Il 27 gennaio, ricorrenza della liberazione del campo di sterminio di Auschwitz, è da tempo Giorno della Memoria, una scadenza e un’occasione importante per ricordare i crimini nazifascisti e per commemorare tutte le vittime di tale barbarie. La data si presta a riportare così alla mente il sacrificio di tutte/i coloro che furono perseguitate/i dal nazifascismo o persero la vita nel combatterlo. Tra loro anche tre calciatori della Fiorentina: Armando Frigo (ufficiale del Regio Esercito ucciso dai nazisti in Montenegro dopo l’armistizio dell’8 settembre 1941), Bruno Neri (partigiano combattente morto in uno scontro a fuoco all’Eremo di Gamogna, vicino a Marradi), Vittorio Staccione (morto a Gusen – sottocampo di Mauthausen – dove era stato deportato per avere partecipato a Torino allo sciopero del marzo ’44).
Andrea Mazzoni (storico, già autore del volume Armando Frigo, il tenente viola. E altri che dettero un calcio al nazifascismo) ha dedicato loro tre poesie – che qui di seguito pubblichiamo -che ne ripercorrono i momenti biografici salienti. I tre componimenti fanno parte di un progetto (Cantami, o Viola… Cent’anni di Fiorentina in versi attraverso i suoi campioni) dedicato dall’autore al secolo di storia della compagine gigliata e costituito da cento ritratti poetici, uno per anno, ispirati alle gesta di altrettanti calciatori che hanno fatto la storia della Fiorentina. Progetto che dovrebbe – auspicabilmente – tradursi nel corso del 2026 in una pubblicazione a stampa.
1927 Vittorio Staccione

Calcio operaio,
faticatore di centrocampo –
cuore granata e fede socialista –
le ossa si fece
nella città del torrone
dove il ras di turno fascista
dai giornali gli tolse anche il nome
e ai tempi del Toro
due costole gli costò
l’odio feroce squadrista.
Negli anni fiorentini –
faro biancorosso
e pilastro poi viola –
perde nel quarto
moglie e figlia di parto.
Per le terre del sud
parte allora
migrante al contrario;
tornato poi sotto la Mole
al suo destino operaio
appende al chiodo le scarpe
e il fischio della sirena
in fabbrica ascolta,
non quello dell’arbitro in campo,
ma in cuore cova rivolta
e sciopera nel Quarantaquattro.
Mauthausen si chiama
l’estremo terreno di gioco:
lì, numero cinque nove uno sei zero
perde la vita, ma,
chiamandosi non a caso Vittorio
vince per sempre in vero
dell’onore la gara.
Alla faccia del fascio littorio.
1930 Bruno Neri

Hai voglia d’avere
un destino da mediano
in campo e nella vita
senza fronzoli, concreto –
studente d’agraria non a caso –
ma se ami arte, musica, poesia
pel Muraglione da Faenza
come fa il tuo pallone
a non rotolar giù fino a Fiorenza?
Lì la Maratona,
ch’era in cantiere,
ti vide rapita
le braccia tenere
distese lungo i fianchi
alla vita –
gli occhi e la voce muti –
a dispetto dei romani saluti.
Certo tra i tuoi libri
di fanciullo il Cuore
di De Amicis non sarà mancato
sicché un dì dal furore assassino
non come Ferruccio
la nonna, l’antenata,
ma l’Idea, la Patria oltraggiata
difendesti
versando in Appennino,
sul crinale di Gamogna
al giogo, il rosso tuo
e partigiano
sangue romagnolo.
1939 Armando Frigo

Yankee dai piedi buoni –
emigrazione veneta nei cromosomi,
nato tra miniere e uragani dell’Indiana –
salutò ancor bimbo
della Libertà la statua.
A Vicenza scappava poi ragazzo
di nascosto a dar di calci
nel prato rione Ferrovieri.
Tra i berici torelli biancorossi
disegnava, con l’8 sulla maglia,
calcolate trame,
ragioniere per studi
ma pure a centrocampo
suo primo indiscusso reame.
L’amico Romeo fraterno
seguì poi a Firenze
nell’anno della prima Coppa Italia:
tre anni di duttile servizio
in ogni ruolo che occorresse
generosi fra i gigliati
poi la guerra in Montenegro,
il fermo no ai nazisti, la vita fucilata
salvando, tenentino, la squadra
or sua nuova – i trenta suoi soldati –
da mortale destino.
Così si immola
e la partita decisiva perde.
Ma col santino di Maria
nella giubba grigioverde
quella tessera portata al fronte
di giocator viola
una storia d’onore ci racconta
che in riva d’Arno
emoziona ancora.
Andrea Mazzoni



