Storia dell’A.C. Fiorentina

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STORIA DELL’A.C. FIORENTINA

di LORENZO MAGINI – 45° puntata

tratto dall’originale stampato nel n° 11 Anno V di Alé Fiorentina del Luglio 1970

(Nell’edizione originale la puntata è stata pubblicata con il titolo Ultima puntata)

Dagli ye-ye allo scudetto

Una politica rivoluzionaria e coraggiosa.

Con l’avvento di Baglini alla presidenza ha inizio l’ultimo periodo della storia della nostra società. Il più recente ed anche, senza dubbio, il più positivo. Comincia un nuovo corso che tutti abbiamo potuto valutare nella giusta impostazione ed ammirare nelle realizzazioni; un corso che, in un tempo molto inferiore ad ogni più rosea aspettativa, condurrà la squadra viola a fregiarsi del secondo scudetto della sua storia.

Baglini rilevava dalle precedenti gestioni di società un passivo superiore agli 800 milioni (!!!) — roba da far tremare veramente le vene e i polsi; una squadra con elementi ancora validi sì ma molto in là con gli anni – e quindi completamente da rinnovare; una buona dose di sfiduciato assenteismo da parte dei tifosi – e quindi notevoli preoccupazioni per la parte finanziaria.

Fiorentina-Milan 1-0. Un gran lavoro di regia del “gigante” viola tra i due “pigmei” rossoneri. Poi il gol di Morrone.

Eppure – e qualcuno lo giudicò allora pazzo – non solo proclamò che avrebbe riportato il bilancio in pareggio, ma che avrebbe altresì rinforzato la squadra per puntare nell’arco di tre-quattro anni alla conquista del secondo scudetto. Quando questo, puntuale, secondo le previsioni, fu ricucito sulle maglie viola, ci si rese conto di quanto avesse visto giusto il presidente «controcorrente» come fu allora definito. Non mancarono, è vero, anche coloro che cercarono di sminuirne i meriti e di accreditare il successo a fortuna: erano quelli che gli avevano dato del pazzo quattro anni prima – riconoscere d’aver sbagliato è purtroppo una virtù in via di totale estinguimento! Quel successo altro non era invece che la logica conseguenza di un programma attentamente studiato e realizzato con decisa volontà, nonostante le polemiche e gli intralci posti più volte in atto da chi non condivideva tale linea di condotta.

Bologna-Fiorentina 3-2. Entra in squadra Brugnera e segna due gol. Purtroppo l’exploit del debuttante non sarà sufficiente per dare la vittoria alla squadra viola.

Si cominciò col convogliare verso la squadra l’appassionato consenso dei tifosi creando l’organizzazione dei Viola Club, che, in un certo senso, altro non era che la riesumazione del glorioso “Ordine del Marzocco” dei primi tempi di Ridolfi. Al posto del direttore sportivo Montanari fu chiamato Egisto Pandolfini, il popolare «caviglione» già da qualche anno al servizio della Fiorentina come allenatore delle squadre minori, e sotto la cui guida la squadra De Martino, proprio l’anno precedente, aveva vinto il campionato nazionale. Giocatori ancora validi ma forse non adatti a entrare nel nuovo ordine di idee e di programmi vengono ceduti senza batter ciglio (Robotti), rischiando l’impopolarità e suscitando ampie contestazioni anche perché vengono sostituiti da elementi non molto più giovani e provenienti dalla serie B (Rogora); altri, sulla cresta dell’onda (Orlando) vengono ceduti a ragion veduta sia perché si vuol dare fiducia ad elementi giovani del vivaio (Nuti), sia perché si vuole realizzare una somma necessaria a portare a Firenze quel giovane interno della Roma (De Sisti) cresciuto alla scuola del grande Schiaffino, che si sta rivelando come uno dei più continui e intelligenti giocatori di centrocampo. Si conferma infine la fiducia in Chiappella nonostante il diffuso senso di sfiducia che circonda la sua persona, relativamente alle sue capacità di allenatore ed alla sua esperienza. Si crea insomma un nuovo clima di rapporti; si delinea già quella linea che piano piano prenderà forma e contenuti e che troverà la sua piena realizzazione nella squadra «yé-yé», per la quale i giornali di tutta Italia andranno a scovare le iperboli più immaginose.

Campionato 1965-66

Quarta nella classifica finale del campionato e vittoriosa nella Coppa Italia e nella Mitropa Cup: questi i risultati concreti raggiunti dalla squadra in questa annata; inoltre, la prestigiosa affermazione della giovanile nel «Torneo internazionale di Viareggio». Risultati che suscitano scalpore non soltanto per la limpida dimostrazione di gioco con la quale vengono realizzati, ma perché giunti proprio in virtù della nuova impostazione della società cui in un primo tempo si guardava con un certo scetticismo. Partita tra l’indifferenza generale la squadra viola è la più osannata alla fine del campionato; il Baglini «controcorrente» diviene il «presidente lungimirante»; le sue teorie in fatto di conduzione di società vengono additate come le sole valide per risanare tutto il mondo del calcio sia dal lato finanziario che tecnico e morale.

Ugo Ferrante e Claudio Merlo. Comincia in questo 65-66 l’irresistibile ascesa dei due validi giovani viola

La squadra baby non nasce però all’improvviso. Prende il suo volto durante l’arco del campionato; per gradi, con l’inserimento ora di una ora di un’altra delle giovani speranze cresciute nel vivaio, la squadra viola si trasforma lentamente ma totalmente. Partita con una età media di 27-28 anni, giunge alla fine del campionato con una media di 23, guadagnando in eleganza di manovra, in dinamicità, riscuotendo applausi a non finire su tutti i campi d’Italia. Partita con la regia di Maschio e della sua spalla De Sisti, con la sornioneria rapinatrice di gol di Hamrin e il funambolismo spesso non troppo producente di Morrone, facendo affidamento sulla dinamica esuberanza di Bertini e fidando nella definitiva affermazione di Nuti, l’attacco raggiungerà l’acme dell’eleganza stilistica e della prolificità allorché scomparso Maschio, rientrato in America, e infortunatosi Bertini, Merlo ne prenderà il posto e Brugnera farà sua quella maglia numero 9, che Nuti non era riuscito a conservare per le sue deludenti prestazioni.

Giuseppe Chiappella porta la Fiorentina alla sua terza affermazione in Coppa Italia. Riceverà il “Seminatore d’oro”.

La partenza di Maschio e l’infortunio di Bertini sono forse i punti chiave di questa trasformazione. Affermatosi infatti il duo Merlo-De Sisti come una delle più belle coppie di centrocampo del campionato, Bertini, una volta guarito, veniva trasformato in mediano e prendeva il posto di Pirovano, consentendo a questi di passare in difesa al posto dell’ormai declinante Castelletti. A questo si deve aggiungere il lancio definitivo di Ferrante come libero in sostituzione di Gonfiantini, incappato proprio in questa annata in una serie d’infortuni sia fisici che di gioco. Ha i suoi alti e bassi questa squadra baby: è il logico tributo che essa paga all’inesperienza dei suoi giovani. Ma questi sono più che promesse. Hanno calcio nel sangue, e che calcio! «Fiorentina stupenda! – scriveva Bardelli su «Stadio» all’indomani della vittoriosa e clamorosa vittoria (4-0) conseguita dai viola al S. Paolo contro il Napoli tutto teso a insidiare il primato all’Inter. Ha giocato una partita magistrale, senza rinunce, senza timori. Si è visto (finalmente!) giocare calcio autentico, senza finzioni, né arrangiamenti. Altro che alchimie tattiche di ancora recente attualità. Il gioco vero è quello che si è visto in questa partita, esaltante oltre i vincoli, spesso soffocanti della partita. La Fiorentina si è difesa ed ha attaccato con ammirevole continuità anche quando il risultato era ancora incerto e l’aggressività del Napoli allarmante. Ma la giovinezza è, appunto, spensieratezza e non ci sono schemi per meditati e ragionati che siano, che possano imbrigliarla».

Il presidente Baglini e il capitano Hamrin si dividono il “peso” della Coppa Italia.

E Ghirelli sul «Corriere dello Sport», esaminando le cause che avevano condotto al successo della politica della società, così commentava: «… il lancio dei giovani è stata l’operazione che ha caratterizzato la Fiorentina in questo campionato. Un’operazione attuata in grande stile e con tali risultati da costituire una iniziativa di interesse nazionale per i riflessi che potrà avere presso altre società, per l’entusiasmo sollevato tra i calciatori delle ultime leve, per la simpatia suscitata nel grosso pubblico»,

Campionato 1966-67

Middlesbrough e la Corea rimettevano sul tappeto con la cruda amarezza di una sconfitta vergognosa tutti i problemi del calcio italiano. Ci si accorgeva, purtroppo dopo averne subite le conseguenze, degli errori di valutazione e di comportamento commessi in passato, elevando il divismo a concetto basilare dello spettacolo, spendendo e spandendo a piene mani denaro per lo più inesistente, costruendo le squadre sui debiti con una prodigalità semplicemente incredibile. L’anno prima Baglini aveva detto chiaramente che era l’ora di cambiare strada se non si voleva arrivare al più catastrofico fallimento. La Corea gli aveva dato ragione; ed ora, a cominciare dal presidente della Federcalcio Pasquale, la sua linea di conduzione della società e di valorizzazione dei giovani viene additata come l’unica possibile. La Fiorentina, una volta intrapresa la sua strada procede imperterrita su questa.

La squadra vincitrice della Coppa Italia. Da sinistra, in alto: Albertosi, Bertini, Ferrante, Brugnera, Privovano e Brizi; accosciati: Merlo, Chiarugi, Rogora, De Sisti, Hamrin.

Vengono ceduti Morrone, Castelletti. Gonfiantini: Nuti viene dato in comproprietà sperando ovviamente in una sua pronta ripresa; e mentre dalle giovanili vengono promossi alla prima squadra Chiarugi Esposito e Superchi, vengono acquistati Lenzi. Cosma, Vitali Giampiero e Boranga. Si conferma insomma in blocco la squadra del finale del campionato. Gli sportivi sono impazienti e pretendono immediatamente il grosso risultato. Non si vuol dare ascolto a chi non ha timore di dire che «l’impegno della Fiorentina, per ora, è di disputare un onorevole campionato e di concluderlo alle spalle delle due o tre prime classificate attraverso la conferma dei “lanciati” e per mezzo di qualche altro “lancio” (Goggioli)», o a chi invita alla pazienza: «Il pubblico fiorentino dovrà avere pazienza. La squadra promette bene, è giovane, potrà fare molto. Se il pubblico è disposto ad aspettare, disposto veramente, allora credo che tra un paio d’anni la Fiorentina potrà puntare in alto, sul serio. Alla Fiorentina occorre un po’ di tempo: l’esperienza non si acquista in un batter d’occhio» (Nils Liedholm). L’illusione di poter ripetere l’impresa al dieci anni prima rende gli animi agitati e suscita spesso contestazioni idiote. Si ha fretta quando invece occorre pazienza.

L’alluvione

Una pazienza grande, certosina: come quella di cui danno prova i fiorentini dopo le tragiche giornate del 4-5 novembre 1966. L’Arno, rotti gli argini in più punti, dilaga sulla città, semi sommergendola con le s acque limacciose e ritirandosi soltanto dopo essersi sbizzarrito per le vie del centro. Per le strade una distesa uniforme di fango, rovine, lutti, miseria e tanta voglia di piangere. Durano poco quelle lacrime. Ci si rimbocca le maniche e con indomita volontà e pazienza, con coraggio e qualche moccolo, da quel fango riemergono pezzo per pezzo le botteghe, le officine, la vita. Lo stadio è inagibile perché destinato a base di rifornimenti e di soccorsi. La squadra è costretta a giocare le partite in trasferta rimandando a tempi migliori quelle interne. Ma sui campi d’Italia questa squadra di giovani dimostra tutto l’orgoglio della città che rappresenta. A Foggia, a Bologna, a Milano contro il Milan gli alluvionati viola danno lezione di gioco passando da dominatori ed uscendo tra uragani d’applausi. Anche questo serve alla ricostruzione di Firenze, perché intorno a questa città, anche in virtù delle imprese dei suoi atleti, si stringe affettuosa la solidarietà di tutta la nazione. E’ la dimostrazione più limpida del valore sociale dello sport.

1966 – Arriva l’alluvione. Allo Stadio Comunale trasformato per la triste circostanza in centro di raccolta per lo smistamento dei soccorsi, lo spettacolo è ben diverso da quello consueto. Alle maglie multicolori dei giocatori, si sono sostituiti i grigi elicotteri dell’esercito.

Ritornata sul proprio terreno però, la squadra ha improvvisamente dei rovesci. Il pubblico immemore esplode in polemiche talvolta rabbiose, talvolta piazzaiole. A farne le spese giocatori, allenatore, società. Tra i giocatori il più preso di mira è l’ultimo arrivato agli onori della prima squadra e anche il più giovane (19 anni): Chiarugi. La stampa gli ha già pronosticato un fulgido avvenire: – «Il giovanotto è una grande promessa. Ha un fisico stupendo, slanciato, agilissimo, molto coordinato; è veloce e scaltro, ha il gioco dell’ala nel sangue. Non dovrebbe fallire in una luminosa carriera” (“Stadio” 19-9-66); tecnici di valore internazionale ne rimangono entusiasti: – «Ho visto i ragazzi viola correre, smarcarsi, giocare in velocità. Ottimo! Chiarugi poi, mi ha prodotto una impressione profonda» (Matt Busby, general manager del Manchester United dopo la partita disputata dalla sua squadra in amichevole allo stadio Comunale di Firenze); eppure i fiorentini lo contestano con un accanimento ancora maggiore di quanto non avessero fatto l’anno prima con Nuti.

Fiorentina-Cagliari 1-0. Segna Hamrin all’81’ minuto. Esultano le “ali” sulle ali dell’entusiasmo.

Chiappella risente di queste faziose polemiche e dimostra per l’occasione una certa immaturità sottoponendo il ragazzo a continue docce calde e fredde. Baglini viene chiamato in causa per la sua “taccagneria” nella campagna acquisti. Tutto sembra andare a catafascio.

La trasformazione della Sportiva in S.p.A.

Tanto più che adesso viene sul tappeto il diktat della Federcalcio per la trasformazione delle società sportive in società per azioni, pena la retrocessione delle squadre in serie C. In seno alla società viola, e non soltanto in questa, si scatena il finimondo. Assemblee agitate, tumultuose, tempestose addirittura, si susseguono per opporsi a questo disegno che viene interpretato come una vera e propria intimidazione. Baglini è invece uno dei più convinti assertori della necessità di questa trasformazione. Anche il calcio, come ogni attività che si rispetti, non può assolutamente vivere sull’insolvenza continua e progressiva. Dieci miliardi sono già abbondantemente superati per quanto riguarda i deficit societari delle squadre italiane. La Federazione si assume l’impegno di coprirli con un prestito a un tasso irrisorio e con estinzione protratta nel tempo: è un ricominciare da capo su basi di sicurezza e tranquillità. Ma esige che i soci delle società diventino corresponsabili di quanto verrà versato alle loro Società, mediante la sottoscrizione di azioni. I soci invocano il loro diritto di accettare o meno. La Federcalcio invece non ammette nessuna scelta: prendere o lasciare; ma se si lascia, niente più serie A o B: la C è più che sufficiente per continuare con la politica dell’allegra finanza. Ci si agita, si sbraita, si minacciano ritorsioni. Baglini, amareggiato dà le dimissioni. Infine la ragione e la logica prevalgono: il 21 giugno 1967 anche l’Associazione del Calcio Fiorentina si trasforma in Fiorentina S.p.A. Primo presidente ne è ancora Nello Baglini.

Il campionato terminava con la Fiorentina al quinto posto: un gradino più dell’anno precedente. Ma non era stata colpa dei giovani bensì di una quasi totale mancanza di riserve per sopperire agli infortuni piuttosto lunghi e a catena subiti da diversi titolari della difesa (Pirovano, Brizi, Rogora).

Timori per il futuro comunque non ne esistevano: – «La prossima stagione avranno tutti un anno di più questi meravigliosi ragazzi – scriveva Alberto Marchesi sul Corriere dello Sport a commento del campionato della squadra viola. Un anno di esperienze preziose acquisite. E allora saranno guai seri per tutti, credeteci, perché questa è la migliore squadra italiana».

Campionato 1967-68

Tutti si aspettano l’exploit che consacri definitivamente il «new deal» gigliato. Parte Hamrin e arrivano Amarildo, Maraschi e Mancin. Fra i tre che arrivano e il «matusa» che se ne va c’è una sostanziale differenza di età. I baby intanto non sono più baby: hanno un anno di più. Questo vuol dire una maggiore maturità e una maggiore esperienza. E’ l’ora della conferma definitiva: se falliscono, anziché realtà saranno solo meteore spente. Anche Chiappella non può più fallire. Esperienza ne ha già fatta o almeno dovrebbe averne fatta. Anche se non si dice apertamente, si punta decisamente allo scudetto.

Invece tutto va a rovescio. Amarildo viene schierato a centravanti, e Brugnera ne fa una malattia. I baby, anziché confermare la propria ascesa, sembrano davvero scadere al rango di «bruciati verdi», Chiappella non riesce a tenere in pugno la situazione e deve rassegnare le dimissioni. La squadra passa nelle mani di Ferrero e Bassi: l’anziano artefice del sestetto delle meraviglie e il giovane allenatore che ha preparato i giovani ieri tanto osannati oggi scaduti a larve di atleti. Si torna a sperare. A Ferrara però, proprio nel momento in cui sembra aver preso quota, Amarildo viene fatto fuori da un’entrata di un difensore che gli procura la frattura del perone. Brugnera ha ora la maglia numero nove, ma sembra addirittura svuotato d’ogni energia. Si lancia Maraschi centravanti. Il lodigiano trova in questo ruolo quella via del gol che sembrava aver completamente dimenticato da ala. Contemporaneamente però scade di forma in modo preoccupante Albertosi: quanto si guadagna in attacco si perde in difesa. La Fiorentina termina ancora al quinto posto. L’exploit è ancora una volta rimandato a tempi migliori.

Campionato 1968-69 Finalmente il secondo scudetto!

Fiorentina-Cagliari 1-0. Stanchi, sudati ma felici. 60 anni in tre e già tanto bravi. Sorride con loro “Pallino” Raveggi.

L’annata no di Brugnera e di Albertosi induce Baglini, forse affrettatamente e non certo fruttuosamente dal punto di vista economico, a cedere i due atleti al Cagliari in cambio di Rizzo, quando ancora non si è deciso quale allenatore ingaggiare per risolvere il problema tecnico provvisoriamente affidato nel campionato precedente al duo Ferrero-Bassi.

Mario Maraschi match-winner viola. Con le 12 reti messe a segno in quest’anno il nuovo centravanti della Fiorentina si prepara a disputare il prossimo campionato con eccellenti credenziali. Sarà, infatti, il campionato del secondo scudetto viola cui Maraschi darà, con i suoi gol, un notevole contributo.

Quando arriva Pesaola, il prescelto a tale scopo, e torna con lui Montanari, anche Bertini è stato ceduto all’Inter per una cifra cospicua. Il petisso, bon gré mal gré, accetta la situazione di fatto. Non si sbilancia in previsioni per il campionato prossimo, né tanto meno si lascia andare a recriminazioni o querimonie. Capisce di avere fra le mani, anche dopo queste partenze, un potenziale atletico eccezionale, cui manca solo un po’ di convinzione ed una mano felpata per lasciarsi guidare. Non si parla di scudetto ma le prime uscite della squadra danno a bene sperare per il gioco che è capace di esprimere.

Nessuno del resto, dopo la delusione offerta l’anno prima, inserisce la squadra tra le possibili candidate al titolo. La squadra parte quindi nelle condizioni ideali mimetizzata. Non ha programmi ambiziosi se non quello di dimostrare quello che vale. E quanto vale lo dimostrano i primi risultati: di rilievo e beneauguranti. Alla quinta giornata però incappa nella prima sconfitta interna ad opera del Bologna. Sarà la prima, ma anche l’ultima, di questo campionato che alla fine si rivelerà come il più combattuto degli ultimi anni, e, per la squadra, altrettanto esaltante come quello del 55-56. La sconfitta, non ha strascichi, anzi matura gli atleti. Dietro Milan e Cagliari, che nella prima parte del campionato si alternano in testa, sorniona, senza perder colpo, la Fiorentina continua a inanellare uno dopo l’altro risultati utili; poi, alla ventesima giornata, passa in testa; controlla agevolmente la situazione tenendo a bada il Cagliari, e con la vittoria conseguita a Torino contro i bianconeri della Juventus alla penultima giornata, respinge il tardivo ritorno dei rossoneri e si aggiudica con una domenica di anticipo il secondo scudetto della sua storia.

La rosa completa dei giocatori viola per il campionato 1968-69. Sulle loro maglie, accanto al giglio di Firenze, apparirà lo scudetto tricolore.

Il «pazzo» e con lui gli altrettanto «pazzi» suoi consiglieri avevano mantenuto la promessa fatta quattro anni prima: in tutto e per tutto. Lo scudetto era tornato sulle maglie viola e il bilancio della società al 30 giugno 1969, comprensivo quindi anche dei premi pagati per la vittoriosa conquista, registrava un attivo di 1.046.000 lire! Ne avesse di questi «pazzi» il calcio italiano!

12 Maggio 1969. Si vince a Torino (Juventus) e si ha la certezza di aver vinto lo scudetto. Pesaola è in trionfo.

Qui finisce la nostra storia, Una storia scritta con assoluta fedeltà agli avvenimenti ma più ancora col cuore. C’è un po’ della nostra vita, il nostalgico ricordo della nostra giovinezza rivissuta pagina per pagina attraverso questi quarantadue anni di vita viola. Un tuffo nel passato che ci ha fatto risentir giovani ed entusiasti nonostante i nostri capelli grigi e i dieci lustri che portiamo sulle spalle.

19 Maggio 1969 – Fiorentina-Varese 3-1. Si giuoca in surplace. La Fiorentina è campione d’Italia già prima dell’inizio della partita. Si vince 3-1. Merlo segna la sua unica rete in questo campionato. Il pubblico è felice e… lo dimostra.

Unico scopo è stato quello di dare a tutti i simpatizzanti viola un quadro di quella che è stata la vita di questa squadra del «giaggiolo»; una vita a volte turbolenta, a volte radiosa, spesso tumultuosamente polemica, come del resto lo sono tutte le cose che odorano di Firenze, ma sempre vissuta con impegno e serietà, onorando lo sport e convogliando intorno al nome di Firenze simpatie ed entusiasmo.

Ci saremo riusciti? Lo speriamo con tutto il cuore.

Lorenzo Magini

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