazionale di categoria, il Giro della Lunigiana, che nel suo albo d’oro annovera varie future maglie rosa: Chioccioli, Simoni, Di Luca, Cunego e Nibali.

Pogacar nel 2017, una volta passato nella categoria Under 23, si impose nel Tour de France dei giovani, il prestigioso Tour de l’Avenir. Anche nell’albo d’oro di questa gara a tappe figurano grandi nomi: Gimondi, Zoetemelk, Lemond, Indurain, Quintana e Bernal. Tutti corridori capaci di imporsi in seguito nelle gare a tappe dei professionisti.

Nel 2019 lo sloveno era ormai maturo per il passaggio nei professionisti, con lo squadrone UAE Team Emirates. In quella equipe trovò Fabio Aru, l’ex promessa (non mantenuta del tutto) del ciclismo italiano. Aru vinse la Vuelta a Espana nel 2015, la maglia tricolore di campione italiano nel 2017, due podi al Giro d’Italia ed un quinto posto al Tour de France; ma smise di vincere troppo giovane. Aru nel 2019 era ancora il capitano della UAE, anche se già non più vincente, e Pogacar fu messo in camera con lui per apprendere i primi “segreti” dei professionisti. Al suo esordio nel Giro dell’Australia, corso a gennaio quindi con relativamente poca preparazione, Tadej si piazzò nei primi venti. Al Tour dell’Algarve vinse una tappa e la classifica finale. Alla Vuelta a Espana si piazzò terzo, dietro due esperti campioni come Roglic e Valverde. Fabio Aru, che si sarebbe ritirato nel 2021 (ad appena 31 anni, ma non aveva più ottenuto vittorie dall’età di 27 anni), intuì subito che stava nascendo un campione, come ha poi dichiarato in varie sue interviste.

Quando poi arrivarono le prime vittorie pesanti dello sloveno, si iniziò subito a ragionare, fra giornalisti, tecnici e semplici appassionati del pedale, sul confronto fra Tadeij ed il numero uno della storia del ciclismo: il grandissimo e fortissimo Eddy Merckx.

Premetto che personalmente, da nostalgico di quell’epoca ciclistica ancora eroica e per niente tecnologica (lo stesso Merckx ha dichiarato che pur essendo professionista, si considerava dilettante nello spirito, come anche tutti i suoi colleghi di quei mitici anni, rispetto ai corridori attuali), le vittorie di Eddy erano avvalorate anche da un maggior numero di campioni che lo sfidarono sulle strade delle gare a tappe ed in linea. Si batterono con lui gli italiani Gimondi, Motta, Adorni, Bitossi e Dancelli. I francesi Anquetil, Poulidor, Thevenet ed Ocana. I belgi Van Looy, De Vlaeminck, Godefroot, Van Impe e Van Springel. Gli olandesi Zoetemelk, Janssen e Kuiper. Inoltre Gosta Petterson, Altig e soprattutto il combattivo Fuente, che Merckx ha sempre riconosciuto più forte di lui in salita, e se lo spagnolo avesse utilizzato una strategia di corsa più accorta, avrebbe potuto sconfiggere il belga in alcune gare a tappe.

Al contrario Pogacar si deve confrontare con pochi grandi corridori di classe cristallina:

  • Van Aert (lo sfortunato eterno secondo) e Van der Poel (figlio d’arte e nipote di un altro eterno secondo, il generoso Poulidor), però forti soprattutto nelle gare in linea e nel ciclocross;
  • il danese Vingegaard, l’unico in grado di poterlo battere in una gara a tappe, quando non ha problemi fisici, ma per ora inesistente nelle gare in linea;
  • il belga Evenepoel, fortissimo a cronometro, forte nelle gare in linea, buono anche per le gare a tappe, anche se ancora soffre un po’ nelle tappe di alta montagna.

Però dietro a questi cinque grandi, almeno per il momento, c’è un netto distacco nella scala dei valori con gli altri professionisti del World Tour.

Eddy Merckx e Tadeij Pogacar in maglia iridata

Tornando al confronto Merckx-Pogacar bisogna conteggiare solamente le loro vittorie fino all’età di 26 anni, cioè gli anni di Tadeij: la sfida è nettamente vinta dall’insaziabile “Cannibale”!

All’età di 26 anni Merckx aveva già vinto 5 gare a tappe, 2 Mondiali, 10 classiche monumento e 7 altre classiche.

Pogacar, pur avendo un ottimo palmares, ha conquistato 4 gare a tappe, 1 Mondiale, 6 classiche monumento e 3 altre classiche.

Chiaramente per avere un definitivo verdetto sul confronto fra i due campioni, bisogna attendere la conclusione della carriera dello sloveno. Però da “partigiano” di Eddy, voglio ricordare che nel 1969, ventiquattrenne cioè quando era al culmine della sua potenza atletica, subì un grave incidente gareggiando in un velodromo, che gli provocò un disassamento del bacino (ricordo che all’epoca nel mondo delle due ruote non erano presenti osteopati, kiropratici e fisioterapisti, ma solo massaggiatori, spesso ex corridori), ed Eddy ha sempre dichiarato che in salita non andò più forte, come prima dell’infortunio, perché doveva pedalare con l’altezza della sella più bassa, quindi ridurre la potenza della sua pedalata, a causa del dolore alla schiena. Nonostante questo handicap, dal 1969 al 1976, continuò, se non a stravincere, almeno a vincere e tanto!

Pogacar al Piazzale Michelangelo (presentazione Tour de France 2024)

A questo punto non posso esimermi dall’affrontare lo spinoso argomento dei “dubbi” sollevati dall’apparente facilità con la quale Pogacar batte i suoi rivali: fughe d’altri tempi da lontano (alla Coppi), durante una di queste fughe (al Giro d’Italia) regalò la sua borraccia ad un bambino bordo strada, come se stesse facendo una gita cicloturistica domenicale, in un’altra fuga (al Lombardia) fece cenno al suo massaggiatore, con tranquilla lucidità, che avrebbe preso la borraccia dall’altro suo massaggiatore posizionato più avanti sulla salita, ecc.

Tutti questi episodi di quasi “sfacciata” superiorità, hanno fatto dividere il popolo ciclistico in acerrime discussioni da Guelfi e Ghibellini, cioè fra “innocentisti” e “colpevolisti” a riguardo di una sospetta assunzione di sostanza dopanti da parte dello sloveno.

Fra i “colpevolisti” ci sono due fazioni (un po’ come i Guelfi Bianchi e Neri): cioè i sostenitori del doping “farmacologico” e quelli del doping “meccanico”, vale a dire della presenza di meccanismi elettrici miniaturizzati installati sulle biciclette di Pogacar, che gli aggiungerebbero quei pochi watt in più per fargli fare la differenza rispetto ai suoi avversari.

Dalla mia quarantennale esperienza di Medicina dello Sport applicata al ciclismo, dichiaro subito che mi schiero nel partito degli “innocentisti”. Per due semplici motivi: il primo è che questo atleta vince tutto l’anno, da febbraio ad ottobre, ed una eventuale assunzione di farmaci dopanti non può essere somministrata per un periodo così lungo, senza mettere a repentaglio la salute del corridore. Ad esempio il texano Lance Armstrong, come altri ciclisti del passato, puntava tutta la sua preparazione (atletica, farmacologica ed ematica) sul Tour de France ed il resto della stagione non si vedeva quasi mai in testa al gruppo.

La seconda motivazione “innocentista” è che se lo staff dei preparatori di Pogacar avesse scoperto un doping così potente, è impensabile che il suo utilizzo non si sia diffuso ad altri corridori.

Altri ipotizzano un “doping genetico” sperimentato esclusivamente nei laboratori degli Emirati Arabi, ma lo ritengo uno scenario da film di 007, peggio ancora da film di fantascienza, quindi molto poco credibile.

Lo stesso dicasi per il doping meccanico: in un ambiente come quello delle corse, dove i corridori ed il personale (i meccanici delle squadre in particolare) vivono per lunghi periodi a stretto contatto fra di loro, è altamente improbabile che eventuali trucchi tecnologici rimangano a disposizione di un solo ciclista su 521 professionisti delle 18 squadre del World Tour. Inoltre bisogna anche considerare che l’UCI fa degli accurati controlli ai mezzi meccanici a tutte le gare internazionali.

L’impresa che ha fatto scatenare i “colpevolisti” è stata la tappa di Plateau de Beille del Tour de France 2024. Tadeij ha percorso i 15,8 km della salita (pendenza media m7,9%) in 39’42’, mentre Marco Pantani nel Tour da lui vinto nel 1998, registrò 43’12”, ben 3’30” in meno!

I soliti “colpevolisti” si sono subito chiesti come poteva esserci un divario così grande con lo scalatore romagnolo, uno dei più forti della storia del ciclismo, aggiungendo al loro sospetto anche il fatto che negli anni novanta i controlli antidoping non erano così efficaci come oggigiorno.

Io da “innocentista” mi sento di controbattere:

  • Occorrerebbe confrontare come era stato l’andamento della tappa del 1998 rispetto a quella del 2024, cioè valutare percorso e medie prima di affrontare la salita finale.
  • Pantani gareggiava con una bicicletta in alluminio che poco ha a che vedere con gli attuali gioielli tecnologici in carbonio dotati di freni a disco.
  • Lo stesso dicasi per le ruote in carbonio utilizzate adesso.
  • La qualità dell’asfalto francese attuale ha molto migliorato la scorrevolezza della bicicletta. Prima nelle calde giornate estive francesi i tubolari dovevano affrontare un asfalto molle e appiccicoso.
  • Negli anni novanta gli atleti si alimentavano durante le tappe gestendosi a sensazione e affidandosi al gusto personale, mangiavano improbabili panini con prosciutto, formaggi spalmabili, carne di pollo e manzo macinata ecc. Attualmente consumano quasi esclusivamente carboidrati, assumendone 40 grammi ogni 20 minuti, sotto forma di gel e/o barrette.
  • Lo stesso discorso vale per una scrupolosa idratazione con acqua e sali minerali.
  • I corridori utilizzano del ghiaccio per mantenere la temperatura corporea in un range non troppo elevato.
  • L’attuale preparazione atletica è molto più scientifica e tecnologica, sia su strada utilizzando i POWER METER per monitorare il wattaggio, che in palestra, attività che negli anni novanta era limitata a poche sedute invernali, se non addirittura sconsigliata da qualche vecchio direttore sportivo.
  • Molto importante anche il fatto che i corridori vengono “telecomandati” dai loro direttori sportivi che, dalle ammiraglie delle squadre, hanno tutto sotto controllo, sia l’andamento della tappa in TV che i valori dei propri corridori, e comunicano agli atleti le strategie della gara attraverso le radioline, che molti ex ciclisti di un tempo, giustamente, vieterebbero.
Pogacar ha molti tifosi giovanissimi (Rampe di San Niccolò, Tour 2024)

A causa del clima di sospetti provocato dallo strapotere di Pogacar nel 2024, l’entourage della UAE, solitamente molto gelosa, come tutte le squadre, dei dati dei propri tesserati, ha fatto trapelare qualcosa, proprio per giustificare il rendimento straordinario del loro capitano.

Si dice che lo sloveno riesca a sviluppare una potenza di 300 watt medi in pianura anche per molte ore, addirittura di 340 watt medi su percorsi collinari. Sviluppando queste alte potenze riuscirebbe a mantenersi nella “ZONA 2”, che corrisponde circa al “MEDIO” del compianto Aldo Sassi (nel 1984 preparatore di Francesco Moser per il record dell’ora in Mexico). Considerando che il suo peso forma riferiscono che sia di kg 64,5, sarebbe in grado di mantenere 4,6 watt/kg in pianura e 5,2 watt/kg sul collinare, per lunghi periodi!

Nelle salite dei suoi Tour vinti, ha pedalato per lunghi tratti a 6,1 watt/kg medi, valori molto alti, intorno a 400 watt medi; sviluppando poi 500 watt e più nei suoi invincibili cambi di ritmo, grazie ai quali si libera dalla compagnia dei suoi diretti avversari, che spesso non tentano neppure di seguirlo prendendogli la ruota.

Inoltre lo staff UAE avrebbe anche fatto sapere che Tadeij sopporterebbe (uso sempre il condizionale) circa 16 millimoli/litro di lattato (acido lattico), contro le 8 millimoli/litro di un professionista medio.

Questo valore, se devo essere sincero, lo ritengo poco credibile da un punto di vista della fisiologia applicata all’esercizio fisico, ma ribadisco che sono notizie ufficiose.

Ricordo che la soglia anaerobica corrisponde mediamente a 4 millimoli/litro di lattato, quindi pedalare a 16 mm/l significa avere un’enorme capacità di lavoro anaerobico fuori soglia, tradotto in soldoni l’atleta andrebbe molto difficilmente “fuori giri”.

Altra informazione dall’ambiente UAE, è il fatto che Pogacar avrebbe stravolto le sue abitudini alimentari che quando passò professionista erano molto “libere”. Inizialmente avrebbe adottato un’alimentazione disordinata, con cibi poco adatti ad un atleta di alto livello. Più recentemente ha iniziato a seguire una dieta rigida, controllata rigorosamente dal dietologo della UAE, e solo raramente sgarra, come faceva in passato, con patatine fritte, dolciumi e cibi spazzatura vari. Ed anche questo avrebbe contribuito al miglioramento delle sue già ottime performance.

I due Campioni insieme al Tour de France

Concludendo: campioni come Bartali, Coppi, Anquetil, Merckx, Hinault ecc. nascono molto raramente, ed io sostengo che Tadeij Pogacar sia già da inserire nel GOTHA (come amava dire il mitico Adriano De Zan) dei grandi campioni del pedale, augurandomi che in futuro non ci siano “strane sorprese”, che oggi escluderei con fermezza.

Flavio Alessandri – Viola club Franco Nannotti

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