La Storia della Fiorentina continua…

Condividi sui social

LA STORIA DELLA FIORENTINA CONTINUA
a cura di Massimo Cervelli – 2° puntata

 

1970-71 SULL’ORLO DEL BARATRO

L’euforia seguita alla vittoria del titolo aveva preso la mano ed era stata pagata pesantemente. D’altronde, per vincere due volte di seguito non bastava essere una grande squadra, occorreva essere … molto grandi. Invece, la facilità di allestire la squadra campione aveva portato ad affrontare con faciloneria le scelte strategiche ed ora l’esito della stagione 1969-70 bruciava a tutte le componenti: dirigenza, squadra, pubblico. Il prossimo campionato avrebbe dovuto restituire una Fiorentina in grado di lottare per lo scudetto.

Tante, le lacune evidenziate in campo: prestazioni altalenanti, figlie anche di un’approssimata condizione atletica; assenza di alternative ai dodici titolari scudettati, così da essere esageratamente vulnerabili ad infortuni e squalifiche; troppi gol subiti per i larghi spazi lasciati da centrocampo e difesa – situazione che sembrava prodotta da limiti tecnici causati da centrocampisti non molto abili nei contrasti e da terzini lesti, ma non veloci, più che tattici.

Il convitato di pietra era Pesaola e l’ingaggio che aveva strappato – 95 milioni, il secondo in Italia dopo Helenio Herrera.

Inoltre, il tecnico, essenziale per la conquista dello scudetto, non aveva convinto nei momenti salienti della stagione: in campionato dopo lo choc arbitrale con il Cagliari e in Coppa dei Campioni dove era stato il responsabile della batosta di Glasgow.

Chiarugi, Vitali e Mariani

Le ambizioni del presidente

Al termine del calciomercato il presidente Baglini dichiarò di avere allestito una squadra che poteva rivincere lo scudetto e che, grazie allo schieramento a tre punte, avrebbe favorito lo spettacolo, seguendo le indicazioni provenienti dalla Coppa del Mondo giocata in Messico e conclusa con la finale Brasile-Italia (4-1).

Pesaola, invece, parlò di una Fiorentina in fase di assestamento, mostrando diffidenza verso l’annunciato schieramento delle tre punte, lamentando l’individualismo delle due ali Chiarugi e Mariani, quasi a mettere le mani avanti per un possibile fallimento.

Con la campagna acquisti/cessioni nell’estate lasciarono Firenze diversi protagonisti dello scudetto: Amarildo, passato alla Roma; Rizzo, ceduto al Bologna che lo pagò bene, aggiungendo come contropartita la promettente mezzala Gennari; Rogora e Cencetti ceduti al Brescia da dove arrivarono il giovane terzino Botti, presentato come prossimo Nazionale, e il centrocampista ventottenne D’Alessi; Maraschi tornò al Vicenza nell’ambito dell’operazione che portò Vitali in maglia viola. L’arrivo di altri due giovani terzini, Galdiolo e Ghedin, completò il mercato viola.

L’acquisto del centravanti vicentino Vitali, vice capocannoniere in serie A con 17 gol segnati nel Lanerossi Vicenza, dietro a Gigi Riva, fu il colpo dell’estate e quello che fece propendere per lo schieramento a tre punte, insieme a Chiarugi, goleador viola della stagione precedente e con la promozione a titolare di Giorgio Mariani.

I primi screzi

Il buongiorno non si vide dal mattino. Vitali, acquistato in comproprietà (240 milioni il costo secondo le dichiarazioni di Baglini), fu subito protagonista di un lungo braccio di ferro per il premio d’ingaggio (la richiesta avanzata era di 40 milioni, 28 quelli ottenuti) che lo portò ad arrivare in ritiro con dieci giorni di ritardo.

Intanto, ad Acquapendente, il lavoro atletico veniva aumentato rispetto agli ultimi anni. La preparazione, per rimediare al vistoso calo evidenziato nel campionato precedente, era stata affidata al professor Baccani che curò anche percorsi personalizzati per diversi atleti.

La Coppa Italia fu il primo test stagionale. I viola, inseriti in un girone tutto pugliese con Bari, Foggia e Taranto, vinsero tutte e tre gli incontri del girone eliminatorio, superandolo a punteggio pieno e senza subire reti. In evidenza, fin da subito, segnando tre delle sei reti realizzate, Chiarugi. La prima riserva dell’attacco, Macchi, nipote di Luciano ed anche lui di Ponsacco, aveva mostrato subito dimestichezza nell’andare a rete, segnando il gol decisivo a Taranto nella partita in cui sostituì Vitali.

Il primo gol ufficiale del nuovo centravanti arrivò nel primo turno di Coppa delle Fiere, a Katowice in Polonia, contro il Ruch Chorzow. Successe tutto nel secondo tempo, gol polacco e risposta di Vitali con una bellissima mezza rovesciata. Il pareggio (1-1) apparve un buon viatico per la gara di ritorno, disputata tre giorni dopo l’inizio del campionato e vinta dai viola (2-0) disputando i primi 45’ a gran ritmo, segnando con Chiarugi alla fine del primo tempo e con Mariani all’inizio della ripresa. La critica lodò apertamente la condizione della squadra, dandone merito alla preparazione effettuata da Baccani: in pochi giorni il professore venne destinato ad altro incarico…

Il campionato

La Fiorentina aveva ben esordito a Roma, sconfiggendo i giallorossi con un gol del solito Chiarugi alla mezzora del primo tempo, nel solco del cinismo gigliato: senza entusiasmare. La squadra iniziale propose, come novità, la coppia dei terzini Stanzial (6 gare in tutto il campionato) e Botti (4 presenze). Tutto il resto, portiere, coppia centrale, centrocampo erano gli stessi dello scudetto, con le tre punte, come descritte, davanti.

La gara interna con il Verona diventò difficile per il gol di Clerici al 6’ e l’agitazione che, col passare dei minuti, trasformò in frenesia le azioni dei viola che colpirono ben tre legni, prima del pareggio segnato dal subentrante Gennari. Il pareggio di Catania venne salutato dai tifosi etnei gridando “ladri ladri” all’uscita dei gigliati che avevano schierato Pellegrini al posto di Esposito, dallo stadio.

Quattro punti conquistati nelle prime tre partite, ma la squadra mostrava già grosse crepe psicologiche. Il Napoli, capolista, passava di misura a Firenze, con i viola incapaci di reagire al gol iniziale di Sormani, ma penalizzati dall’arbitro Sbardella che ignorò un clamoroso fallo da rigore. L’assenza di Esposito, mancò per due mesi, rese impossibile trovare equilibrio in una squadra ancora alle prese con la scelta dei terzini.

A Torino mancavano anche Chiarugi e Merlo, mal sostituiti da Macchi e Gennari, passati in vantaggio con un gol di testa di Longoni i gigliati subirono il pareggio granata nella ripresa.

In Coppa delle Fiere il Colonia eliminò la Fiorentina battendola a Firenze (1-2) e in Germania (1-0).

A inizio novembre fu il direttore sportivo Montanari a gettare acqua sul fuoco: “il nostro è un programma a lunga scadenza: non siamo partiti per vincere lo scudetto, cerchiamo gli uomini che faranno la squadra di domani”, parlando di una linea verde concordata con Pesaola e delle prime evidenze: Gennari, Ghedin, Macchi.

La partita casalinga contro il Milan, la 6a del campionato, si rivelò letale. Pesaola scelse il giovane stopper Berni per sostituire Esposito togliendo un centrocampista, mentre Botti, spesso in balia dell’avversario diretto era già finito sul mercato prima del match. Il naufragio contro i rossoneri fu senza attenuanti, sotto di tre gol e partita chiusa già nel primo tempo. La ripresa fu l’agonia (2-5) di una squadra inconsistente che segnò il secondo gol grazie ad un rigore concesso a fine partita e trasformato da Vitali. Il pubblico si espresse in maniera netta: fischi e lanci di cuscini, e non solo, sul terreno di gioco. La Fiorentina era già la sorpresa negativa del campionato.

Nella partita successiva, a Cagliari con i rossoblu senza Riva, gravemente infortunato nella partita della Nazionale contro l’Austria, Pesaola rinunciò alle tre punte, definendolo “esperimento presuntuoso” e inserì Gennari al posto di Mariani, non convocato per la trasferta sarda. Botti, intanto, andò sul Lago di Garda messo al minimo dello stipendio non avendo accettato il trasferimento al Palermo. All’Amsicora la Fiorentina arrancò “penosamente”, senza idee in fase offensiva ed incassando gol con una disinvoltura inaudita.

Le voci parlavano di Pesaola vicino a un accordo con l’Inter per il prossimo campionato e della Fiorentina in contatto con Viciani. Sulle mura dello stadio una scritta parafrasava il ritornello di un successo musicale del tempo “Non sempre si può vincere, ma non sempre si può perdere”!

L’ira funesta di Baglini

Il giorno dopo la partita di Cagliari il Consiglio deliberò “di attuare attraverso il presidente quei provvedimenti che si renderanno necessari”. Baglini, conquistati i pieni poteri, lanciò il proprio diktat: basta con le fuoriserie (Dino 2600, Porsche, Maserati) i calciatori dovevano andare agli allenamenti con delle utilitarie; via anche i capelli lunghi e gli abiti eccentrici. Il presidente consultò personalmente ogni atleta e tutti si schierarono a sostegno di Pesaola…

Nello inflisse una serie di sanzioni, la maggiore delle quali a Chiarugi, il suo giocatore preferito: un milione di multa “per comportamento intemperante e recidivo nei confronti degli arbitri e dei compagni”. Mezzo milione di multa anche a Bandoni per la fuga dal ritiro di Altopascio; sanzionato anche Ferrante “per inosservanza delle disposizioni tattiche emanate dall’allenatore”.

La partita con il Bologna apparve come quella della resa dei conti. Vitali venne escluso dalla formazione, sostituito da Mariani e con l’inserimento all’ala destra di Macchi. Merlo fu schierato mediano, perdurando l’assenza di Esposito, con Gennari mezzala. Il Bologna espugnò agevolmente il Comunale, con la crisi manifesta di Superchi battuto dall’ex Rizzo da trenta metri. Al temporaneo pareggio di De Sisti, su rigore, replicò Savoldi assicurando la vittoria ai felsinei. La squadra sembrò, ad eccezione di De Sisti, paralizzata, giocando addirittura peggio che nella gara contro il Milan. Di parere opposto Baglini che aveva visto una squadra “aggressiva e volenterosa” e confermò Pesaola.

Intanto, assediata dai tifosi, la squadra fu costretta ad uscire alla chetichella dalla porta della curva Fiesole. Il giudizio sulle responsabilità era già stato formulato: i calciatori erano passati dalla sana irriverenza giovanile alla strafottenza della presunzione, specchiandosi nel successo. Faceva bene Baglini a riportare i giocatori su un piano di austerità, ma lo stesso Baglini aveva la responsabilità del fallimento tecnico. La potente macchina da gol annunciata si era inceppata subito. Vitali era abituato ad una squadra che giocava interamente per lui, unico terminale offensivo, pagò il salto da Vicenza a Firenze e rimase un corpo estraneo alla squadra. Le due ali tendevano entrambe ad accentrarsi per andare alla conclusione, nessuno dei due andava sul fondo per crossare. Grossi problemi di affiatamento emergevano in tutta la squadra. Insomma, due punti in sei partite dimostravano che era stato sbagliato tanto, se non tutto.

Avanti con Pesaola

La pausa internazionale fece bene alla Fiorentina. A Marassi rientrò Esposito e venne formata la coppia di terzini Galdiolo-Longoni che rimase quella titolare fino a fine campionato. Due punte furono schierate in attacco, Chiarugi e Vitali, con l’inserimento di Gennari con il numero 7. A fine partita Pesaola era furibondo: la Fiorentina, in vantaggio di due reti (Merlo, Vitali) alla mezzora, venne raggiunta da un gol fantasma di Suarez concesso dall’arbitro e da quello di Lippi (?!) al 90’ causato da una punizione invertita. Nel turno successivo la Fiorentina affrontò il Foggia, con Bandoni in porta, tornando, a causa del forfait di Merlo all’ultimo minuto, alle tre punte con il rientro di Mariani. La strada venne spianata dall’autorete di Bigon e asfaltata da un grande Chiarugi, fresco di matrimonio, autore di una bella doppietta.

La seconda gara interna, contro la Lazio, avrebbe dovuto confermare i progressi, ma i gigliati non riuscirono a vincere, dimostrando di non essere usciti dalla crisi. L’esordio stagionale di D’Alessi segnò il ritorno alle due punte. In vantaggio al 18’ con un gran gol di Merlo, la Fiorentina fu penalizzata dall’infortunio a Chiarugi, sostituito nell’intervallo da Pellegrini. Nel secondo tempo la Lazio aumentò progressivamente la pressione e nel finale, all’81’, trovò il pareggio con un colpo di testa dello stopper Facco a seguito di una punizione inesistente.

Superchi reagì malissimo alla sostituzione, chiedendo la cessione in estate, ma Pesaola confermò Bandoni anche a Varese dove Mariani, sostituto di Chiarugi, nel finale non concretizzò una buona occasione. La striscia positiva si allungò con un altro pareggio interno, a reti bianche, contro il Vicenza, con contestazione finale alla squadra ed anche all’arbitro. Undici i punti conquistati in tredici giornate e a San Siro contro l’Inter rientrò Chiarugi, in una formazione di totale emergenza senza Merlo, squalificato, e De Sisti, sostituiti da Gennari e Ghiandi, con Esposito avanzato a finta ala, inserendo Carpenetti, mentre Macchi prendeva il posto di Vitali. Fu la partita dei rigori, due per i nerazzurri (Boninsegna, Gori) ed uno per i gigliati (Chiarugi). Una brutta gara che ebbe protagonista Sbardella che inventò il primo rigore nerazzurro ed espulse Ghiandi.

L’ingiusta sconfitta casalinga contro la Juventus, causata da un rigore regalato ai bianconeri in apertura di ripresa e realizzato da Causio, con l’espulsione di Galdiolo e un rigore non concesso per fallo di mano dello stesso Causio in area, segnò la fine della gestione Pesaola. Una decisione sofferta, con il Consiglio direttivo spaccato e che maturò dopo tre giorni di discussione. Pesaola fu sostituito con Oronzo Pugliese, “il mago di Turi”. Il cambio avveniva alla fine del girone d’andata con la Fiorentina terzultima con soli undici punti.

Venne proposta la formazione che, a suo dire, Pesaola avrebbe voluto allenare: Castellini; Scala, Poletti; Esposito, Ferrante, Brizi; Chiarugi, Merlo, Combin, De Sisti, Amarildo. Riserve: Bandoni, Rogora, Cencetti, Longoni, Fogli, Gennari, Mariani.

In sostanza, il tecnico avrebbe autorizzato lo scambio Superchi-Poletti col Torino, con l’acquisto di Castellini dal Monza; l’acquisto di due giocatori esperti, Fogli e Combin dal Milan, quello di Nevio Scala dal Vicenza e si sarebbe opposto alla cessione di Amarildo. Una distanza siderale dall’effettivo calciomercato, ma anche un contrasto eccessivo con la realtà, considerando che l’allenatore aveva un lauto contratto fino al giugno 1972.

Oronzo Pugliese

Il barone Vincimai

Pugliese, originario di Turi in provincia di Bari, era un allenatore autodidatta. Iniziò la carriera dopo un lungo percorso da calciatore nelle serie minori del centro-sud, con Montevarchi come punto più settentrionale. Le sue prime esperienze, in Sicilia, da allenatore-giocatore risalivano al periodo a cavallo della Seconda Guerra Mondiale. Effettuò una gavetta che sembrava infinita e che fu rotta dal capolavoro realizzato a Foggia, squadra che, dal 1961 al 1964, portò dalla serie C alla serie A. Un exploit che gli valse la panchina della Roma e il soprannome di “Mago di Turi” contrapposto al “Mago HH”, Helenio Herrera, che dominava i campionati con l’Inter. I suoi atteggiamenti, corroborati da detti ed espressioni della cultura contadina, e le sue vulcaniche esplosioni lo fecero diventare una sorta di macchietta del calcio italiano, ripresa da Lino Banfi nell’interpretazione di Oronzo Canà nel film L’allenatore nel pallone.

Pugliese rappresentò un’espressione estrema dell’italianismo del calcio nazionale di quell’epoca, il “non gioco” votato alla distruzione delle trame avversarie. L’esordio, in casa contro la Roma, fu un incontro effervescente con i giallorossi due volte in vantaggio – la marcatura del giovane Ghedin su Amarildo predisposta da Pugliese, rischiò di chiudere la partita anzitempo – e ripresi prima da D’Alessi e con un salvifico rigore finale realizzato da Vitali all’85’.

Botta e risposta al Bentegodi tra Vitali e Clerici attorno alla mezzora del primo tempo e poi poco altro. Il match con il Catania, almeno nelle dichiarazioni, sarebbe dovuto essere quello della prima agognata vittoria di Pugliese. In campo andò diversamente: autogol al 1° di Ferrante, pareggio con una furbata di Chiarugi che “fregò” una punizione a De Sisti, sorprendendo il portiere e, soprattutto, un clamoroso gol sbagliato nel finale dall’attaccante etneo Bonfanti. Un’ulteriore delusione che si era conclusa con un punto trovato!

Pugliese impose il coprifuoco alla squadra e lavorò molto sui riti propiziatori, sacri (con la benezione del campo) e pagani (con il mago Badoglio di Prato) di cui il più semplice e visibile era lo spargimento del sale lungo il campo.

Dopo sei giornate la Fiorentina riuscì a tenere la porta imbattuta, con una gara assolutamente rinunciataria, conquistando un prezioso punto a Napoli. La partita con il Torino finì nell’ennesimo pareggio, Longoni pareggiò il gol segnato da Sala all’avvio della ripresa, mentre l’opposizione in società, coordinata dal ministro socialista Mariotti nominò due membri – il figlio del ministro e l’ex consigliere Fochi – da affiancare a tre della maggioranza in una commissione che avrebbe dovuto affiancare il Consiglio per garantire il governo della situazione.

Dopo cinque pareggi consecutivi arrivarono due sconfitte. A San Siro, contro un Milan incerottato, il catenaccio viola fu scardinato al 60’ da Prati che, però, si appoggiava irregoilarmente su Berni. A Firenze contro il Cagliari, Pugliese schierò D’Alessi al posto dello squalificato Merlo e Macchi a quello di Vitali, disponendo l’assurda marcatura di Brizi a centrocampo su Nené. Sembrava tutto finito nel primo tempo, dopo il gol di D’Alessi su calcio di punizione battuto a sorpresa da De Sisti, e il pareggio di Greatti, sfruttando uno scontro tra Ferrante e Superchi. All’89’ fu assegnata una punizione a due nell’area di rigore della Fiorentina: Domenghini la tirò direttamente in porta, palla in rete e … proteste, essendo la punizione di seconda, ma il tocco decisivo era stato di Chiarugi. Finiva così una gara dove i sardi non avevano fatto nulla per vincere, con “Domenghini visibilmente… contrariato per aver messo a segno una botta forse mortale per la squadra viola”. I tifosi, inferociti, rimasero fuori dallo stadio, dando vita ad una sassaiola. Ad otto giornate dal termine del campionato la Fiorentina era terzultima in classifica, con 16 punti uno in più di Catania e Lazio ed uno in meno del Varese. Il giorno dopo Baglini si dimise, dal Consiglio direttivo e dal Consiglio di Lega: esercitò un atto di protesta contro i maltrattamenti arbitrali subiti e salutò la squadra in partenza per il ritiro di Montecatini insieme ad Ugolini che assunse la reggenza.

La Fiorentina decise di pagare il viaggio, in treno o pullman, a tutti i soci dei Viola Club per la trasferta di Bologna. A Montecatini sbottò Chiarugi, stanco di essere indicato come il primo responsabile: “mi dispiacerebbe lasciare Firenze, ma la Fiorentina mi mandi via se sono io la causa di tutti i mali”. Intervenne anche Montanelli: “è molto difficile, anzi quasi impossibile, che la squadra possa evitare la retrocessione perché ormai, ad ogni partita, scende in campo con la convinzione di essere condannata a perdere”, il giornalista chiedeva alla società di dare seguito alle dimissioni di Baglini, contro arbitraggi “assolutamente inqualificabili”, ritirando la squadra dal campionato. La Fiorentina riuscì a conservare lo 0-0 di partenza, riproponendo ancora Brizi a centrocampo, contro un Bologna non intenzionato a infierire. Le brutte notizie arrivarono dagli altri campi. Il distacco dal quartultimo posto (Sampdoria e Vicenza) era salito a due lunghezze. Il pubblico viola faceva i conti: Pesaola aveva fatto 11 punti in 15 gare, 6 su 8 quelli ottenuti da Pugliese, la scossa non c’era stata. Il 31 marzo il Consiglio della Fiorentina respinse le dimissioni di Baglini invitandolo a riprendere il proprio posto alla guida del club. Contro la Sampdoria venne riproposto Galdiolo dopo tre partite in cui era stato impiegato Carpenetti nel ruolo di terzino destro, Esposito nel ruolo di mediano e non di falsa ala e le tre punte. Viola all’arrembaggio fermati dal portiere Battara e da una traversa colpita da Vitali.

In vista della gara di Foggia squadra ancora in ritiro a Montecatini, con Merlo nuovamente squalificato e Pugliese innervosito per le sue continue assenze tra infortuni e squalifiche, mentre Botti rientrava in gruppo dopo mesi. Prima della gara Don Oronzo portò la comitiva viola a San Giovanni Rotondo a rendere omaggio a padre Pio. Una partita che i viola, andati in svantaggio nel primo tempo con un gol di Saltutti, pareggiarono solo grazie ad un discusso rigore, trasformato da De Sisti. Lazio e Fiorentina erano penultime, ad un punto da Sampdoria e Varese, e si incontrarono a Roma con il rientro di Merlo, ma con Chiarugi squalificato, alla presenza di settemila tifosi gigliati. All’Olimpico andò in scena uno spettacolo desolante, un festival dell’orrore calcistico tra due compagini rattrappite dalla paura, con lo 0-0 come naturale conclusione. A fine partita De Sisti mandò un messaggio chiarissimo, a Firenze sto benissimo, ma non seguirò la squadra in serie B.

La partita interna con il Varese era assolutamente da vincere per regalare a Pugliese, già soprannominato Barone Vincimai, il primo successo sulla panchina viola. Baglini, alle prese con problemi di salute, non aveva ancora risponsto al Consiglio. Un Varese semplice ed ordinato imbrigliò i viola, passando in vantaggio con Braida al 9’ del secondo tempo. Una Fiorentina uguale a quella di tutto il campionato riuscì a pareggiare solo a sette minuti dalla fine: punizione di Merlo, girata di testa da Vitali e intervento decisivo, sempre di testa, del subentrato D’Alessi. Un sospiro di sollievo per la condanna evitata, ma la vittoria continuava a mancare dal 20 dicembre.

La salvezza all’ultimo tuffo

In preparazione della decisiva sfida di Vicenza, arbitro Lo Bello, il ritiro fu non a Montecatini, come era diventata consuetudine, ma a Valdagno. Vitali, autore di un grave atto di indisciplina il sabato precedente nella località termale e Mariani vennero multati. Nella domenica che avrebbe dovuto vedere lo sciopero dei calciatori, evitato all’ultimo minuto, il successo, tanto ritardato, uscì finalmente sulla ruota di Vicenza, con una botta di destro di Vitali, ottimamente servito da Chiarugi, al 41’ del primo tempo. La reazione dei berici non ottenne esiti, grazie al centrocampo gigliato tornato finalmente in cattedra. Fiorentina virtualmente salva, appaiando il Vicenza, con un punto in più della Sampdoria e due sulla Lazio, con il Catania ultimo.

Nelle ultime due partite i viola dovevano affrontare Inter ed Juventus. L’Inter, già campione d’Italia, scendeva a Firenze per onorare il titolo conquistato. Ad un quarto d’ora dalla fine la salvezza sembrava ormai raggiunta, con la Fiorentina in vantaggio per 1-0 (Mariani) ed in controllo della gara. L’Inter non pareva in grado di reagire, anche se i viola avevano mancato il colpo del ko con Esposito servito stupendamente da Merlo che, nell’occasione, si produsse uno stiramento ai muscoli gemelli della gamba destra e fu costretto ad abbandonare il campo, sostituito da D’Alessi. Tutto cambiò in quattro minuti che cacciarono la Fiorentina nel baratro: Jair sfruttò un cross di Corso sospingendo di testa il pallone alle spalle di Superchi inspiegabilmente fermo e al 33’ gol capolavoro di Mazzola. La Fiorentina reagì con la sola forza della disperazione e, al terzo corner consecutivo, Bellugi respinse in area un tiro di Chiarugi, sul pallone si avventò Brizi, lo stopper gigliato, e lo scaraventò in porta.

La salvezza, per differenza reti, arrivò la domenica successiva col pareggio (1-1 con gol di Vitali e Bettega) in casa della Juventus e la contemporanea sconfitta del Foggia a Varese: viola salvi, a 25 punti, per la migliore differenza reti.

Scampata la grande paura Baglini lasciò la presidenza ad Ugolino Ugolini. La Fiorentina era impegnata nel girone finale di Coppa Italia. Liberati dal peso della classifica i viola pareggiarono a Napoli (1-1) e sconfissero il Torino (4-0) in casa. L’8 giugno, con la conclusione del rapporto con Pugliese, ringraziato, ma non confermato, la squadra fu affidata a Mario Mazzoni e sfiorò la qualificazione per la finale di Coppa Italia, arrivando terza nel girone finale che disputato senza Merlo, sostituito da D’Alessi. I successivi risultati (Fiorentina-Milan 1-2, Fiorentina-Napoli 2-0, Torino-Fiorentina 1-1 e Milan-Fiorentina 1-0), composero la seguente classifica: Milan 7, Torino 7, Fiorentina 6, Napoli 4.

Continua…

Massimo Cervelli

Leggi altri articoli
Torna in alto