STORIA DELL’A.C. FIORENTINA
di LORENZO MAGINI – 35° puntata
tratto dall’originale stampato nel n° 7 Anno IV di Alé Fiorentina del Marzo 1969
Un “bis” atteso invano
«Per nessuno di noi che rivestiremo anche l’anno prossimo la maglia viola, sarà un campionato facile. Forse nel campionato scorso molte squadre poterono esser sorprese dell’efficienza della Fiorentina. Questa volta non sarà così: su ogni campo troveremo avversari ben consci del valore della nostra squadra e ben decisi a non concederci il minimo vantaggio. I campionati si vincono sempre attraverso innumerevoli difficoltà, ma per noi il prossimo torneo sarà più difficile di sempre e più che per qualsiasi altra compagine. Siamo la squadra da battere ed il ruolo non è agevole, perché anche i più deboli moltiplicheranno le loro energie contro di noi». In queste parole, dettate da Julinho all’inviato del giornale «La Nazione» nella ridente cittadina di Abbadia S. Salvadore il 13 agosto del 1956, c’è la spiegazione della mancata riconquista dello scudetto nel campionato ’56-57.
Archiviati i festeggiamenti per l’ambita vittoria conquistata, all’ombra dei castagni circondanti l’Amiata, la Fiorentina si preparava al nuovo campionato conscia del ruolo da difendere. Era rimasta la stessa, nonostante che durante i mesi di giugno e di luglio molto si fosse parlato di eventuali rinforzi. Il 19 luglio infatti si era avuta da parte del governo l’abolizione del veto Andreotti per gli stranieri. La Fiorentina però aveva ormai il suo straniero: Julinho. Più di uno non era ammesso dal regolamento federale. Avrebbe tutt’al più potuto acquistare un altro oriundo, purché immediatamente disponibile per la nazionale italiana. Le voci riguardanti l’eventuale acquisto di Grillo, Sivori e Guidi, quest’ultimo molto ammirato nelle vittoriosa partita dell’Argentina sulla nostra nazionale nel mese di giugno a Buenos Aires (seguita a pochi giorni di distanza dalla sconfitta subita dagli azzurri nell’incontro di rivincita coi brasiliani al Maracanà di Rio di Janeiro), erano per lo più parti della feconda fantasia dei tifosi. Gli acquisti della Fiorentina si limitarono a tre soli giocatori, tutti in giovane età: Romano Taccola, 21 anni, proveniente dalle file del Livorno, Orlando Rozzoni, 19 anni, prelevato dall’Atalanta e Giordano Martinelli, 19 anni, prelevato dalla Triestina.
A buttarsi senza ritegno sul mercato straniero sono invece le squadre che nel campionato scorso hanno abbondantemente deluso. Il Milan tenta la carta Gomez, uruguaiano, sperando di ripetere l’inghippo riuscito alla Fiorentina l’anno prima, facendolo passare per oriundo. Non ci riesce. L’acquista lo stesso come straniero, dirottandolo però a Palermo, e lo sostituisce con Cucchiaroni, oriundo puro sangue. La Juventus fa giungere a Torino lo svedese Hamrin, acquistato con notevole anticipo fin dal gennaio. Numerosi altri stranieri ed oriundi giungono in Italia: Gustavvson per l’Atalanta, Parodi per il Genoa, Tozzi per la Lazio, Lindskog per l’Udinese, Conti per la Juventus, Seghini per il Bologna, Ocwirk per la Sampdoria, Sandell e Oronsson per la Spal, Tacchi per il Torino, Moro per il Napoli, Morello per il Padova. Eccettuati quattro o cinque, saranno delle classiche bufale dal nome più o meno esotico, incapaci di portare una nuova linfa al calcio italiano, bravi soltanto a vuotare il portafoglio di qualche sprovveduto dirigente in cerca di un’effimera gloria. I Bovio, i Cerioni, gli Aballay, per intenderci, di dieci anni prima!
Oltre al Milan e alla Juventus, ritenute le maggiori antagoniste della Fiorentina nella conquista dello scudetto 56-57, un’altra squadra suscitava interesse: la Sampdoria. Assunto Czeizler come allenatore, fortemente potenziatasi con l’acquisto dell’austriaco Ocwirk, che sul mercato aveva raggiunto la quotazione maggiore (50 milioni), e dell’italo-inglese Firmani, giunto fra noi con la fama di goleador pericolosissimo, la squadra blucerchiata veniva considerata dai tecnici come la probabile guastafeste per le grandi. Non si credeva invece nell’Inter, né tantomeno nella Lazio allenata da Carver; pochissime chanches si davano a Bologna, Roma e Napoli. In una parola pur dando favoritissima la Fiorentina, si prevedeva una lotta serrata fra la squadra viola allenata ancora da Bernardini, il Milan allenato da Viani e la Juventus allenata da Puppo, con l’eventuale inserimento della Sampdoria. Le previsioni risulteranno giuste solo per le prime due: Juventus e Sampdoria, dopo un avvio promettentissimo scadranno di tono terminando il campionato al centro classifica.
All’insegna dell’entusiasmo il precampionato
Con le maglie su cui spiccava lo scudetto al posto del giglio, la Fiorentina si presentava ai suoi tifosi per la prima precampionato il 26 agosto. Incontrava il Livorno dal quale aveva acquistato Taccola. Una partita che serviva a mettere in mostra l’immutata efficienza dei reparti e gli automatismi degli scambi tra reparto e reparto. La domenica successiva si recava a Roma per incontrare la Lazio. Il primo tempo giocato nella formazione tipo si chiudeva sul 2 a 0 a favore dei viola; poi, nel secondo, con sette riserve, subiva la pressione dei laziali che raggiungevano il pareggio. L’impressione suscitata dai giocatori viola si compendiava nel giudizio dato da Carver, allenatore della Lazio: «A meno d’imprevisti anche per quest’anno niente da fare contro questa Fiorentina. Lo scudetto sarà nuovamente suo». Un po’ meno brillante invece l’ultima precampionato contro il Milan allo stadio Comunale. Un tre a tre e una partita piena di luci ed ombre per l’una e l’altra squadra; ambedue le squadre, tra le quali si sarebbe dovuta svolgere la lotta per il titolo di campioni, lasciavano alquanto perplessi i loro sostenitori.

Inizio travolgente… e sbandamento inspiegabile
A Udine contro i bianconeri friulani, immediatamente ritornati in serie A, sempre sotto la guida di Bigogno, dopo la condanna inflitta loro dalla Federazione in seguito ad un illecito sportivo commesso alcuni anni prima, la Fiorentina giocava la sua prima partita del campionato 56-57. Erano ventidue mesi (dal 21-11-1954) che il Moretti di Udine resisteva agli assalti delle squadre ospiti. Il 16 di settembre veniva violato dai viola. Passati in vantaggio dopo soli 28 secondi con Montuori, che dopo venti minuti raddoppiava, i viola si vedevano raggiunti prima della fine, dominando poi nella ripresa e vincendo per 5 a 2. Con quale entusiasmo ed euforiche previsioni si pensava alla partita seguente, è facile immaginarlo.
La domenica successiva invece, contro una Lazio che sul proprio campo era stata battuta dalla Juventus per 3 a 0 (con due gol di Hamrin), la Fiorentina non andava oltre il pareggio. Uno 0 a 0 deludente così commentato da Pegolotti: «La partita con la Lazio, prima della Fiorentina sul proprio terreno, si è risolta in una grande adunata fischiereccia… Fischi d’amarezza, sfogo di una grossa delusione… La Fiorentina ha giocato male… i viola non ne hanno azzeccata una… azioni slegate e prive di mordente mentre i biancoazzurri crescevano di statura e si arrogavano l’iniziativa… La Lazio non ha rubato nulla a nessuno. Soltanto una brutta partita? Brutta lo è stata di certo, per il ‘soltanto’ non si sa. L’attacco atomico di Udine era diventato ieri un attacco fucile a stoppaccio. Peccato che i calciatori non possano fare come i cacciatori che tornano a carniere vuoto. Al mercato purtroppo non si vendono i gol».
Era un campanello di allarme che purtroppo a Torino, contro i granata, aveva una conferma immediata con la prima sconfitta. Per i tifosi accettare una realtà non è cosa molto facile. Per questo la sconfitta di Torino fu addebitata in gran parte all’operato di Jonni, l’arbitro, vedi caso, che nel campionato precedente aveva sanzionato l’unica sconfitta dei viola sul terreno di Marassi. A lui ed alla espulsione di Chiappella, decretata dall’arbitro al 20’ della ripresa quando la Fiorentina era sull’1 a 1 i tifosi attribuivano la sconfitta subita. «Purtroppo però – smentiva Pegolotti – quello che è accaduto ieri è null’altro che la logica conseguenza di un periodo di forma assai sbiadito; è perfettamente in linea con quanto è accaduto nelle precedenti partite di questo torneo. No, cari campioni, no, così non va… si prendono troppi gol… in tre partite quattro, mentre un tempo non si sarebbero presi in dieci giornate».
Questo sbandamento della difesa preoccupava. Ma non era soltanto questo. Anche l’attacco non dimostrava più la solita incisività, né la solita geometria. Nei confronti delle squadre che la precedevano in classifica la Fiorentina presentava un quoziente reti davvero disastroso. La Sampdoria infatti in tre partite aveva segnato 10 reti e subite soltanto due, il Milan ne aveva fatte 5 e subite 2, la Fiorentina 6 e 4.
La vittoria nella coppa Grasshoppers
Il 3 ottobre si aveva a Firenze la finale per la Coppa Grasshoppers, dopo uno svolgimento durato alcuni anni. Se l’aggiudicava la Fiorentina sulla squadra tedesca dello Schalke 04, con un risultato tennistico che, dato il momento della squadra, riapriva il cuore a tante speranze. Un 7 a 2 e l’esplosione del nuovo centrattacco Rozzoni che metteva a segno ben 4 reti, risuscitavano per l’incanto l’entusiasmo affievolito. Una vittoria invece piuttosto cara per la squadra. Ben tre giocatori: Prini, Virgili e Chiappella, venivano portati all’ospedale ortopedico e ingessati. Il primo ne avrebbe avuto per 60 giorni, gli altri due per 30! In un periodo come quello che stava attraversando la squadra, era una tegola piuttosto pesante! Tanto da far guardare con ansia malcelata alla partita successiva con la Spal, vittoriosa a Ferrara la domenica prima sull’Inter, Ecco invece una partita brillante e un netto successo: ancor più probante, considerando la perfetta efficienza dei sostituti scesi in campo; e cioè Rozzoni sostituto come già durante la partita con lo Schalke di Virgili, Bizzarri sostituto di Prini, Orzan sceso in campo al posto di Chiappella senza farlo assolutamente rimpiangere. In classifica frattanto, dietro la Sampdoria che continuava imperterrita la sua corsa di testa, andava a sistemarsi il Napoli che con i due castigamatti Vinicio e Pesaola, autori di due gol ciascuno, infliggeva cinque gol al Milan a San Siro, subendone tre.
Partita di spicco nella quinta giornata campionato quella di Genoa tra Sampdoria e Fiorentina. Si temeva l’attacco doriano, orchestrato da Ocwirk e micidiale in tacchino freddo Firmani. Ma proprio a Genova la Fiorentina dava dimostrazione di che panni si vestiva. Pur giocando per 60′ con Cervato menomato per un incidente, e cioè praticamente in dieci, strappava di prepotenza il pareggio, che in precedenza era stato compromesso dall’arbitro Liverani con la concessione di un calcio di rigore a favore dei blucerchiati per un involontario fallo di braccia di Magnini. Giocando in dieci, per rimontare ci vuole classe, coraggio e volontà. E i viola la sapevano dimostrare riportandosi in pareggio e concludendo con un 2 a 2 la partita.
Continuando nella strada intrapresa, ed usufruendo del rientro anticipato di Chiappella, la Fiorentina, guidata da un Montuori in vena di prodezze, superava anche il Bologna pur avendo terminato in svantaggio il primo tempo. Tutto sembrava tornato alla normale routine del campionato scorso.
Milan maramaldo e … scontro Montuori-Viani
La domenica dopo invece, sempre al Comunale, il Milan infliggeva una lezione piuttosto amara ai gigliati, passando vittorioso per 3 a 0.
Andato in vantaggio per una disgraziata autorete di Rosetta – palla mancata di testa da Bean che rimbalza in terra ed incoccia il ginocchio del capitano andando ad infilarsi sotto la traversa – il Milan consolidava il suo vantaggio con altri due gol, l’uno ad opera di Schiaffino l’altro ad opera di Bean, non senza suscitare notevoli perplessità per il comportamento di Sarti in ambedue le occasioni. Ma questa partita più che per il risultato va ricordata per l’espulsione subita da Montuori. Un’espulsione, che Lo Bello decretava forse per aver frainteso un gesto di Miguel; questi, vedendo Viani lanciarsi in campo verso l’arbitro per protestare a causa di un marchiano fallo commesso da Bizzarri su Cucchiaroni, credendo che si volesse scagliare contro il direttore di gara lo fermava a mezza strada.

Viani si rivoltava contro Montuori in maniera tutt’altro che ortodossa e ne succedeva uno scontro pugilistico cui s’univano anche altri giocatori. A subirne le conseguenze era proprio Montuori, che veniva espulso insieme al focoso allenatore del Milan.
(Foto dall’album di Aldo Polidori)