LA FIORENTINA D’ANTEGUERRA: DALLA FONDAZIONE AL TRIONFO IN COPPA ITALIA DEL 1940
CENTO ANNI, UN’UNICA PASSIONE
Inizia con questo numero la pubblicazione di una serie di articoli di approfondimento che la Redazione di Ale’ Fiorentina ha voluto e progettato – come anticipato nel numero precedente – per celebrare il Centenario della Fiorentina.
Iniziamo con il primo testo, curato da Filippo Luti, che ci presenta la sua interpretazione nel periodo dalla nascita – 1926 – fino alla prima vittoria in Coppa Italia – 1940.

Buona lettura.
LA FIORENTINA D’ANTEGUERRA: DALLA FONDAZIONE AL TRIONFO IN COPPA ITALIA DEL 1940
La nascita e il primo campionato
Dal 1926 al 2026; cento anni, un secolo esatto. Un secolo viola. Era il 1° maggio del 1926 quando le assemblee delle due maggiori polisportive cittadine, la Palestra Ginnastica Fiorentina, comunemente detta Libertas, e il Club Sportivo Firenze, deliberarono l’accorpamento delle proprie sezioni calcio e la conseguente creazione di una nuova società: l’Associazione Fiorentina del Calcio.
Come altre realtà sorte in quel tempo, anche la Fiorentina nacque dunque da una fusione. Nel caso specifico, il processo fu lungo e tormentato. Sin dal 1921 la stampa locale, nel tentativo di rilanciare il calcio fiorentino che aveva ormai ceduto lo scettro regionale a Pisa e Livorno, aveva infatti caldeggiato l’unione delle principali formazioni cittadine. Eppure, nonostante il sostegno di alcune autorità politiche, tutti gli appelli caddero nel vuoto a causa della miopia delle due dirigenze, divise da un antagonismo sempre più acre e improduttivo.
Neanche le crescenti difficoltà finanziarie e i magri risultati del campo (la Libertas non riusciva a risalire nella Prima Divisione perduta nel 1922 e il C.S. Firenze era addirittura scivolato in Terza) favorirono un’intesa tra le parti, peraltro non auspicata dalle rispettive tifoserie.
La situazione si sbloccò solo nei primi mesi del 1926 quando, in un quadro di ormai mutate (e favorevoli in ottica fusione) strategie politico-sportive ideate dal governo fascista, un nuovo e più deciso intervento del sindaco di Firenze Antonio Garbasso convinse le due polisportive a riunirsi intorno a un tavolo.
Il 28 aprile, alla terza seduta, i dirigenti incaricati raggiunsero l’agognata intesa fusionistica che venne poi convalidata dalle assemblee del 1° maggio. Queste assegnarono ai medesimi dirigenti l’incarico di compiere tutti gli atti formali necessari per l’effettiva costituzione della nuova società che, come stabilivano gli accordi, avrebbe vestito i colori delle progenitrici (il rosso della Libertas e il bianco del C.S. Firenze) e avrebbe disputato le proprie partite nel velodromo libertiano di via Bellini.
Incerta era invece la categoria dalla quale la Fiorentina avrebbe cominciato il proprio cammino. Con la fresca retrocessione dei clubbisti nella quarta serie nazionale, le speranze erano rivolte alla Libertas che, ancora impegnata nel campionato di Seconda Divisione, fu chiamata a mantenere la categoria cadetta e a trasmetterla alla Fiorentina.
Grazie a una striscia di risultati utili, i rossi centrarono l’obiettivo all’ultimo tuffo scongiurando l’inferno della terza serie. Tuttavia per la Fiorentina l’estate di passione era soltanto cominciata. La società necessitava di soldi per organizzarsi e allestire una squadra competitiva in vista dell’imminente campionato di Prima Divisione (nuova denominazione del torneo cadetto a partire dal 1926-27), e anche stavolta fu determinante l’intervento del sindaco. L’8 luglio Garbasso riunì in Palazzo Vecchio le maggiori personalità del mondo bancario, alberghiero e industriale cittadino con l’intento di raccogliere fondi per la causa biancorossa; tutti promisero un contributo, ma alle parole non seguirono i fatti e all’inizio di settembre, dopo che i reggenti della Fiorentina denunciarono attraverso i giornali l’indifferenza della città, il sindaco corse ai ripari convincendo il Comune a deliberare una concessione di 25.000 lire in favore del sodalizio gigliato.
Risolti i guai finanziari, la dirigenza poté concentrarsi sulla campagna di rafforzamento della squadra e la stessa, affidata al trainer ungherese Karoly Csapkay – fino a poche settimane prima bomber della Libertas – poté, seppur con sensibile ritardo rispetto alle altre compagini, cominciare gli allenamenti.
Per il 20 settembre fu frettolosamente organizzata un’amichevole. La data è storica perché segna il debutto assoluto della nostra amata, ma i risultati furono disastrosi. Sul proprio campo la Fiorentina, con indosso le vecchie maglie libertiane (la nuova muta biancorossa non era ancora disponibile), perse per 2-1 contro il modesto Signa e non fu certo colpa della sfortuna. La scarsa preparazione atletica e il livello nell’insieme modesto dei pochi e improvvisati innesti settembrini in una rosa purtroppo priva dei migliori cannonieri clubbisti e libertiani (Giuseppe Galluzzi e Tullio Aliatis avevano lasciato Firenze e Csapkay aveva appeso le scarpette al chiodo) erano fattori che non potevano non lasciare il segno.
Eppure una svolta era dietro l’angolo. Il timone della società era appena stato affidato al marchese Luigi Ridolfi, posto sul soglio biancorosso per volere del regime fascista che tre mesi dopo gli avrebbe assegnato anche la guida della federazione provinciale fiorentina. L’arrivo di Ridolfi, uomo di sport (proveniva dall’atletica leggera) e mecenate, garantiva quello che mancava: solidità economica e politica. Un secondo apporto giunse invece da un aitante fiumano di appena vent’anni, arrivato a Firenze per svolgere il servizio di leva. Si chiamava Rodolfo Volk, faceva il centrattacco in una formazione della propria città ed era destinato a una luminosa carriera.
Sfruttando il regolamento che consentiva ai militari di giocare per una squadra della città presso la quale erano di stanza, il club non se lo fece scappare e i risultati non tardarono a manifestarsi.
Sua fu infatti la doppietta che consentì alla Fiorentina, il 3 ottobre del 1926, di ribaltare il momentaneo vantaggio del Pisa nel giorno dello storico e vincente esordio in campionato (3-1 il risultato finale). Due reti segnate di potenza che fecero esplodere il catino di via Bellini e cancellarono gli scetticismi e i malumori dei tanti tifosi che non avevano ancora digerito la scomparsa delle proprie squadre.

Nel turno successivo, grazie a un’altra staffilata di Volk che giocava con lo pseudonimo di Bolteni per “ragioni di caserma”, la Fiorentina espugnò il campo della Reggiana e cominciò a sognare la promozione nella Divisione Nazionale.
Nonostante queste e altre reti del bomber fiumano, il prosieguo del campionato fu però altalenante e talvolta sfortunato (Volk dovette saltare qualche partita e, per errore tecnico dell’arbitro, la federazione annullò la vittoria ottenuta dai gigliati ad Ancona) e la squadra, impegnata nel girone C insieme ad altre nove formazioni del centro-nord, dovette accontentarsi del sesto posto finale.
Restò comunque la soddisfazione di aver battuto in casa tutte le cugine corregionali (Pistoiese, Pisa, Libertas Lucca e Prato con il quale i derby furono caratterizzati da incidenti tra le tifoserie), contribuendo a unire sotto un’unica bandiera gli sportivi fiorentini da troppo tempo divisi.

Il “Caso Savoia-Fiorentina”, i finocchi e l’approdo in Divisione Nazionale
Nella stagione successiva la Fiorentina venne inserita nel girone D (raggruppamento riservato alle squadre meridionali) per colmare il vuoto causato dall’improvviso forfait della Messinese. Tale assegnazione, che a rigor di latitudine sarebbe dovuta toccare ad altri, costringeva il club a sobbarcarsi lunghe trasferte; tuttavia accese la speranza di un cammino più agevole verso il primo posto, l’unico utile per la promozione nella massima serie.
Nel settembre del ’27 la squadra si presentò ai nastri di partenza orfana del bravo terzino ungherese Posteiner, del capitano Barigozzi e di Volk, ormai tornatosene a Fiume. Ridolfi, come l’anno precedente coadiuvato da un direttorio composto da venti membri, perlopiù ex dirigenti clubbisti e libertiani, fece però arrivare a Firenze giocatori di un certo calibro come l’ala dell’Andrea Doria Raffaele Rivolo, il mediano del Torino Vittorio Staccione e la mezzala di scuola alessandrina Primo Bay. Semisconosciuto – proveniva dalla Portogruarese in Terza Divisione – fu invece il nuovo attaccante Luigi Miconi, che ripagherà la fiducia a suon di gol.
Nonostante qualche passo falso iniziale, i ragazzi di Csapkay si contesero il primato con il Bari; eppure, a quattro giornate dal termine, un episodio compromise la loro marcia. L’11 dicembre 1927 la Fiorentina si trovava a Torre Annunziata per sfidare i padroni di casa del Savoia. Nei giorni precedenti il club campano, penultimo in classifica e in dissesto finanziario, aveva inviato a Firenze un emissario per cercare di corrompere i biancorossi offrendo, in cambio di denaro, il forfait della propria squadra. La proposta, che era stata rifiutata dal dirigente Maiocchi, venne reiterata il giorno della partita e nuovamente respinta dai toscani. Tuttavia, oltre a non denunciare i fatti, i dirigenti fiorentini, visto che il Savoia minacciava di dare forfait in occasione del match contro il Bari, promisero ai campani di rinunciare all’indennizzo federale (si trattava del rimborso dei costi di trasferta che la società di casa doveva versare agli ospiti prima della gara) purché gli stessi giocassero regolarmente contro i pugliesi.

La vicenda uscì fuori e la FIGC, oltre a infliggere multe e squalifiche a entrambi i club, annullò la vittoria ottenuta dalla Fiorentina togliendole quei due punti in classifica che le avrebbero permesso di vincere il girone grazie a un eventuale successo sul campo del Bari all’ultima giornata, oppure di giocarsi lo spareggio promozione in caso di parità.
Privata della vittoria sul Savoia, la Fiorentina, seguita da circa settanta tifosi che si sobbarcarono venti ore di treno, si presentò a Bari per la gara decisiva in un clima arroventato. Alla vigilia, sotto l’albergo che ospitava la comitiva toscana (giocatori più supporter), i tifosi baresi cercarono di disturbare con ogni mezzo il sonno dei fiorentini e si sfiorò la rissa. La squadra gigliata, che doveva necessariamente vincere, fu scortata allo stadio dai carabinieri e i suoi tifosi, con le loro bandiere biancorosse, vennero “confinati” in un apposito spazio recintato. All’entrata in campo i giocatori fiorentini vennero bersagliati da un lancio di finocchi e alla fine il Bari si aggiudicò la sfida per 5-3 condannando i toscani al secondo posto.

Tuttavia, grazie a un inaspettato allargamento dei quadri della Divisione Nazionale, la Fiorentina, rientrò nel novero delle otto squadre ripescate dalla FIGC, guadagnandosi ugualmente l’accesso nella massima categoria.
La conquista della Divisione Nazionale venne salutata con entusiasmo dalla città; eppure il club non attraversava un buon momento. Dopo i fatti di Torre Annunziata, il direttorio della Fiorentina era stato squalificato dalla federazione che aveva conseguentemente nominato Ridolfi “Commissario Straordinario”. Il marchese, insieme al consigliere Gino Agostini, ex arbitro e dirigente federale, era stato l’unico dirigente a uscire pulito dalla vicenda, e da quel momento assunse personalmente la guida della società con l’intento di riorganizzarla (nel luglio del ’28, dopo aver smentito attraverso l’ufficio stampa della federazione provinciale fascista le voci di uno scioglimento del club, il marchese nominò il nuovo direttorio biancorosso).
Il compito più arduo era però quello di ben figurare nel torneo di Divisione Nazionale 1928-29 per guadagnarsi un posto nella costituenda Serie A 1929-30.
La campagna di rafforzamento della rosa fu però modesta (l’unico ingaggio di rilievo fu quello dell’ex difensore della Nazionale Giovanni Borgato) e la squadra andò subito alla deriva. Il battesimo nel campionato maggiore fu di fuoco; l’Ambrosiana del giovane Meazza si impose per 3-0 in via Bellini e la domenica successiva la Fiorentina subì il rovescio più pesante della propria storia perdendo per 11-0 sul campo della Juventus. Alla terza giornata i biancorossi sfoderarono una buona prestazione contro il Genova 1893 ma, nei cinque minuti finali, i liguri ribaltarono lo svantaggio iniziale. Il gol decisivo avvenne sugli sviluppi di un corner che i tifosi fiorentini avevano giudicato inesistente e ciò provocò un’invasione di campo che costrinse l’arbitro ad asserragliarsi negli spogliatoi. Per evitare ulteriori guai, Ridolfi accompagnò il direttore di gara alla stazione, preferendo quella della vicina Signa per depistare i malintenzionati. Fu però tutto vano; dopo che l’arbitro salì sul convoglio venne riconosciuto e malmenato.
Multata e gravata da una squalifica del campo, la Fiorentina proseguì il proprio catastrofico campionato chiudendolo in ultima posizione con soli 12 punti in 30 partite e ben 96 reti al passivo. In virtù di tale piazzamento, la società, secondo l’astrusa formula del torneo, avrebbe dovuto subire un doppio declassamento e precipitare in terza serie; tuttavia anche stavolta la Fiorentina si ritrovò a godere di un non preventivato allargamento dei quadri, guadagnandosi l’accesso alla neonata Serie B.

Alla conquista della Serie A: i campionati 1929-30 e 1930-31, e il colore viola
I magrissimi risultati della stagione precedente dettero uno scossone. Nonostante una situazione finanziaria ancor più delicata e il riemergere di tensioni tra vecchi dirigenti clubbisti e libertiani, Ridolfi riuscì ad allestire una squadra competitiva in vista del campionato di Serie B 1929-30.
Consigliato da Vittorio Pozzo, che per lavoro si era stabilito a Firenze e aveva cominciato a frequentare gli allenamenti gigliati, e affiancato dal nuovo dirigente Scipione Picchi che aveva ormai avvicendato Agostini nel ruolo di maggior consigliere, il marchese riportò a Firenze il quotato Galluzzi, ingaggiando, oltre al lungo attaccante mantovano Staffetta, alcuni giovani di sicuro avvenire come il terzino Renzo Magli e i mediani Bruno Neri e Mario Pizziolo.
Inoltre, per dare un taglio col passato e un segnale ai propri litigiosi sottoposti, Ridolfi decise di mutare i colori sociali abbandonando il bianco e il rosso delle progenitrici in favore di una livrea completamente viola. La nuova maglia venne indossata per la prima volta il 22 settembre del 1929 in occasione di un’amichevole contro la Roma.
Spinta dai gol di Rivolo e da quelli dello sconosciuto Oscar Segoni, prelevato da una squadretta locale, la Fiorentina partì forte guadagnando la vetta in coabitazione con la Pistoiese e il Casale. Subìta una flessione tra novembre e dicembre, i gigliati girarono la boa a metà classifica, accusando cinque lunghezze di ritardo dalla seconda piazza, l’ultima utile per la promozione.
A partire da marzo i viola, ormai guidati da Feldmann che aveva avvicendato il connazionale Csapkay, ingranarono la marcia giusta e trascinati dalle reti di Fortunato Baldinotti, prodotto delle giovanili lanciato improvvisamente in prima squadra, centrarono un filotto di vittorie che li portò a soli tre punti dalla seconda posizione.

Quando si trattò di dare lo strattone finale, la Fiorentina cadde però a Bari e a Venezia, abbandonando i sogni promozione e chiudendo il campionato al quarto posto.
Fu comunque una stagione positiva. L’ossatura della squadra, terza miglior difesa e terzo miglior attacco del torneo con quattro giocatori in doppia cifra (Rivolo, Baldinotti, Luchetti e Staffetta), era buona e la società, sostenuta da un pubblico sempre più numeroso in casa e in trasferta, sembrava decisa a fare il possibile per arrivare in Serie A e dotarsi di uno stadio moderno.
Nell’estate del 1930 il club trattenne i propri gioielli (Galluzzi, Pizziolo, Rivolo, Neri, il Balilla Baldinotti, etc.) irrobustendo il reparto offensivo con giocatori provenienti dalla massima categoria come Kregar (Pro Patria), Moretti (Brescia) e Serdoz (Cremonese), e rivoluzionando la difesa con l’arrivo dell’ex Pistoiese Vignolini e di Corbyons, prelevato dalla Roma insieme al portiere Ballanti.
La Fiorentina del confermato Feldmann partì col botto rifilando un 5-0 al Parma e conquistando la cima solitaria alla quinta giornata, dopo aver battuto il Verona grazie a una prestazione tenace. La sfida coi gialloblù registrò però un grave infortunio di Pizziolo e sette giorni più tardi i gigliati cedettero il primato al Bari.
Le due formazioni, tallonate da un nutrito gruppo di antagoniste, viaggiarono a braccetto per qualche settimana, ma furono i viola, sospinti dalla vena realizzativa di Serdoz, a girare per primi la boa, proprio nel giorno in cui, dopo oltre tre mesi, tornava in campo Pizziolo.
L’entusiasmo era altissimo e lo stadio di via Bellini era ormai troppo angusto, con centinaia di persone costrette talvolta a restar fuori dai cancelli. I tifosi più accesi, presenti in quasi tutte le trasferte nonostante i lunghi tempi di percorrenza delle tratte ferroviarie dell’epoca, si erano ormai formalmente riuniti in un gruppo organizzato, denominato Ordine del Marzocco, che presto avrebbe contato centinaia di iscritti, creato sezioni rionali e allestito treni speciali.

Tornando al campo, nel girone di ritorno prese il comando il Palermo, ma i due posti utili per la promozione erano alla portata di almeno otto squadre. A primavera, sconfiggendo i siciliani, la Fiorentina, reduce da un periodo difficile, riprese fiducia portandosi insieme al Bari e all’Atalanta a un sol punto dai rosanero. Due turni più tardi, spronata dalle sirene dell’Ordine del Marzocco che ululavano a ogni attacco, la Fiorentina piegò proprio l’Atalanta, occupando da sola la seconda piazza. Per la sfida seguente contro il Novara accorsero in via Bellini diecimila tifosi (come fecero a entrare tutti è difficile immaginarlo), ma la vittoria arrise ai piemontesi. Sette giorni dopo, la Fiorentina cadde anche a Monfalcone, ma una striscia di risultati utili la rimise in carreggiata.
A quattro gare dal termine la parte alta della classifica recitava: Bari e Palermo 40 punti, Fiorentina e Atalanta 39, Padova e Novara 38, Verona 37. Padova e Bari erano attesi in via Bellini.
La tensione era alle stelle e la Fiorentina optò per un ritiro nel Chianti. La decisione fu propizia perché con un gol di Baldinotti, tra un tripudio di bandiere, cartelloni, megafoni e cappellini viola, i ragazzi di Ridolfi liquidarono i veneti e scavalcarono il Palermo ritrovandosi da soli in seconda posizione.
La febbre viola era altissima e alla consueta riunione settimanale dell’Ordine del Marzocco parteciparono centinaia di persone. Un’eventuale vittoria contro il Bari sarebbe valsa il primato e, di fatto, avrebbe garantito la Serie A. La gara si giocò il 14 giugno e le immagini mostrano tifosi accalcati ovunque, schiacciati sulle reti di recinzione, stipati sopra i muri e le tettoie.
Fu una giornata memorabile: due gol di Luchetti nel primo tempo e due di Staffetta nella ripresa spennarono il gallo e lanciarono i viola nell’Olimpo della Serie A. A fine partita un corteo ebbro di felicità sfilò per le vie del centro e sette giorni più tardi, contro l’ormai retrocesso Liguria, arrivò la matematica certezza del trionfo.
La stagione si chiuse con il popolo viola che invase La Spezia per l’ultima partita e con due grandi adunate dell’Ordine del Marzocco alle quali intervenne così tanta gente che non fu possibile far entrare tutti. All’ultima, organizzata presso la Casa del Fascio ove aveva sede la Fiorentina, i tifosi chiesero a Ridolfi di ritirare quelle dimissioni da presidente che egli, ritenendo di aver ormai assolto il compito assegnatogli nel 1926 dalle gerarchie fasciste, aveva già formalmente presentato.
La Fiorentina tra le grandi: i campionati di Serie A 1931-32 e 1932-33
Il 1931 rappresenta uno spartiacque nella storia della Fiorentina. Prima di esso, la squadra, di scena nel modesto impianto di via Bellini, vivacchiava ai margini del calcio che conta, inseguendo ambizioni puntualmente svanite o concesse per “grazia federale”. L’estate di quell’anno, cominciata con il felice esito del campionato, la catapultò invece tra le grandi della Serie A. I viola disponevano finalmente di uno stadio capiente e funzionale (il Giovanni Berta, oggi Artemio Franchi) che prendeva forma settimana dopo settimana e, nel volgere di un mese, la rosa, fino a quel momento competitiva per la sola Serie B, diventò una delle migliori d’Italia.
Ridolfi e il nuovo allenatore Felsner, già due volte campione d’Italia con il Bologna, non avevano lesinato. Il marchese aveva dato fondo al portafoglio e il trainer, persuaso dal progetto viola, aveva girato mezza Italia per convincere alcuni suoi pupilli a scegliere Firenze.
La sontuosa campagna acquisti registrò l’arrivo dal Bologna di Antonio Busini, mezzala nel giro della Nazionale, e di Alfredo Pitto, punto fermo della mediana azzurra. La Fiorentina fece suo anche il giovane capocannoniere della Serie B Gastone Prendato e rinforzò la difesa con il centromediano Bigogno e il terzino Gazzari, entrambi già avvezzi ai ritmi del massimo campionato.
Il pezzo da novanta arrivò invece dall’Uruguay ed era il pluridecorato centrattacco Pedro Petrone, detto l’Artillero. Con la sua nazionale aveva vinto la Coppa America del 1923 e del 1924 (risultando entrambe le volte miglior marcatore), le Olimpiadi del 1924 (capocannoniere del torneo e miglior giocatore), le Olimpiadi del 1928 e il Mondiale del 1930. Era noto che avesse avuto seri infortuni, ma agli entusiasti ragazzi dell’Ordine del Marzocco che il 6 agosto andarono fino al porto di Genova per accoglierlo, non importava affatto.
C’erano tutti i presupposti per un campionato di livello, e così fu. Al debutto la matricola Fiorentina pareggiò 1-1 contro il Milan in trasferta (lo storico gol lo segnò Prendato di testa) grazie a una prestazione di carattere e la domenica seguente, davanti al pubblico del costruendo Berta, ottenne la sua prima vittoria in Serie A superando il Brescia per 2-1 con reti dell’Artillero e di Prendato, ormai sacrificato sulla fascia per lasciare il posto di centrattacco al divo Petrone.

Alla terza giornata i viola conquistarono un punto sul campo del Genova e poi segnarono il passo perdendo prima con il Bologna e poi con la Triestina. Tuttavia, nel prosieguo del campionato, trascinata dalle bordate di Petrone (da subito idolo dell’intera città) e togliendosi lo sfizio di un 3-0 al Milan e all’Ambrosiana, la squadra si stabilizzò nei quartieri alti chiudendo il torneo al quarto posto.
La Fiorentina era entrata nel salotto del calcio nazionale. La linea dei mediani Pizziolo-Bigogno-Pitto, rimpiazzato dal grintoso Neri nei casi di indisponibilità, era stata la più forte del torneo; la difesa aveva subìto meno reti della Juventus scudettata e, imbeccato dai cross di Rivolo e Prendato, l’implacabile Petrone, giocando 27 partite, l’aveva messa nel sacco 25 volte, condividendo col bolognese Schiavio l’alloro di capocannoniere.
Di grande livello era stato anche il tifo. L’Ordine del Marzocco aveva allestito vari treni speciali portando quasi mille fedelissimi a Roma e ben duemila nella vicina Bologna, che poi tanto vicina non era (occorrevano quasi tre ore di treno). Nel novembre del 1931 il gruppo fu poi tra gli organizzatori di una iniziativa legata a quello che ancora oggi è l’inno della Fiorentina. Venerdì 20 novembre, presso il Politeama cittadino dove era in programma un’operetta, i tifosi convinsero una soprano a indossare una maglia viola e a intonare la Canzone Viola, al cui testo loro stessi avevano dato un contributo. L’esecuzione fu un successo e il ritornello “Oh Fiorentina…” venne gridato a squarciagola da tutti i presenti. Due giorni dopo, in occasione di Fiorentina-Roma, in uno stadio pullulante di bandiere e arricchito da un lungo striscione di stoffa viola ideato dall’Ordine del Marzocco, l’inno venne cantato e ricantato da tutti gli spettatori ai quali proprio i ragazzi del Marzocco avevano distribuito volantini col testo.

Alla vigilia del campionato 1932-33 le aspettative erano altissime. E quando Petrone, smentendo le malelingue (tra lui e l’allenatore Felsner non correva buon sangue), tornò in Italia per raggiungere i compagni nel ritiro di Tarcento, circa tremila tifosi lo accolsero alla stazione di Santa Maria Novella.
In casa viola erano nel frattempo approdati, con la formula del rimpatrio degli italiani d’oltremare, altri tre uruguayani: l’ala Gringa, e le mezzali Sarni e Antonioli. La società ingaggiò inoltre un centrattacco per fare da riserva a Petrone, optando per il giovane Aldo Borel, messosi in luce con il Casale in Serie A.
Il calendario stabilì che la Fiorentina avrebbe debuttato al Filadelfia, ma la squadra non partì da sola. Nonostante ci volessero quasi nove ore di treno, l’Ordine del Marzocco allestì un convoglio con ben diciannove carrozze che trasportò a Torino millecento cuori viola.
Sembrava una festa e lo sembrò ancor di più dopo il duplice fischio che mandò i gigliati negli spogliatoi con un doppio vantaggio, ovviamente targato Petrone. Nessuno poteva sospettare quanto sarebbe stato doloroso il secondo tempo; eppure al primo minuto Sarni colpì la traversa e sul capovolgimento di fronte si infortunò Gazzari. Forte della superiorità numerica il Torino raggiunse il pareggio e a quattro dal termine, con una zampata di Castellani, mandò al tappeto la Fiorentina.
Sette giorni più tardi i viola batterono l’Alessandria grazie a un gol di Sarni e a un’altra doppietta di Pedro; tuttavia incapparono in un periodo opaco ritrovandosi a metà dicembre in quartultima posizione.
Circolavano voci di possibili attriti nello spogliatoio e, per fugare i dubbi, Petrone, da qualche tempo assente per presunti guai muscolari, chiese a Ridolfi di essere convocato contro il Casale. Proprio una sua rete spianò la strada alla Fiorentina che liquidò agevolmente i nerostellati; un raggio di sole illuminò Firenze che si preparava a ricevere la Juventus capolista, reduce da nove successi consecutivi.
La gara, attesa come non mai, era prevista per l’8 gennaio 1933 e fu il giorno più bello. Il Berta, finalmente ultimato e pienamente agibile, era straripante e registrava circa 35.000 spettatori. In campo, prima della partita, sfilarono i ragazzi del Marzocco con i vessilli di tutte le loro sezioni, mentre sugli spalti erano stati distribuiti ben diecimila megafoni e quindicimila bandierine viola.
La contesa fu aspra, vissuta dai tifosi in apnea, col cuore in gola. Al 75° Prendato arpionò sulla linea di fondo un pallone che sembrava perduto e crossò in area verso Petrone che in tuffo segnò di testa il gol dell’1-0. Difficile descrivere l’entusiasmo della folla, difficile raccontare la sofferenza di quell’ultimo quarto d’ora, con la Juve protesa rabbiosamente in avanti. Tuttavia il gol di Pedro bastò; i bianconeri non trovarono il pareggio e per Firenze fu un giorno speciale.
La Fiorentina risalì la china chiudendo il girone di andata al settimo posto. I toscani sembravano destinati a procedere nella giusta direzione; eppure la serenità durò poco. Ufficialmente per malattia, Petrone saltò qualche partita e la squadra altalenò risultati positivi e negativi. Il 19 marzo 1933 i viola ospitarono la Triestina e successe il fattaccio. La Fiorentina giocava con poco mordente e Felsner ordinò a Prendato di scambiarsi di ruolo con Petrone; tuttavia quest’ultimo rifiutò apertamente, minacciando di abbandonare il campo, mentre dagli spalti piovvero fischi. Negli ultimi minuti la Triestina segnò il gol della vittoria, ma il peggio arrivò tre giorni più tardi quando, senza dir niente a nessuno, Petrone, a cui la società aveva inflitto una multa di 2.000 lire, fece le valigie e se ne tornò clamorosamente in Uruguay. In un attimo Firenze si ritrovò priva del suo amatissimo bomber, ancora ineguagliato per la sua straordinaria media gol: 37 reti in 44 partite.
Felsner chiese un periodo di congedo e venne sostituito dall’allenatore ungherese Rady. Sotto la sua guida la Fiorentina, orfana di Pedro, trovò subito la strada giusta. Spinti dai tifosi, giunti in Liguria con il treno speciale dell’Ordine del Marzocco, i gigliati espugnarono il campo del Genova (2-4) grazie anche a una rete di Borel, ormai nuovo centrattacco titolare.
Borel mise la sua firma anche in tre delle quattro partite successive, dove i viola, levandosi lo sfizio di un 5-1 al Milan, raggranellarono ben sette punti e salirono in sesta posizione. Nel prosieguo i gigliati persero solo due incontri e chiusero il campionato con un rinfrancante quinto posto.
Il sogno scudetto e l’esordio in Europa
L’estate del 1933 segnò una svolta a livello societario. Il 25 luglio, con l’intento di creare una base azionaria per dare maggiore solidità economica e organizzativa al club che fino a quel momento si affidava alla formula della semplice sottoscrizione, venne costituita la Società Anonima Fiorentina del Calcio, con capitale sociale pari a 10.000 euro.
Dal punto di vista sportivo, per dimenticare Petrone, la Fiorentina rivoluzionò il reparto offensivo cedendo Antonioli, Bonesini, Borel, Galluzzi, Rivolo e Sarni. Per sostituirli ingaggiò l’ala del Livorno Nehadoma, la mezzala dell’Alessandria Scagliotti, il mediano del Padova Perazzolo (che giocherà tutta la stagione da mezzala) e il ventenne Vinicio Viani, bomber del Viareggio neopromosso in Serie B. In riva all’Arno approdò anche il mediano del Modena Morselli.

Proprio il futuro campione del mondo Mario Perazzolo segnò la rete con cui la Fiorentina sconfisse il Milan all’esordio. Il successo fece ben sperare ma il campionato fu ondeggiante. Clamorosi rovesci (si pensi al 7-2 rimediato a Vercelli con sei reti di Piola) si alternarono a chiare vittorie e i viola, guidati prima da Rady, poi da Ottavio Baccani e infine da King, navigarono quasi costantemente intorno al sesto posto, che fu poi il piazzamento finale. Tale risultato, sebbene inferiore a quello degli anni precedenti, confermò la Fiorentina nei piani alti, anche se risultò insufficiente per l’accesso alla Coppa Europa, da quella stagione appannaggio delle prime quattro classificate.
La sorpresa più felice fu Viani, giocatore tecnicamente ruvido ma dotato di un tiro potente, che segnò sedici gol in ventisei apparizioni. Memorabile fu la tripletta che realizzò in quindici minuti contro l’Ambrosiana capolista a Milano e che consentì ai viola di ribaltare il momentaneo 2-0.
Degno di nota fu il ritorno in città di Petrone nel marzo del 1934. Pedro fu accolto a Genova dai ragazzi del Marzocco e Firenze impazzì sperando nel suo rientro in campo. Tuttavia la FIGC non concesse il nulla osta e l’affare saltò. I sostenitori viola furono protagonisti anche in questa stagione presentandosi in quattromila a Livorno; clamorosa fu l’impresa di cinquanta di loro che valicarono l’Appennino in bicicletta per seguire la squadra a Bologna.
Archiviati il campionato 1933-34 e l’appendice dei mondiali con il trionfo degli azzurri di Pozzo (purtroppo Pizziolo saltò per infortunio sia la semifinale che la finale), Ridolfi affidò la squadra all’ex mediano della Nazionale Guido Ara, vincitore di sette scudetti (di cui uno da allenatore) con la Pro Vercelli.
Fatta eccezione per il portiere genoano Ugo Amoretti, chiamato a sostituire Ballanti, e la cessione di Vignolini agli stessi rossoblù, la rosa dei giocatori maggiormente utilizzati rimase pressoché identica. La società, che aveva provato a fare altri innesti desistendo poi di fronte a certe esose richieste, puntava a piazzarsi tra le prime quattro per partecipare alla Coppa dell’Europa. Tuttavia nessuno pensava che la squadra avrebbe potuto contendere lo scudetto alle favorite Ambrosiana e Juventus.
Eppure, al debutto i viola strapazzarono la Roma e alla sesta giornata conquistarono la vetta solitaria dopo una gara mozzafiato contro il Napoli, risolta nel finale dal mediano Morselli, schierato centravanti al posto dell’appannato Viani. Sostenuta da centinaia di tifosi, la Fiorentina passò corsara sul campo della Sampierdarenese e poi rifilò quattro sberle al Torino, ma la vittoria più bella arrivò nel turno successivo contro la Lazio. Scortata dal treno speciale dell’Ordine del Marzocco, la Fiorentina andò in vantaggio con un gol di Morselli, nuovamente schierato punta centrale. Piola ristabilì la parità, ma i toscani segnarono ancora con Morselli e poi dilagarono con Gringa, Pizziolo e Nehadoma, chiudendo il primo tempo sul 5-1. La Lazio si svegliò nella ripresa approfittando della superiorità numerica dettata da un grave infortunio occorso a Morselli, dell’espulsione di Neri e di un autogol, ma al triplice fischio la festa fu tutta viola.
Firenze sognava a occhi aperti, ma la squadra aveva perso Morselli proprio nel momento in cui aveva trovato il centrattacco giusto… Con Viani giocoforza tornato titolare (chiuderà il torneo con undici gol all’attivo), la Fiorentina capolista sbancò Livorno davanti a quattromila tifosi gigliati e poi, alla tredicesima giornata, si presentò a Bologna con quattro punti di vantaggio sulla Juventus seconda. Lo stadio era stracolmo e alcune cronache parlano di almeno quattro treni speciali e quasi diecimila sostenitori toscani. Eppure fu tutto inutile: il Bologna ribaltò il vantaggio di Gringa e inflisse la prima sconfitta ai viola che, due giornate dopo, si laurearono campioni di inverno pareggiando sul campo della Juventus.

Nel girone di ritorno l’attacco toscano si inceppò e la Juventus agganciò la Fiorentina alla diciannovesima giornata distanziandola poi alla ventiduesima. Anche l’Ambrosiana sorpassò i viola; tuttavia, pareggiando proprio contro i nerazzurri in trasferta a un minuto dalla fine, la Fiorentina restò agganciata al treno scudetto. Sette giorni più tardi, a cinque gare dal termine, i viola persero in casa contro il pericolante Livorno e scivolarono a -3. Tutto sembrava perduto, ma due vittorie firmate nel finale dal redivivo Viani riportarono i gigliati a un sol punto dalle rivali.

La Fiorentina doveva sfidare in trasferta l’ostica Alessandria e poi ospitare la Juventus in quello che si prospettava essere uno spareggio valido per il tricolore. Inaspettatamente i viola, privi del giusto mordente, persero però contro i grigi, abbandonando ogni ambizione di scudetto e rendendo inutile la sfida contro la Juventus. Restò comunque la soddisfazione del terzo posto e della partecipazione alla Coppa Europa. L’esordio internazionale dei viola (per l’occasione sulla maglia fu cucito un tricolore e un fascio littorio) avvenne il 16 giugno 1935 a Budapest, quando la Fiorentina ipotecò il passaggio ai quarti sconfiggendo per 2-0 l’Ujpest. L’avventura si concluse nel turno successivo quando i toscani batterono per 3-1 lo Sparta Praga dicendo però addio alla competizione in virtù del rovinoso 7-1 dell’andata.
Dall’anonimato alla Serie B
Dopo la memorabile annata 1934-35, impreziosita dallo scudetto conquistato dalla squadra Riserve nel torneo di categoria, la Fiorentina conobbe un periodo di ridimensionamento che culminerà con la retrocessione in Serie B del 1937-38.
Al via del torneo 1935-36, eccezion fatta per i fuoriusciti Viani e Prendato, la Fiorentina si presentò con la medesima intelaiatura dell’anno precedente. La società confermò pure Comini e Fasanelli provati in prestito in Coppa Europa, ma il loro apporto sarà marginale e l’unico acquisto che troverà adeguato spazio sarà l’ala Ermes Borsetti.
In avvio di campionato, in attesa del pieno recupero di Morselli, Ara provò l’ex romanista Fasanelli al centro dell’attacco, ma l’inizio della Fiorentina, fanalino di coda per qualche settimana, fu disastroso.
Tra novembre e gennaio, complice uno squillo sul campo dell’Ambrosiana (0-2 con gol di Gringa e della mezzala Scagliotti, che risulterà poi il miglior marcatore della squadra), i gigliati risalirono la china ritrovandosi per una settimana al quarto posto. Un contributo importante lo dette Italo Romagnoli, proveniente dal modesto Pescara, che per circa un mese rimpiazzò Morselli (nuovamente tornato indisponibile) segnando quattro reti in altrettante partite.
Nel prosieguo, attraverso prestazioni altalenanti, la Fiorentina navigò intorno al sesto posto; tuttavia in primavera i viola rallentarono chiudendo il torneo in dodicesima posizione. L’unica soddisfazione dei mesi finali fu la vittoria in trasferta contro la Juventus che lanciò i gigliati nella semifinale della “rinata Coppa Italia”, dove furono poi eliminati dal Torino.
Più positiva fu l’annata 1936-37, la quale si aprì con l’ennesimo infortunio di Pizziolo che, in una gara di precampionato, si lesionò nuovamente il ginocchio compromettendo il prosieguo della sua carriera. La società aveva confermato Ara, eppure non gli mise a disposizione una rosa particolarmente competitiva. Dopo le partenze di Neri, Bigogno, Gringa, Amoretti, Scagliotti e Perazzolo, la dirigenza puntò sui giovani (perlopiù cresciuti in casa o prelevati dai campionati minori); qualcuno di loro non lasciò il segno, ma altri, come Traversa, fecero la propria parte.

Grazie ai dieci gol del figliol prodigo Viani e agli otto della mezzala ex Milan Stella, e soprattutto a una difesa imperniata sull’esperienza di Magli e Gazzari e del mediano Piccini, fresco vincitore dell’oro olimpico, la Fiorentina oscillò per buona parte del torneo tra il quarto e il settimo posto (l’acuto più alto fu senz’altro il 5-1 inflitto alla Lazio), accusando una flessione nel finale di campionato che la squadra concluse in nona posizione.
La politica dei giovani semisconosciuti o fatti in casa fu sposata anche alla vigilia del campionato 1937-38; ma risultò fallimentare. Alla seconda giornata la Fiorentina di Ottavio Baccani (anch’egli allenatore coltivato in casa), del tutto inconsistente in trasferta, si levò lo sfizio di battere sul proprio terreno il Bologna campione in carica, concedendo il bis sei turni più tardi quando, sempre sul prato del Berta, ebbe la meglio sul Liguria.
La Fiorentina aveva raggranellato sei punti e c’erano i presupposti per continuare a mantenersi a distanza di sicurezza dalla zona calda. Eppure il prosieguo del torneo fu amarissimo. Tra ripetute sconfitte e saltuari pareggi, i gigliati, guidati dal subentrato allenatore Molnar, scivolarono verso i gorghi della zona retrocessione ritrovandosi, a sette giornate dal termine, penultimi con quattro punti di ritardo dalla Lucchese che occupava la terzultima piazza (l’ultima utile per salvezza) e si preparava a sfidare i viola a Firenze.
Era l’ultima spiaggia; tuttavia, nonostante i generosi attacchi gigliati, il fortino rossonero resistette e la gara terminò a reti bianche. La Fiorentina venne agganciata perfino dall’Atalanta fanalino di coda, che ben presto la staccò di tre punti. Entrambe già retrocesse, si sfidarono all’ultima giornata davanti a duemilacinquecento fedelissimi che preferirono il Berta a una bella passeggiata. La Fiorentina vinse con un perentorio, ma inutile e malinconico, 4-0, rompendo un digiuno durato quasi sei mesi. Due reti le firmò Viani, che chiuse come miglior marcatore viola a quota otto.
Il ritorno in A e il trionfo in Coppa Italia
Più che una macchia, il campionato di Serie B si rivelò un toccasana. Il purgatorio durò solo un anno e culminò con il primo posto dei viola, ottenuto dopo un braccio di ferro con Atalanta, Venezia e la rivelazione Siena. Il club gigliato, senza lesinare troppo, operò con lungimiranza e meritò la promozione.
Con la partenza di Piccini e Pizziolo, la Fiorentina rivoluzionò la mediana ingaggiando Gipo Poggi, che aveva trovato poco spazio al Milan, Kuffersin della Triestina e Michelini dello Spezia. Per rinforzare il reparto offensivo arrivarono Vecchi e Celoria dall’Alessandria e Grolli dal Bari. I colpi migliori furono l’acquisto del giovane portiere Luigi Griffanti dal Vigevano e dell’ala Romeo Menti, enfant prodige del Vicenza neopromosso in B.
Il nuovo allenatore, l’austriaco Soutschek, fu bravo a valorizzare alcuni giovani già in forza alla Fiorentina, come l’ala Tagliasacchi, inutilizzato da Baccani, e il terzino Carlo Piccardi. Quest’ultimo, cresciuto in società, aveva già esordito in prima squadra nella stagione precedente al posto dell’infortunato Magli, e con questi formò la miglior coppia difensiva del campionato.

Un po’ meno giovane, ma comunque finalmente sfruttato appieno dalla società, fu Dante Di Benedetti, che con la cessione di Viani divenne titolare. Le sue reti, quelle di Celoria e le tante del fenomeno Menti (bravo nei dribbling e micidiale nelle punizioni) permisero ai viola di guadagnar presto la vetta solitaria. Tuttavia era un campionato conteso e varie squadre si alternarono nelle prime due posizioni, le uniche utili per l’approdo in A.
La svolta avvenne alla ventisettesima giornata quando la Fiorentina, seppur priva di Menti, bastonò sette volte il Palermo rimanendo da sola in testa. Poche settimane dopo i gigliati persero con l’Atalanta cedendo alla stessa il primato, ma poi strapazzarono il Siena nello scontro promozione e quattordici giorni dopo superarono l’Alessandria tagliando, con un turno di anticipo, il traguardo della Serie A, festeggiata dai tifosi con una gioiosa invasione di campo.
Nell’estate del ’39, per fronteggiare il ritorno nella massima serie, la società, che aveva riassestato il bilancio grazie ai contributi di alcuni enti e autorità locali, trattenne i giocatori migliori irrobustendosi con l’innesto di elementi avvezzi alla Serie A, come il mediano del Torino Ellena e il mediano-mezzala Antona. Quest’ultimo, ormai poco utilizzato dall’Ambrosiana, era stato voluto da Soutschek che lo aveva allenato a Vigevano. Ulteriori rinforzi furono il terzino della Sanremese Simontacchi, chiamato a rimpiazzare Magli, e la mezzala Frigo, pescato dal Vicenza insieme a un paio di giocatori minori. La campagna acquisti si chiuse con il ritorno dei veterani Bigogno e Morselli, entrambi reduci da una parentesi col Genoa.
Il ritiro di Reggello fu caratterizzato dall’improvvida cessione di Di Benedetti, che creò un preoccupante vuoto al centro dell’attacco. Nelle amichevoli precampionato Soutschek provò a colmarlo con Morselli e successivamente con i nuovi attaccanti Penzo e Gemo, prelevati dalla Serie C. L’infortunio di quest’ultimo complicò però i piani del trainer che fu costretto a ripiegare sull’ancor meno esperto Guido Boldi, proveniente dalla Prima Divisone. Boldi realizzò però sette delle nove reti con cui la Fiorentina strapazzò in amichevole la Sangiovannese e Soutschek gli affidò la maglia numero 9 per il debutto in campionato, dove il ragazzo segnò il gol del momentaneo vantaggio contro il Genova. La gara terminò 1-1 ma la Fiorentina non risolse il problema del centrattacco che, nonostante i tentativi fatti con Gemo, Penzo, Morselli e Frigo, perdurò fino a primavera.
Dopo il pareggio della prima giornata la squadra viola incappò in tre sconfitte consecutive che la fecero precipitare all’ultimo posto. Al quinto turno i gigliati vinsero contro il Bologna e poi proseguirono il campionato viaggiando costantemente poco sopra la zona retrocessione.
A marzo la Fiorentina, da tempo orfana dell’infortunato Menti (Meo chiuderà comunque il torneo come miglior cannoniere viola) e ormai allenata da Giuseppe Galluzzi, cadde però a Venezia ritrovandosi il fiato sul collo del Napoli, con il quale si contendeva la salvezza.
La vittoria nello scontro diretto coi campani sembrò mettere i viola al riparo; tuttavia gli azzurri si rifecero sotto agganciando i gigliati a due giornate dalla fine. La domenica successiva, grazie a un guizzo di Morselli all’88°, la Fiorentina batté però il Torino conquistando di fatto, in virtù del contemporaneo tonfo del Napoli, l’agognata permanenza in Serie A.
Nell’ultimo turno, rassicurata da un favorevole quoziente reti, la squadra toscana scese a Bari con il pensiero rivolto alla semifinale di Coppa Italia dove era attesa dalla Juventus. I viola se l’erano guadagnata eliminando il Milan e la Lazio con rotondi risultati. In questi incontri il mattatore era stato un giovane attaccante dotato di un sinistro esplosivo. Si chiamava Giuseppe Baldini e un giorno avrebbe vestito la maglia della Nazionale. Baldini era stato acquistato in estate; eppure a causa di una squalifica inflittagli fino al 31 dicembre 1939, era rimasto a guardare i compagni dalla tribuna.
Galluzzi, che lo aveva allenato a Pontedera, lo lanciò tra i titolari in aprile, al fianco di Celoria, eletto dallo stesso trainer nuovo centrattacco. Proprio la coppia Celoria-Baldini strapazzò la Juventus e proiettò i viola in finale contro il Genova, regalando ai tifosi la possibilità di festeggiare il primo importante trofeo.
La Fiorentina aveva ormai mutato pelle. Oltre all’innesto di Baldini e al nuovo ruolo di Celoria, Galluzzi aveva cambiato la disposizione tattica della squadra adattandola al Sistema WM, schieramento più accorto rispetto al tradizionale e diffuso Metodo. Senza addentrarci nei dettagli, sottolineiamo che il Sistema messo in atto dai gigliati era meno rigido rispetto a quello classico di scuola inglese che proprio il Genova, per primo in Italia, aveva sposato per volontà del trainer britannico Garbutt.
Il sorteggio del campo favorì i viola e la finale si svolse a Firenze domenica 16 giugno 1940, sei giorni dopo l’annuncio di piazza Venezia. La storica formazione decisa da Galluzzi fu: Griffanti, Da Costa, Piccardi, Ellena, Bigogno, Poggi II, Menti II, Morselli, Celoria, Baldini, Tagliasacchi.

La partita non valeva l’accesso alla Coppa Europa perché, a causa dell’evolversi della guerra scoppiata nel ’39, il comitato organizzatore aveva sospeso la manifestazione alla quale, il vincitore della Coppa Italia partecipava di diritto. La tensione era comunque alta e il campo lo dimostrò; davanti a circa diecimila tifosi le due squadre si dettero battaglia. Fu una gara leale ma dura. Al 26°, sugli sviluppi di una ripartenza avviata da Piccardi, Tagliasacchi innescò Celoria che di sinistro portò i toscani in vantaggio. La reazione genoana fu rabbiosa, ma la Fiorentina contenne bene. Nella ripresa la musica non cambiò. La gara riprese a ritmi serrati, col Genova in pressione e i viola che agivano di rimessa. Nel quarto d’ora finale i rossoblù si gettarono all’arrembaggio e il WM dei maestri inglesi se ne andò a farsi benedire. Furono minuti interminabili, ma la Fiorentina resistette e vinse il suo primo grande trofeo. Le immagini mostrano i tifosi che invadono festosamente il campo, Ridolfi e Galluzzi che abbracciano i propri ragazzi e le lunghe braccia di capitan Morselli che sollevano al cielo una meravigliosa e scintillate Coppa Italia d’argento.
Filippo Luti



