LE POESIE VIOLA DI ANDREA MAZZONI
Terzo appuntamento con i ritratti in versi da “Cantami, o Viola…”, il progetto poetico di Andrea Mazzoni per il centenario della Fiorentina. Stavolta i protagonisti della lunga storia viola affidati a… Calliope, la Musa della poesia “epica” (e sportivamente epiche possono essere certo considerate le gesta dei grandi campioni…) sono Júlio Botelho detto Julinho, il meraviglioso giocatore brasiliano che fu tra i massimi artefici del primo campionato vinto dalla Fiorentina; Kurt Hamrin, che col giglio al petto vinse una Coppa delle Coppe, una Coppa Mitropa e due volte la Coppa Italia, facendo anche da… chioccia alla squadra ye-ye degli anni ’60; Giancarlo De Sisti, capitano della compagine che portò a Firenze il secondo scudetto.
1958 Júlio Botelho (Julinho)

Brutta bestia la saudade:
finta ipnotica di corpo
a sbilanciare
o colpo di tacco aggirante
e sei fregato in un istante.
“Desidero rivederti, mia patria”
cantava il Vinicius carioca
gran poeta De Moraes
e forse Julio Bothelo paulista
quel verso in cuor serbava
quando all’ala destra danzando
in un soffio di eleganza
d’un tratto si facea saetta
e… “Via col vento” –
che il baffo teneva
per altro alla Clark Gable –
mentre a pelo d’erba la palla
crossava a centro area
per esser messa in sacco.
Bella donna la saudade
ammaliante al passo
di bossa nova,
amara dolcezza
da transatlantici saluti
struggenti
nella dantesca ora
“che volge al disio”.
Però… che fregatura la saudade
per i cuori gigliati d’allora:
di viola in Brasile fece Julio poi
colorare la sua stanza
ma che altra storia
fosse continuata qui
sull’ala la sua danza.
1967 Kurt Hamrin

Ma non eran gli svedesi,
razza vichinga,
rocciosi tagliatori di foreste,
lanciatori poderosi di tronchi?
E impeccabili perticoni boreali
d’un re Carlo a servizio leali
o di un Gustavo Adolfo?
“Hambrin” – con la B in fiorentino –
dribbling, fiuto del goal
e opportunismo in area
era minuto invece e un po’ bassino
(gambe smilze sul cadente calzettone…),
un uccellino che leggero
zampettava in campo col pallone
guizzando quindi a rete micidiale.
Si vede che Thor, Odino
e le altre divinità norrene
lo avevan destinato a vittoria
e fama, a esser nove anni
e anche poi bandiera
a queste latitudini tosco tirrene.
Come quel dì che a Bergamo
contro un’altra Dea
di segnar più non smetteva
da vicino, da lontano
finché non finì contando
le dita della mano.
Quella con cui per altri lidi,
fatto da chioccia
alla squadra ye-ye
che in mezzo all’alluvione sboccia,
salutò tutti nel ’67,
ma il cuore suo a Firenze
sempre di casa se ne stette.
1969 Giancarlo De Sisti

Amarcord… quella volta
che Picchio trottola De Sisti,
astrolabio vivente
a disegnar le rotte in campo,
sbagliò un passaggio
(Oooh!! stupì lo stadio,
cemento armato
del Nervi compreso)
e anche là sul Monte Olimpo
lo sconcerto fu subito dipinto
in volto ad ogni nume
sicché un fremito, un sussulto
agitò il terracqueo globo
e vacillò della ragione il lume.
Nobel in scienza della semplicità
(di Occam in mano
il filosofico rasoio),
Oscar alla regia
per Il tessitor di geometria
(quasi ungarettiane
le linee inferte
essenziali al pallone)
il bravo ragazzo del Quadraro –
faccia da giovane zio,
da fratello maggiore –
fu capitano di senno raro
e simbolo perfetto
del secondo scudetto.
Ma poi anche volto
incredulo, amaro
del terzo mancato trionfo
da Superior Potere sottratto:
come sempre, noi il topo
e loro – più che zebre – il gatto.
Andrea Mazzoni



