Io non c’ero, non ero ancora nato. Eppure mi sale sempre un groppo in gola quando guardo i filmati di Juventus-Fiorentina dell’11 maggio1969.
Il giorno prima, nell’anticipo richiesto dal Milan in vista della semifinale di Coppa dei Campioni, i rossoneri avevano impattato col Napoli, fallendo l’aggancio alla Fiorentina capolista.
I viola conservavano un punto di vantaggio sui milanesi e con un’eventuale vittoria sul campo dei bianconeri si sarebbero laureati Campioni d’Italia con una giornata di anticipo. In caso di pareggio avrebbero staccato il Milan di due lunghezze e nell’ultimo turno sarebbe bastato un pareggio in casa contro il pericolante Varese per riportare lo scudetto a Firenze. Una sconfitta contro la Juve non avrebbe infranto il sogno, ma avrebbe innervosito i gigliati e li avrebbe costretti a battere necessariamente il Varese.
La sera del 10 maggio i ragazzi di Pesaola sono in ritiro presso un albergo del capoluogo piemontese, ma non sarà facile prendere sonno, e meno di loro dormiranno quei diecimila fiorentini che salperanno prima dell’alba alla volta di Torino.
Lo stadio è gremito e colorato: uno sventolio di bandiere bianconere e viola, sciarpe, cappellini, striscioni. La Juventus rincorre l’Europa e lotta generosamente, ma la Fiorentina, solida e concentrata, controlla e risponde. Chiarugi è indiavolato e ci prova dalla distanza ma, poco prima dell’intervallo, ci vuole il miglior Superchi per fermare due insidiose conclusioni di Menichelli.
Pesaola torna negli spogliatoi accigliato; non sa che il tricolore è dietro l’angolo. A inizio ripresa, Anzolin non trattiene una punizione di Amarildo e Chiarugi si avventa sulla sfera e la spara in porta, mentre il pubblico di fede viola schizza in aria e urla al cielo la propria incontenibile felicità.
La Juventus accusa il colpo e a metà del secondo tempo capitola nuovamente: Cavallo Pazzo, sempre lui, si incunea nella difesa bianconera e “taglia” magistralmente per l’accorrente Maraschi che di prima intenzione indovina l’angolino. Mario corre a braccia alzate verso il popolo viola in tripudio. Lo scudetto ha messo le ali e vola dritto verso Firenze, dove cominciano i primi festosi caroselli.

Come sono belle le immagini di quel giorno… Al 90°, il Petisso viene issato e portato in trionfo dai propri ragazzi, accarezzato, baciato. Un tifoso spiritato dalla gioia, e ancor più robusto di Ferrante, lo placca e gli sfila con malagrazia la maglietta viola: la più bella del mondo. Intontito dall’impresa tricolore, Ugo non oppone resistenza, mentre Rizzo regala la sua numero 13 a un ragazzo col ciuffo. Giusto così: lo scudetto è soprattutto dei tifosi.
A centinaia invadono il rettangolo verde. Un bimbo sulle spalle del babbo, beato lui, sventola una bandiera viola e un giorno comprenderà a pieno il regalo che gli ha fatto papà…
E poi c’è Chiarugi. Il fischio finale lo aveva colto con il pallone in mano e, mentre Merlo, De Sisti e altri correvano ad abbracciarsi, lui, istintivamente, con le braccia tese, lo aveva sollevato al cielo e baciato. Il bacio dello scudetto.
Adesso Luciano vaga quasi smarrito per il campo tra compagni, giornalisti e tifosi. Ha le braccia larghe e i pugni stretti, gli occhi brillanti e increduli di chi ha compiuto qualcosa di grande, di troppo grande: Mamma mia, cosa abbiamo fatto! Mamma mia, cosa abbiamo fatto!
Era arrivato a Firenze quand’era ancora un pulcino. Veniva da Ponsacco, terra toscana in un tempo in cui la Toscana era più viola di oggi. La città e la società lo avevano accolto e coccolato e lui, col sudore della gavetta e con mille dribbling, si era guadagnato i galloni della prima squadra.
Adesso è qua, più fiorentino che mai: col giglio sul petto e l’alloro di Campione d’Italia. Uno scudetto vinto di rincorsa; una rincorsa iniziata con il suo innesto in pianta stabile tra i titolari, con i suoi gol, con i suoi funambolismi.
Sono passati tanti anni; troppi. Eppure, oggi quel trionfo ha un significato ancora più profondo e la nostalgia per quel calcio semplice è tanto dolce quanto amara. Sono passati tanti anni, ma l’amore tra Chiarugi e i tifosi è adesso ancora più limpido. Luciano ha corso e segnato anche con altre maglie, ci ha fatto pure uno sgambetto in finale di Coppa Italia, ma il suo sangue è ancora più viola di quando vestiva il giglio.

Un anno fa, durante una cena di un Viola Club, ho ascoltato le sue parole e quelle di Merlo, ho visto i loro occhi commossi e grati. E’ bello, per noi che amiamo e soffriamo in modo disinteressato, sentire l’affetto e la riconoscenza imperitura dei nostri beniamini, dei nostri eroi.

Grazie Luciano, grazie ragazzi: Campioni d’Italia per sempre.
Filippo Luti



