AUGURI EDMUNDO!

AUGURI EDMUNDO!

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Oggi compie 50 (cinquanta) anni, ovvero mezzo secolo di vita, Edmundo Alves de Souza Neto, per tutti Edmundo, nato a Niteroi (Brasile) il 2 aprile 1971, e, per chi ha avuto la fortuna di frequentare il "Franchi" tra il 1998 e il 1999, semplicemente, il più forte di tutti: talento, classe, giocate pazzesche, ma anche malinconie, condanne, fughe, carnevali, vittorie assolute e scudetti mancati.

Quando cominciammo a sentir parlare di lui, nell'estate del 1997, nessuno si scosse più di tanto; c'era Batistuta, che era Batistuta, ed il mercato italiano era in estasi per l’arrivo di Ronaldo Souza de Lima, preso da Massimo Moratti per la sua Inter. In Brasile, in realtà, il vero fenomeno, allora, non era Ronaldo, ma era proprio Edmundo, che negli ultimi tre Campionati aveva fatto cose incredibili. Ma il calcio d’oltreoceano era lontano, le notizie erano frammentarie, e lì per lì, quando a fine agosto ci fu l'annuncio del suo acquisto da parte della Fiorentina, (per la cifra molto importante di tredici miliardi di lire) non ci furono suggestioni particolari. Tra l’altro, con il Campionato carioca ancora in corso, la clausola prevedeva che Edmundo sarebbe arrivato a fine dicembre, e quindi a Campionato 1997-1998 ormai avanzato.

E poi, nella Fiorentina di Malesani, non mancavano gioco e campioni; Edmundo arrivò, e dopo poche ore la Fiorentina andò a vincere, la seconda domenica di gennaio, a Brescia, con il punteggio di 3-1, grazie ai gol di Rui, Bati e Morfeo, dando spettacolo, e dando anche l'impressione che per un altro attaccante non ci sarebbe stato posto. Poi Edmundo fece capire che proprio a Firenze non ci voleva stare. Se ne andò quasi subito, quindi, per poi tornare, dopo molte polemiche, in primavera, quando invece la Fiorentina aveva cominciato ad incepparsi e faceva fatica a segnare. Fu intorno al suo ventisettesimo compleanno che il popolo viola capì chi aveva davvero davanti. Partita decisiva a Parma per la qualificazione in Coppa UEFA, nei ducali Cannavaro, Thuram, Sensini, Chiesa, Crespo, e Carletto Ancelotti a guidare l’orchestra. All’inizio del secondo tempo partì la bambola: fuga dalla propria metà campo, palla incollata al piede, velocità, baricentro basso, dribling in corsa, potenza assoluta nelle gambe; a vuoto Thuram, saltato come un birillo Cannavaro, a sedere Buffon, uno a zero. Il Parma pareggiò dopo poco, ed allora il brasiliano fece capire che comandava lui: stessa azione, ancora quattro giocatori saltati, tocco per Rui, palla appoggiata in rete e vittoria. Un fenomeno vero, che si ripeté in quel finale di Campionato contro il Brescia e soprattutto all’Olimpico contro la Lazio. A quel puntò Cecchi Gori sterzò davvero chiamando Trapattoni per vincere il Campionato; arrivarono in quell’estate dei mondiali francesi giocatori famosi e già pronti, e di nuovo per Edmundo, che aveva fatto capire un'altra volta di volersene andare, pareva non ci fosse spazio. Ma il Trap, al quale i campioni matti piacevano da morire, chiese in tutti i modi di farlo tornare, e la Fiorentina trattò le condizioni. E stavolta i fuochi d’artificio si ammirarono davvero e subito: con la cavalcata viola in testa al Campionato, con Bati che segnava sempre e con Rui a dirigere la filarmonica, si vide di tutto. Si vide demolire la difesa dell’Haiduk Spalato in due minuti di follia, vincere la quarta gara consecutiva contro l'Udinese all’ultimo secondo, umiliare tutta la difesa dell’Inter sotto la tramontana di novembre, mandare in gol quasi tutti i giocatori della Fiorentina. Fino all’apoteosi a dicembre, nella gara contro la Juventus, in una domenica notte che se vincevi li mandavi sotto di dieci punti: Edmundo saltò così tante volte i difensori di Lippi che al trentacinquesimo minuto del primo tempo il povero Montero, totalmente stordito, si fece buttar fuori, quasi come per dire all’arbitro, "Mi risparmi queste umiliazioni!". Il campione brasiliano non parlava, non esultava, non legava quasi con nessuno; ma poi in campo li metteva tutti giù ed andava a segnare, come ad Empoli. Tutto crollò in una maledetta domenica di febbraio: sfida di capitale importanza contro il Milan, Bati che a due minuti dalla fine stramazza a terra con un muscolo rotto, Edmundo che decide comunque di andare in Brasile al Carnevale, forte di una clausola del suo contratto. Molto si costruì su quel gesto abbastanza irresponsabile, ma che in realtà influì assai poco sul Campionato della Viola; perché il brasiliano saltò un solo match, poi perso a Udine, e giocò sino alla fine in una Fiorentina che crollò non tanto per lui, quanto per l'infortunio occorso a Batistuta, per la mancanza di ricambi, e per una preparazione fisica non eccelsa. Ma il rapporto con Firenze e con la società era ormai irrimediabilmente compromesso, ed anche quello con il calcio italiano. Gli anni successivi Edmundo li passò tra molti guai giudiziari e Campionati non degni del suo talento. Quello di un attaccante che aveva tutto, che faceva saltare qualsiasi difesa avversaria, e che con Bati e con Rui formò un trio fra i più forti mai visti in maglia viola. Il suo volto scuro, la sua rabbia, i suoi silenzi, le sue serpentine, i suoi assist, ed i suoi gol, sono nel Pantheon di un'intera generazione di tifosi e nel cassetto di mille rimpianti.

Auguri Edmundo, è stato comunque bello.

Fabio Incatasciato, Associazione Glorie Viola