Concludiamo con questa quinta puntata (nel linguaggio calcistico… una “manita”!) le anticipazioni dal libro di Andrea Mazzoni Cantami, o Viola… Cent’anni di Fiorentina in versi attraverso i suoi campioni (Edizioni Pentalinea, con prefazione di Massimo Cervelli e presentazione di Simone Contardi) composto dai ritratti poetici, uno per ciascun anno dal 1926 ad oggi, di altrettanti giocatori significativi della storia gigliata. Stavolta tocca al genio calcistico di Adrian Mutu, al Giuseppe Rossi della storica tripletta alla Juve e al capitano per sempre Davide Astori.
Il libro, uscito fresco di stampa in questi giorni (col patrocinio del Centro di Coordinamento Viola Club e del Museo Viola), verrà fra l’altro presentato – in un dialogo fra l’autore e lo scrittore Lorenzo Monticelli – al Salone del Libro di Torino, nello spazio della Regione Toscana, domenica 17 maggio alle ore 18.30.
Prima però il libro farà da spunto all’iniziativa promossa dal Centro Riforma dello Stato – Toscana (in collaborazione con l’Associazione Centro Coordinamento Viola Club) per martedì 12 maggio alle ore 17.00 presso la Biblioteca della SMS di Rifredi con il titolo Il calcio a Firenze fra storia, società e… poesia!: uno sguardo altro sul fenomeno del football con le riflessioni di Massimo Cervelli (storico del calcio e vicepresidente del Museo Viola), Giovanni Gozzini (storico dell’Università di Siena), Maria Stella Valentini (docente di Letteratura Italiana nelle Scuole Medie Superiori).
2009 Adrian Mutu

Facile sarebbe – ma lungo –
stilar l’elenco di quando
con stoccate di classe
facesti gli avversi tifosi
zitti e… muti
(ah! la tripletta ai genoani
negli scarsi minuti finali…).
Diceva l’intenditore
poeta eccelso Raboni –
a Baudelaire forse pensando –
che la mezzala sinistra
ha del gabbian la leggerezza.
E Adrian fenomeno,
genio e sregolatezza,
tra le linee volando
imprevedibili disegni tracciava:
poi, a terra disceso
e la natura sua mutata,
di serpentine stordiva
chi contrastarlo mai osava.
Specialità della casa
i rigori al cucchiaio famosi
e l’inchino alla curva cortese
ma è nel nordico
Philips stadio olandese
che soprattutto
ne ricordano ancora
la punizione di missile
terra/aria viola
più di luce fiammante
in cielo dipinta
d’una pittura a olio
rinascimentale fiamminga.
2013 Giuseppe Rossi

Vero è, non abbiamo noi avuto
l’eroe Rossi di Spagna –
quello pratese mondiale,
l’immenso Pablito
di babbo Bearzot, di nonno Pertini –
ma anche a noi fiorentini
un Rossi da iberiche sorti
ci giunse, il grande Pepito.
Scrisse un dì d’Altafini
il Giudici Giovanni poeta,
che vederlo giocare valeva
da solo l’intera partita.
In carriera non ebbe Giuseppe,
anche in viola, facile vita
toccandogli spesso dal via ripartire
a mo’ di gioco dell’oca,
ma come l’omonimo
Josè campione carioca
da solo valeva il biglietto,
la pena allo stadio
di morire di freddo
o di pioggia battente,
stringendo la sciarpa,
calcando il berretto.
Se poi l’eccelso
un pomeriggio s’avvera
quando tutto parea
in vero già perso –
la tripletta, s’intende, alla Giuve –
per noi negli annali
dell’Olimpo viola
alla destra di Giove
siede in eterno da allora:
sulla tunica il numero nove.
2018 Davide Astori

Non basta essere un Davide
giovane e forte fromboliere
con quel crudele Golia lì
subdolo e sleale
contro il quale
non c’è fionda che valga.
Così perse Firenze il capitano
in un tragico tranello
notturno del destino,
il colpo letale
di un nascosto cecchino,
affidando la città
quel dolore poi in custodia
al suo scrigno di memoria.
Né più mai forse –
foscoliana squadra
la nostra invisa agli dei –
vinceremo come nel ’69,
come nel ‘56
ma… dovesse accadere
in un futuro ignoto,
fra dieci, fra venti
o quant’anni mai chissà,
per un ribaltamento d’astri,
o sull’Olimpo un terremoto,
al 13 eterno Astori
subito certo andrà
in omaggio il pensiero,
un salir alto di cori
al sempre capitano
indimenticato e fiero
a cucire anche a lui
lassù sul petto
il sempre agognato terzo scudetto.
Andrea Mazzoni



